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FIGLI DI UN DIO MINORE

I cristiani discriminati in Africa

Crocifissi messi al bando, chiese bruciate, processioni proibite, missionari nel mirino dei terroristi. In molti paesi africani la libertà di religione non esiste. Specie per i seguaci di Gesù Cristo.


Mentre in Europa si discute sul velo islamico e sulle strategie per integrare i musulmani nei nostri Paesi cristiani (ma pur sempre laici e liberi), nel continente africano soffia con sempre più vigore il vento dell’intolleranza nei confronti dei fedeli della croce. E’ un vento insidioso che nasce in Medio Oriente, avvolge l’intero Maghreb e raggiunge il cuore dell’Africa nera.
Convertirsi in Egitto…
Essere seguaci di Gesù Cristo in Egitto diventa ogni giorno più difficile. Nonostante il Paese esporti un’immagine moderata e proclami l’uguaglianza di tutti i suoi cittadini. Nella terra delle piramidi, dove un cittadino su sette professa la religione cristiana, ci sono grossi problemi per gli ex-musulmani convertiti al cristianesimo: nell’ultimo anno le organizzazioni umanitarie hanno denunciato decine di casi di carcerazioni immotivate, vessazioni e torture inflitte dalla polizia ai danni dei neobattezzati. Spiega l’ultimo Rapporto sulla Libertà Religiosa nel Mondo: “Poiché ai musulmani è proibito modificare il proprio status religioso, chi si converte e assume illegalmente un nome cristiano rischia il carcere, contrariamente a quanto accade se un cristiano si converte all’Islam, caso nel quale i documenti sono pronti entro 24 ore. Il matrimonio tra un cristiano e una musulmana è vietato. Per quanto riguarda i bambini è proibito a quelli con un nome islamico ricevere un’educazione cristiana, mentre i defunti con un nome islamico sono obbligatoriamente sepolti con il rito previsto dal Corano. Una miriade di altri impedimenti rende impossibile ai convertiti di seguire liberamente e senza pericoli la propria fede”. A livello sociale le discriminazioni sono molto diffuse e vedono i fedeli copti trattati di fatto come stranieri, esclusi nell’amministrazione pubblica, nella scuola, nell’esercito e nella polizia. Anche nelle aziende private gestite da musulmani difficilmente un cristiano trova lavoro anche solo come portiere o autista, mentre in quelle gestite da cristiani non assumere musulmani comporta grossi problemi con le autorità.
Algeria ferita
In Algeria, durante gli anni bui della guerra che ha opposto lo Stato all’Islamismo armato, i religiosi hanno pagato un prezzo molto alto in termini di vite umane: ricordiamo tra gli altri, il massacro dei quattro Padri Bianchi a Tizi Ouzou, il rapimento e l’uccisione dei sette monaci trappisti a Tiberine, l’omicidio di Pierre Claverie, vescovo di Orano, avvenuto nel 1996; la strage di altri sette religiosi uccisi con armi da fuoco a Bab el-Qued; senza dimenticare il sacrificio di decine di laici di origine straniera, assassinati per la loro fede cristiana (è il caso dei 12 croati sgozzati nel dicembre del ’93). Ancora oggi la situazione è difficile per le piccole comunità cristiane sparse nel nord del Paese (in Cabilia, sugli altopiani del Mitidja, nella regione di Orano e di Algeri): qui i religiosi devono spostarsi con estrema cautela e alla sera sono costretti a barricarsi dentro le abitazioni. In questo clima è assai complicato svolgere l’attività pastorale. L’assemblea interdiocesana della chiesa algerina, tenutasi lo scorso autunno, ha riflettuto sul senso della testimonianza cristiana nel Paese: “Dopo un decennio di violenza e resistenza, oggi siamo chiamati a reinventare un nuovo stile di presenza – hanno spiegato i religiosi – Il dover vivere una quotidianità sempre incerta ci ha impedito di pensare al futuro: la prima preoccupazione era sopravvivere e restare. Il problema, però, torna oggi attuale, allorché un avvenire può essere di nuovo disegnato”. Resta aperto il problema dell’annuncio esplicito del Vangelo, come spiega padre Bernard Lapize, vicario generale della diocesi di Orano: «Gli algerini che sono attratti dal cristianesimo sono oggetto di derisione e di critiche da parte degli organi di informazione». L’intolleranza è particolarmente pesante nei confronti delle donne, le cui libertà fondamentali sono spesso calpestate.
Aperture in Marocco
Segnali di apertura, da questo punto di vista, provengono dal Marocco. Qui sono state introdotte dal Parlamento alcune importanti riforme del diritto di famiglia che riguardano la condizione femminile, finora fortemente limitata da norme ispirate a un’interpretazione restrittiva della sharia. Con il nuovo ordinamento, per la celebrazione di un matrimonio non è più obbligatorio il consenso del padre, del fratello o del tutore della donna. Inoltre all’interno della famiglia i coniugi condividono la responsabilità e possono anche stipulare un contratto per la gestione dei beni materiali. Viene parificata anche la richiesta di divorzio, la cui iniziativa non è più esclusiva dell’uomo, al quale rimane comunque la possibilità di ripudiare la moglie senza alcuna giustificazione, conformemente alla legge islamica. Allo stesso modo, non è stata formalmente abolita la poligamia, sebbene sia stata introdotta la necessità del consenso della prima moglie per la celebrazione del secondo matrimonio. Nessun passo avanti è stato compiuto invece riguardo alla possibilità che una donna musulmana sposi un uomo non musulmano. Nel complesso comunque il Marocco sta sperimentando una stagione di riforme che indicano una direzione opposta al fondamentalismo. Uno sforzo di apertura contrastato però dalla proliferazione di cellule terroristiche legate ad al-Qaeida.
