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CRONISTI IN GABBIA AD ASMARA

L'Eritrea nega la libertà di stampa

La più giovane nazione africana è l’unico Paese a non avere un organo di stampa privato o indipendente. I cronisti scomodi sono finiti tutti in carcere, denuncia Reporters sans frontières

Doveva essere la nuova speranza del continente africano, un paese-modello di democrazia e di sviluppo. Oggi è solo una nazione in ginocchio, senza libertà né futuro. L’Eritrea, indipendente dal 1993, ha deluso le aspettative degli osservati internazionali e di molti suoi figli che si erano battuti in nome della giustizia. Il presidente Isaisas Afewerki, l’ex eroe nazionale della lotta di liberazione, ben presto si è rivelato un autarchico allergico al concetto di democrazia. Un uomo arrogante, avido e senza scrupoli. Tanto da sbarazzarsi con il carcere degli oppositori politici e dei testimoni scomodi.
     «Nei confronti dei giornalisti indipendenti Afewerki ha condotto una repressione brutale», denuncia l’organizzazione Reporters sans frontières (Rsf), che non a caso colloca l’Eritrea all’ultimo posto della classifica per la libertà di stampa in Africa. L’attacco all’informazione è iniziato più di cinque anni fa. Nel settembre del 2001, mentre tutto il mondo era sconvolto dagli attentati di New York e Washington, il presidente eritreo Afeworki ordinò la chiusura di tutti i quotidiani di proprietà privata. E, approfittando del silenzio della comunità internazionale, dichiarò guerra ai cronisti non allineati con il regime. In pochi giorni ordinò l’arresto di ben tredici tra editori e giornalisti di diverse testate, riducendo al silenzio tutte le voci indipendenti del Paese. Da quel momento, in Eritrea, tutte le notizie vengono filtrate dagli organi di stampa governativa. Dei giornalisti arrestati non si ha più notizia.
     L’unica prova (tutt’altro che rassicurante) che fossero ancora vivi è arrivata nell’aprile 2002: avevano cominciato uno sciopero della fame richiedendo di ottenere un processo equo e diritti civili. Ma poi le voci dei cronisti sono state soffocate nelle carceri segrete del Paese. «Alcuni prigionieri sono stati rinchiusi in container di metallo nascosti in basi militari», rivela un rapporto di Reporters sans frontières. «Numerosi detenuti sono stati torturati. Ad alcuni, per esempio, è stato versato del mercurio nelle orecchie. Nessuno di loro è stato processato o ha potuto avvalersi del sostegno di un avvocato o ricevere la visita di un familiare. Nessuno sa con certezza se i 13 giornalisti sono ancora in vita».
     Il governo eritreo ripete che i detenuti sono dei “traditori della patria”, “delle spie dell’Etiopia” ma non spiega quali sarebbero stati i loro “crimini”. Nel frattempo i giornalisti più noti del Paese sono costretti a nascondersi mentre gli oppositori del capo dello Stato vengono arrestati e rinchiusi nei commissariati della città. Alcuni hanno avuto il coraggio e la forza di fuggire oltre confine. Altri, come il poeta e drammaturgo Fessehaye Yohannes, stanchi di vivere come animali braccati e in segno di solidarietà con i loro colleghi già incarcerati, si consegnano alla polizia. E tutto ciò avviene nell’indifferenza generale dei paesi occidentali che si ostinano ad avere rapporti di amicizia e collaborazione con il regime di Asmara.



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