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L'AFRICA IN FUMO

Le multinazionali delle sigarette assaltano il continente nero

In Occidente, grazie alle leggi anti-fumo, le vendite della sigarette sono in crisi. Ora l’industria del tabacco punta a conquistare milioni di nuovi clienti nel sud del mondo. Con massicce (e pericolose) campagne pubblicitarie rivolte ai più giovani

Decine di milioni di potenziali clienti, mercati giovani e facilmente penetrabili, previsioni di enormi profitti, e soprattutto pochi divieti salutistici imposti dai governi. Sono molte le ragioni che fanno dell’Africa la nuova frontiera, o meglio il nuovo far-west, delle multinazionali del tabacco. Mentre in Occidente le leggi anti-fumo e le campagne di informazione sui pericoli del tabagismo, stanno lentamente riducendo il mercato delle sigarette (meno 1 per cento all’anno), nei Paesi del sud del mondo lo smercio delle bionde va a gonfie vele. Ogni anno le vendite crescono del 2,8 per cento, un dato impressionante che in Africa arriva addirittura al 3,5 percentuale.
Mercato selvaggio
     La corsa alla conquista del continente nero è partita negli anni Sessanta del secolo scorso, ma negli ultimi dieci anni ha avuto una brusca e comprensibile accelerazione. Le majior del tabacco hanno infatti l’urgenza di compensare le perdite inflitte dal calo dei consumi in Europa e Stati Uniti. L’obiettivo primario è l’immenso mercato asiatico, dove le sigarette sono legali ovunque (tranne in Bhutan, primo Paese smoke-free al mondo). Nella sola Cina si fumano ogni anno 1.700 miliardi di sigarette locali, e i Paesi emergenti dell’estremo Oriente sono un'opportunità che le aziende del fumo non vogliono farsi sfuggire. Tuttavia le leggi e le politiche protezionistiche di molte nazioni asiatiche, che mirano a salvaguardare la produzione locale di sigarette, frenano le mire espansionistiche di colossi occidentali quali Philip Morris o Rothmans.
L’invasione del fumo
     In Africa è diverso. Qui, tranne rare eccezioni, i governanti non oppongono grossi ostacoli al business del fumo. Anzi spesso favoriscono l’approdo delle grandi industrie del tabacco, per interessi economici nazionali (le imposte sulle vendite di sigarette servono a rimpinguare le casse dello stato) o, peggio, per convenienze personali (in gran parte del continente dilaga il mercato delle bustarelle attraverso cui gli imprenditori comprano ai politici licenze, facilitazioni commerciali, impunità totale). E anche laddove esiste qualche normativa di tutela della salute dei consumatori, i deboli laccioli legislativi vengono facilmente elusi dagli abili strateghi delle imprese del tabacco. Gli effetti di questa deregulation sono evidenti: nelle metropoli africane proliferano mega-cartelloni che reclamizzano sigarette ad ogni angolo di strada. Non c’è evento sportivo o musicale che non venga sponsorizzato dall’industria del fumo. Radio e tv locali trasmettono senza sosta spot pubblicitari che invitano a fumare, spesso con l’ausilio di famosi testimonial, come cantanti e atleti di successo. E quel che è peggio, molte marche distribuiscono sigarette ai giovani in occasione di concerti, serate in discoteca, happening promozionali fuori dalle scuole. I risultati di queste azioni, che mirano a rendere dipendenti al fumo soprattutto i giovani dei ceti medi urbanizzati, non tardano ad arrivare: la Coralma, azienda leader nella produzione di sigarette in Africa, ha dovuto moltiplicare gli stabilimenti in sette paesi per stare dietro alla crescente domanda di tabacco e nicotina.
La strage delle sigarette
     Un recente rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità accusa i produttori di sigarette di mantenere nel Sud del mondo una strategia commerciale aggressiva e irresponsabile che mette a repentaglio la salute di milioni di persone. Nei paesi africani le multinazionali vendono i pacchetti di sigaretta senza le avvertenze dei rischi per la salute, come invece avviene in Occidente. «E’ un crimine legalizzato», affermano alcune associazioni di medici africani. Ma le loro voci restano isolate. E nell’indifferenza generale si consuma una strage silenziosa. “Soltanto nell'ultimo anno – scrivono gli esperti dell’Oms - sono state 4 milioni le morti imputabili all'utilizzo del tabacco, da dividere in parti uguali tra Paesi industrializzati e Paesi poveri”. Ma le prospettive sono diverse: i ricercatori sostengono che nel sud del mondo il numero dei morti causati dal tabagismo è destinato a crescere in maniera esponenziale, fino a raggiungere gli 8 milioni e mezzo nel 2020. Parallelamente cresceranno enormemente i profitti dell’industria del fumo.
C’è chi dice no
     Secondo gli studiosi, dunque, il tabagismo provocherà un eccidio tra le nuove generazioni, i cui costi sociali metterebbero al tappeto le già fragili economie africane. Ma forse queste previsioni sono eccessivamente pessimiste. Anche in Africa gli schiavi delle sigarette hanno cominciato a ribellarsi. In Senegal, lo scorso dicembre, il Raggruppamento Ecologista ha duramente denunciato “la pubblicità del tabacco”, definendola “immorale”. La protesta, che ha trovato eco sui giornali e nel parlamento, ha obbligato il governo di Dakar a prendere le distanze dai produttori di sigarette. Poche settimane dopo, una piccola associazione del Mali, Sos tabagisme, è riuscita a far condannare la Tobacco International Exporters al risarcimento dei danni provocati da una grande campagna pubblicitaria per le sigarette Craven A. La multa inflitta all’azienda è poca cosa se confrontata ai mega-indennizzi comminati alle major del tabacco dai tribunali americani, tuttavia questa sentenza potrebbe fare giurisprudenza e dare impulso ad una moltitudine di richieste di risarcimenti da parte dei fumatori. Per l’Africa sarebbe una salutare ventata di ossigeno.

Respiro mondiale
In gran parte dell’Unione europea, il divieto di fumare nei luoghi pubblici, unito ai forti aumenti dei prezzi introdotti dai governi, ha fatto scendere le vendite delle sigarette di alcuni punti percentuali, mentre il consumo dei farmaci antifumo è cresciuto del 23%. Negli Stati Uniti, norme rigorose hanno ridotto del 20% il numero dei fumatori in dieci anni. La Convenzione internazionale per il controllo del tabacco promossa dall'Oms, firmata da 168 Stati e in vigore dal 2005, impegna i governi a “proteggere i non fumatori sui luoghi di lavoro e pubblici, a vietare la pubblicità delle sigarette, ad aumentare le tasse sul prodotto, a porre avvertenze sanitarie sui pacchetti, a proibire l'uso di termini ingannevoli". Nessun paese africano finora l’ha ratificata.

Piantagioni pericolose
L'Italia è il maggiore esportatore europeo di tabacco, oltre che primo produttore, con circa 125 mila tonnellate annue destinate all’esportazione. Il 50-55% delle vendite va alla Philip Morris, filiale italiana della major Usa, con i suoi noti marchi. I maggiori produttori africani di tabacco sono lo Zimbabwe (le cui esportazioni sono crollate negli ultimi anni a causa della dissennata gestione del presidente Robert Mugabe) e il Malawi (che ha già distrutto un terzo delle sue foreste, per far spazio alla coltivazione del tabacco). Su queste piantagioni sono riversate ogni anno quantità impressionanti di pesticidi, fertilizzanti e antiparassitari… sostanze altamente inquinanti e tossiche che colpiscono in particolare decine di migliaia di baby lavoratori impiegati nei campi.



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