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LA GUERRA DEL CAFFE'

I produttori africani si ribellano alle multinazionali

Il prezzo del caffè oscilla come un’altalena impazzita. A rimetterci sono milioni di coltivatori africani. Che ora promettono battaglia alle imprese che smerciano le miscele

L’ansia la vedi scolpita sui volti dei contadini che tornano dai campi coi cesti in equilibrio sulla testa. Sulle alture d’Etiopia è iniziata da pochi giorni la raccolta del caffè. E nella regione del Kaffa, ritenuta la culla storica della celebre bevanda, la sopravvivenza della popolazione dipende dalla Coffea arabica, una pianta tanto preziosa quanto capricciosa.
Nelle mani di Dio
     «Preghiamo Dio che il raccolto sia buono», confida Mickael Haylu, un vecchio dall’aria preoccupata che incontriamo nel villaggio di Gora. «Il caffè è una pianta delicata che risente pesantemente dell’influenza dell’ambiente. Basta poco per mandare all’aria la produzione. L’acqua, il sole, la temperatura, i parassiti. Ogni elemento della natura può distruggere le nostre speranze e vanificare i nostri sacrifici».
In questo periodo dell’anno le popolazioni oromo e sidamo, a sud della capitale Addis Abeba, sono impegnate nei campi per raccogliere a mano, pianta per pianta, le bacche del caffè. Ogni contadino ne rastrella almeno trenta chili al giorno. Anche i bambini e le donne si danno da fare per riempire i panieri di vimini. «I piccoli frutti rossi devono essere controllati uno ad uno, sbucciati, separati dalla polpa, quindi messi a macerare nell’acqua per un paio di giorni», spiega un incaricato della Sidama Coffee Farmers Cooperative. Infine i noccioli vengono setacciati e fatti essiccare. «Ma il nostro impegno prosegue ancora», precisa l’uomo. «I chicchi devono essere rivoltati a mano per settimane, ogni giorno, e selezionati minuziosamente. Solo alla fine di questo lungo processo possono essere venduti».
Un mercato senza regole
     È un lavoro sfibrante, tramandato da generazioni, che non arricchisce nessuno, quaggiù. «Coi soldi del raccolto riusciamo a malapena a vivere per un anno», assicura una giovane bracciante. «Per ogni chilo di caffè grezzo ricaviamo sessanta centesimi di euro. Un compenso da fame. Il business è in mano ai rivenditori delle miscele, nel nord del mondo».
Il ragazzo ha ragione da vendere. In Etiopia – sesto produttore al mondo di caffè e primo esportatore africano – ci sono almeno 15 milioni di coltivatori costretti a svendere il proprio raccolto alle sei multinazionali (Procter & Gamble, Starbuks, Sara Lee, Kraft, Tchibo e Nestlé) che controllano il 60% del mercato mondiale del caffè. Il valore commerciale globale del settore vale circa 90 miliardi di dollari. Ma solo 5 miliardi, ovvero circa il 6% dei guadagni, vengono intascati dai coltivatori. La gran parte della torta se la dividono i colossi, che dettano legge sui prezzi all’ingrosso. «Siamo in balia dei loro capricci», spiega Tadessa Maskela, portavoce della Oromia Coffee Farmers Cooperative Union. «Talvolta siamo costretti ad accettare prezzi che nemmeno riescono a coprire i costi di produzione. È un mercato senza regole né tutele».
Prezzi impazziti
     Un tempo, fino a una ventina di anni fa, il commercio del caffè era disciplinato da un organismo internazionale che regolamentava la produzione e garantiva un minimo di stabilità ai prezzi. «Dal 1989 il prezzo è stato liberalizzato su pressione di alcuni Paesi importatori, tra cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea», ricorda Tadessa Maskela. Oggi i chicchi di caffè vengono quotati in borsa. Il loro prezzo sale e scende. E gli speculatori spingono per renderlo estremamente instabile.
Chiosa il signor Maskela: «Dal 1980 al 2002 il prezzo del caffè crudo è diminuito del 70%. Un crollo che ha gettato sul lastrico decine di milioni di coltivatori, senza intaccare i profitti delle multinazionali. Oggi il prezzo è in risalita, perché la domanda mondiale di caffé cresce. Ma noi piccoli produttori non siamo più disposti a vivere nell’angoscia».
