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IL CONTINENTE ASSETATO

La mappa dei fiumi e dei laghi rovinati dall’uomo

I corsi d’acqua africani sono sbarrati da 1.270 grandi dighe. Che producono poca energia e provocano enormi danni ambientali e sociali


Nilo
     Il fiume più lungo del mondo è malato. Dal 1958 – anno della costruzione della diga di Assuan – il suo volume è passato da 32 miliardi a 2 miliardi di metri cubi all’anno. Il delta del fiume si sta ritirando di 5-8 metri ogni anno e il progressivo prosciugamento sta facendo perdere migliaia di ettari di terre coltivabili (il 95% degli egiziani vive lungo le rive del Nilo). Le dighe (Merowe in Sudan, Tekeze e Gilgel in Etiopia) contribuiscono a far evaporare l’acqua. E la futura grande diga di Bujagali in Uganda (approvata nel 2002 dalla Banca Mondiale) peggiorerà la situazione.

Okavango
     Il delicato sistema ecologico del delta del fiume è minacciato dal progetto per la costruzione della diga delle Popa Falls, presentato dalla Namibia nel 2004.

Congo
     Su questo fiume che attraversa le foreste equatoriali grava la minaccia del progetto di una grande diga sulle rapide di Inga, che provocherebbe un considerevole impatto ambientale. La Eskom, la più grande compagnia africana di elettricità, e il Nepad (New Partnership for African Development) affermano che la diga di Inga illuminerà l'Africa; in realtà il 90% delle comunità prive di elettricità vivono in piccole aree rurali, lontano dalle reti elettriche, e sarebbero escluse dai benefici della megadiga.

Volta
     Fiume a rischio per deficit idrico. La diga di Akosombo costruita in Ghana ha provocato, per mancato apporto di sedimenti, un tasso di erosione di 10-15 metri delle coste in Togo e Benin.

Zambesi
     Alla fine degli anni Cinquanta la costruzione della grande diga di Kariba costrinse a sfollare 60mila persone. Poi la diga di Cahora Bassa, in Mozambico, provocò una considerevole diminuzione della portata del fiume e di terre produttive. Ora sempre il Mozambico vorrebbe costruire una terza diga, la Mphanda Nkuwa. Ma l'impatto sarebbe devastante per le comunità e per gli ecosistemi.

Lago Ciad
     Nel 1960 il lago aveva più o meno l'estensione della Lombardia e la pesca dava da vivere a 150mila pescatori. A partire dagli anni Settanta la sua superficie si è ridotta fino ad occupare solo il 20% dell'originaria estensione, con gravi ripercussioni sulla pesca, l'agricoltura e l'allevamento. La scarsità d'acqua ha causato la migrazione delle popolazioni nelle bidonville delle grandi città. Ora, per riempire il lago, si vorrebbe deviare l'acqua del fiume Oubangui, ai confini tra Repubblica Centrafricana e Congo. Ma il megaprogetto prosciugherebbe un altro fiume e distruggerebbe ecosistemi ancora integri.

Senegal
     Gli sbarramenti costruiti negli ultimi quarant’anni hanno provocato gravi conseguenze ecologiche e sociali. Il fiume ha perso 12.000 tonnellate di pesce all’anno. Inoltre i bacini artificiali hanno aumentato le malattie già presenti nella regione quali la malaria, la diarrea e la bilarziosi. Oggi la Mauritania, alle prese con una grave crisi idrica, vorrebbe deviare parte delle acque del fiume, ma il progetto (sostenuto dalla Banca Mondiale) provoca forti tensioni con il Senegal: già nel 1989 tra i due Paesi confinanti scoppiò un conflitto per l'acqua del fiume.

Niger
     Le zone di pesca sono diminuite di due terzi in quindici anni a seguito della costruzione di numerose dighe lungo il suo corso. Ma anche a causa dell’inquinamento per la produzione petrolifera.

Fiume Orange
     Lungo questo fiume sono già state realizzate 24 dighe che oltre a ridurne la portata, hanno causato lo sfratto di decine di migliaia di persone e modificato il clima locale. Sudafrica e Lesotho hanno siglato un progetto per la costruzione di altre 6 dighe e un impianto per la produzione idroelettrica. A beneficiarne sarà soprattutto la provincia sudafricana del Gauteng.
Dunque il povero Lesotho, appena due milioni di abitanti, vende al Sudafrica la sua unica risorsa abbondante. Ma oggi seicentomila agricoltori sudafricani bianchi consumano per scopi irrigui il 60% delle risorse idriche della regione. Mentre 15 milioni di persone non possono permettersi l’acqua potabile. E i villaggi vicini alle dighe restano senza elettricità.



I numeri della sete
I dati pubblicati in questo articolo, raccolti da Massimiliana Piro, sono tratti dal dossier Ambiente violato e diritti calpestati di Legambiente, che ricorda i numeri della sete mondiale. «Le riserve d’acqua per abitante nel 1950 erano di 16.800 metri cubi, oggi sono scese a 7.000. L’attuale deficit idrico annega nei paradossi. L'indiana Cherrapunji, ad esempio, è la città più piovosa del mondo ma dai suoi rubinetti escono solo poche gocce: mancano le infrastrutture. E mentre nel mondo un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e 2,6 miliardi non sanno cosa siano servizi sanitari, negli ultimi cinque anni il consumo di acqua in bottiglia è cresciuto del 57%. La gente, nello spicchio ricco del mondo, si comporta come se l’acqua non fosse una risorsa limitata: uno scarico di una toilette occidentale ne usa tanta quanta ne serve a una persona nei paesi poveri per le esigenze di un giorno intero».

L'Onu vuole dimezzare entro il 2015 il numero di persone senza acqua potabile. Servono 25 miliardi di euro l'anno. Ma i soldi non si trovano

Al mondo esistono almeno 30 conflitti da ricollegare all'acqua, acuiti dalla pressione demografica e dal progressivo impoverimento delle riserve idriche



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