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LA CORSA MALEDETTA

Trent’anni (tormentati) di Parigi-Dakar


E’ il rally più famoso e controverso del mondo. Una gara leggendaria e massacrante. Capace di accendere passioni e polemiche roventi come la sabbia del deserto che attraversa.

Si scaldano i motori della Parigi-Dakar, il rally più famoso e controverso del mondo. La partenza è fissata per il prossimo 5 gennaio, ma la macchina organizzativa e la schiera dei concorrenti sono già in moto per prepararsi alla traversata sahariana. Una corsa leggendaria e maledetta. Che quest’anno compie trent’anni. L’anniversario sarà festeggiato con un percorso di ottomila chilometri che prenderà il via da Lisbona, in Portogallo (per questioni logistiche e commerciali, Parigi non è più, da parecchi anni, il punto d’inizio della gara) e attraverserà tre Paesi africani: Marocco, Mauritania e Senegal. Un tragitto, a dire il vero, ridimensionato rispetto ai progetti iniziali degli organizzatori, che avrebbero voluto effettuare qualche tappa lungo lo spettacolare corso del fiume Niger. A guastare la festa ci ha pensato il Governo del Mali che ha vietato l’ingresso nel Paese alla carovana della Dakar. Il rifiuto delle autorità di Bamako – spiegano gli organizzatori - sarebbe legato a questioni di sicurezza. In effetti il tragitto della corsa ha già conosciuto nel recente passato modifiche e deviazioni a causa della situazione politica internazionale: l’anno scorso, per esempio, alcune prove speciali furono annullate, all’ultimo minuto, dai responsabili del rally, nei pressi di Timbuctù, poiché i servizi segreti francesi avevano ravvisato un pericolo terroristico da parte di un gruppo salafita legato ad Al-Qaeda. La decisione, ovviamente, non piacque al pubblico maliano. Ma provocò anche il disappunto delle autorità governative, irritate e preoccupate per la pubblicità allarmistica diffusa a livello internazionale. Secondo alcuni commentatori occidentali dietro il divieto di quest’anno si celerebbe dunque una piccola vendetta, una ripicca polemica. Difficile trovare conferme alle illazioni. La notizia, in ogni caso, ha riacceso la diatriba attorno alla Parigi-Dakar, una corsa che da lungo tempo viene bersagliata da critiche roventi, specie in Africa.
Sfide mortali
     Sotto accusa soprattutto è la pericolosità della gara. Dal 1979, l’anno della prima edizione, venticinque piloti e oltre trenta spettatori – tra cui molti bambini - hanno perso la vita a causa degli incidenti. Altre centinaia di persone sono rimaste ferite, talune in modo grave. Le ultime vittime sono state il sudafricano Elmer Symons e il francese Eric Aubijoux, due concorrenti deceduti durante la scorsa edizione del rally. Ma la storia della Dakar è segnata da una lunga scia di sangue. Drammatiche collisioni tra veicoli, cadute e schianti a velocità folli, esplosioni su campi minati e altre tragiche fatalità (nel 1991 un pilota francese venne ucciso da un proiettile vagante proprio in Mali). Da ricordare il rally del 1986, che costò la vita a sei persone, tra cui Thierry Sabine, l’inventore della manifestazione, precipitato con il suo elicottero mentre sorvolava la corsa. Nel 2005 il campione italiano Fabrizio Meoni, vincitore di due edizioni della Dakar, fu vittima di un incidente in moto. Due sciagure illustri che hanno fatto notizia, due episodi clamorosi nell’elenco nero degli sportivi scomparsi nel Sahara. Ci sono poi, come già detto, le vittime “senza nome” della Dakar. Decine di spettatori di ogni età uccisi dalla corsa. Un tributo di sangue pesantissimo. Che, comprensibilmente, scatena rabbia e proteste nell’opinione pubblica africana. «E’ una carneficina che si ripete ogni anno, da troppo tempo, nell’indifferenza generale», tuona Claire Aymes, portavoce di un’agguerrita coalizione di associazioni anti-Dakar «Le maggior parte delle vittime della gara sono persone povere e senza colpa. Abitanti di piccoli villaggi attraversati dal percorso. Travolti da piloti stranieri irresponsabili che rincorrono la gloria e il successo sulla pelle degli africani». L’organizzazione di madame Aymes si chiama Cavad (Collectif Actions pour le victimes anonymes du Dakar) e si batte per ottenere la soppressione del rally e gli indennizzi per i famigliari delle vittime. Sul sito internet, www.stop-rallyedakar.com, ha già raccolto in un anno più di 25mila firme di persone che chiedono la cancellazione della corsa.
Una corsa umanitaria?
     «In Africa sta cresce ndoun sentimento di antipatia e insofferenza nei confronti della gara», spiega Aymes. «I nostri governanti non si oppongono al rally perché sperano di ottenere dei benefici economici e di visibilità… Eppure qualcosa sta cambiando. Il Mali ha preso una decisione coraggiosa nell’opporsi alla prossima Dakar. E poi, dopo tanti anni di silenzio, i media cominciano a esprimere critiche e dubbi sul celebre raid. Le polemiche potrebbero indurre alcuni sponsor a ritirare il loro sostegno alla competizione. E’ il nostro augurio». Gli organizzatori della Dakar stanno correndo ai ripari, non solo per questioni di opportunità. Per limitare al massimo il rischio di coinvolgere gli spettatori in pericolosi incidenti, si sono impegnati a incrementare la sicurezza, diffondendo messaggi radio e volantini illustrati per mettere in guardia le persone, soprattutto i bambini. Nel contempo hanno deciso di punire con pesanti penalità i piloti che superano i limiti di velocità nei pressi dei centri abitati. Infine hanno voluto affiancare alla manifestazione sportiva una serie di iniziative umanitarie in favore delle popolazioni povere attraversate dalla gara. Il sito internet ufficiale www.dakar.com informa che dal 2002 è stato avviato un vasto programma di progetti di sviluppo nell’Africa occidentale – in ambito sanitario, scolastico e della salvaguardia ambientale - di cui hanno beneficiato 186mila persone. «E’ solo un modo per lavarsi la coscienza dal sangue delle vittime africane», ribattono al comitato anti-Dakar «Una nuova forma di colonialismo, umiliante e arrogante, mascherata dalla solidarietà». Indifferenti alle polemiche, i grandi marchi dei motori (Yamaha, Wolgswagen, Nissan, BMW, Mitsubishi, KTM) non mancheranno neppure quest’anno l’appuntamento con il rally. Ai nastri di partenza ci saranno centinaia di concorrenti di 40 nazionalità diverse, tra motociclisti ed equipaggi di moto e camion, desiderosi solo di sfrecciare a tutta velocità tra le sabbie dell’Africa. Sfidando la morte.



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