Sudan senza pace
Pulsioni fondamentaliste non mancano in Sudan. Per anni i soldati dell’esercito regolare hanno sferrato attacchi contro le comunità cristiane, specie sulle Montagne Nuba e nel Sud del Paese, con la scusa di voler colpire gruppi di guerriglieri. Ora le rappresaglie del regime di Kartum si sono accanite contro la popolazione della regione del Darfur. Sul versante della libertà religiosa per i cristiani le cose non sono cambiate. Per costruire una chiesa in Sudan occorrono autorizzazioni assai difficili da ottenere. In compenso la legge impone uno stretto controllo governativo sulla vita ecclesiale. Il regime censura la stampa, specie quella religiosa: l’anno scorso il giornale “Khartoum Monitor” è stato chiuso dalle autorità per aver pubblicato un articolo ritenuto blasfemo. Secondo il rapporto di Amnesty International è ancora molto diffuso l’uso di punizioni corporali inflitte dalla polizia per chi non rispetta la legge coranica, in particolare il divieto di fare uso di alcolici. Una ragazza di 14 anni, accusata di adulterio, è stata condannata a 100 frustate. Ma non è tutto: il Governo limita le riunioni dei religiosi e talvolta crea difficoltà nel rilascio di visti o permessi di residenza ai missionari cattolici. Dal punto di vista sociale e lavorativo, i cristiani sono spesso trattati come cittadini di seconda categoria e talvolta sono minacciati o addirittura arrestati dalle forze dell’ordine in modo pretestuoso. Un’ultima preoccupante notizia legata all’attualità: il ministro sudanese degli affari sociali, Al-Nou Ibrahim, ha di recente accusato le organizzazioni cristiane di sfruttare le attività umanitarie per fare proselitismo in Darfur: “Abbiamo elaborato un piano di intervento urgente – ha dichiarato il ministro - per contenere le campagne missionarie con l’obiettivo di difendere l’Islam”.
Nigeria e Corano
Ancora più complessa e delicata è la situazione in Nigeria. Sebbene la Costituzione garantisca la libertà di praticare la propria fede e di manifestare e diffondere il proprio credo, alcuni Governi locali limitano fortemente questi diritti perché tendono a radicalizzare il processo di islamizzazione dei loro Stati. Le tensioni e la conflittualità tra cristiani e musulmani sono drammaticamente aumentate dopo che, dal novembre 1999, la sharia è stata introdotta in 12 Stati. Da allora centinaia di persone sono state imprigionate e picchiate dalla polizia con l’accusa di vendere o consumare alcolici. I tribunali islamici hanno emesso numerose sentenze di amputazione, flagellazione e morte per lapidazione. Nello Stato di Bauchi tutte le ragazze con più di 16 anni, sia musulmane che cristiane, sono state “invitate” a sposarsi entro 90 giorni altrimenti sarebbero state accusate di prostituzione e arrestate.
Il presidente Obasanjo, pur ribadendo in più occasioni l’incostituzionalità dell’introduzione della legge coranica, non è intervenuto con adeguati provvedimenti. La situazione è esplosiva: in vaste regioni della Nigeria processioni e manifestazioni religiose pubbliche sono proibite per evitare violenze. Ma in cinque anni i violenti scontri a sfondo etnico-religioso hanno provocato almeno 10mila morti.
Segnali preoccupanti
Pure nei cosiddetti “paesi islamici moderati” non mancano i problemi per i cristiani. Lo scorso inverno sull’isola di Zanzibar, in Tanzania, una chiesa cattolica è stata incendiata da individui mascherati non ancora identificati. Si tratta del terzo attacco di questo tipo in pochi mesi. Il reverendo Vincent Shiyo, prete cattolico sull'isola, non ha esitato a puntare il dito contro il crescente integralismo islamico: «La cosa più triste è l’assenza di una condanna ufficiale dell’accaduto» ha dichiarato. Secondo la polizia locale gli attacchi sarebbero legati alle elezioni previste per la fine del 2005: l’intenzione dei terroristi sarebbe quella di convincere la popolazione cristiana ad abbandonare l’isola per favorire la vittoria della fazione islamica. In Ciad di recente una chiesa cristiana nella città di Abeche è stata distrutta e saccheggiata da un gruppo di musulmani jihadisti (i fanatici che incitano alla guerra santa contro gli “infedeli”). Sul fronte delle discriminazioni segnali preoccupanti provengono anche dal Senegal, uno stato laico ma fortemente islamizzato. Alcune fazioni islamiche radicali hanno sollecitato l’introduzione di leggi e la creazione di tribunali che si ispirano alla legge islamica. Il Governo ha espulso alcune organizzazioni caritative islamiche sospettate di propaganda fondamentalista. Tuttavia l’aumento dell’intolleranza a sfondo religioso desta le preoccupazioni di molti, al punto che una coalizione di partiti, intellettuali e organizzazioni della società civile ha lanciato l’allarme, sottolineando il pericolo sociale e culturale che minaccia il Paese.


IL DOCUMENTO
Per saperne di più
Ogni anno il Segretariato Italiano dell’ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre) pubblica un rapporto dettagliato sulla libertà religiosa nel mondo. Il documento può essere richiesto contattando il Segretariato allo 06/69893911. E’ inoltre possibile chiedere l’invio per email del testo integrale inviando un messaggio a info@alleanzacattolica.org. Per maggiori informazioni consultare il sito internet www.alleanzacattolica.org/acs
 





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