Uno storico accordo
     Lo scorso giugno i rappresentati dei produttori etiopici hanno definito un importante accordo con la catena americana di caffetterie Starbucks, che ha posto fine a un contenzioso che si trascinava da molto tempo. Le cooperative di coltivatori chiedevano alla multinazionale statunitense di sottoscrivere un contratto in cui fosse riconosciuto il valore di alcune qualità pregiate di caffé, ma Starbucks (che ha un fatturato annuo di oltre sei miliardi di euro, pari a un quarto dell’intero Pil etiopico) era disponibile solo a concedere una “certificazione geografica”.
Spiega Oxfam, una delle più autorevoli associazioni non governative del mondo, che in questo difficile negoziato ha sostenuto i piccoli produttori africani: «L’accordo siglato dopo settimane di intense trattative permette di promuovere a livello mondiale il caffé etiopico e di migliorare le entrate di coltivatori e commercianti locali». Le autorità di Addis Abeba hanno commentato con soddisfazione: «Per la prima volta si è riconosciuta, legalmente ed economicamente, la bontà del lavoro svolto dai nostri produttori».
Peccato che l’intesa commerciale riguardi un numero limitato di specialità di caffè, peraltro solo etiopiche. «Milioni di coltivatori africani restano esposti, senza difese, alle croniche incertezze del mercato», ha ricordato il keniano Philip Gitao, direttore dell’Associazione dei Caffè di Qualità dell’Africa Orientale (Eafca). «Per una decina di Paesi africani il caffè rappresenta la principale fonte dell'economia».
La protesta africana
     In Ruanda e Burundi costituisce da tempo la più importante sorgente di valuta straniera. In Madagascar, Kenya, Tanzania, Malawi e Zambia, è uno dei maggiori prodotti di esportazione. In Uganda (diventata leader continentale della qualità Robusta, dopo il crollo della produzione in Costa d’Avorio a seguito della guerra civile) il caffè copre circa la metà del Pil nazionale.
«La crescente influenza di questo prodotto nell’economia africana ci fa piacere e, al tempo stesso, ci preoccupa», precisa Philip Gitao. Oggi il margine di guadagno sulle vendite è troppo condizionato dalle quotidiane fluttuazioni del prezzo. E il mercato è influenzato dalle manovre finanziarie dei grandi distributori del nord del mondo, che oggi controllano l’intera filiera del caffè, dal raccolto al consumatore. «La situazione resterà così fino a quando ci limiteremo a fornire al mercato la materia prima, ovvero i chicchi di caffè grezzi», ha dichiarato di recente il presidente ugandese Yoweri Museveni. «Dobbiamo diventare noi stessi produttori di miscele di qualità, pronte da commercializzare a livello mondiale. Solo così potremo incidere sull’andamento dei prezzi».
Le parole di Museveni hanno dato voce alle inquietudini dei coltivatori africani, che il prossimo 14-16 febbraio si raduneranno proprio a Kampala, in Uganda, per la V Conferenza dell’African Fine Coffee (con un titolo significativo: “Caffé, il vostro piacere, il nostro sostentamento”). I rappresentanti dei produttori promettono battaglia: «Oggi il caffè lascia l’amaro in bocca a milioni di africani… Presto ci ribelleremo a questa ingiustizia».



Caffé corretto?
     Si chiama “Nescafé Partners’ Blend” ed è il primo caffè di una multinazionale marchiato dal commercio equo. Lanciato due anni fa dal Gruppo Nestlé, leader mondiale nel settore food & beverage, viene venduto con successo nel mercato anglosassone. Sulle sue confezioni vanta il marchio della Fairtrade Foundation UK, l’organismo che certifica i prodotti del commercio equo-solidale. Le miscele con cui viene realizzato provengono da piccole cooperative di coltivatori etiopi di caffè biologico, che godono di diritti sindacali e compensi sicuri. Un fiore all’occhiello per la più grande azienda nel settore alimentare, primo compratore di caffè al mondo. Una bevanda che però non convince tutti. In Italia, per esempio, non ha ottenuto il marchio del commercio equo. «Anche se le piantagioni da cui proviene questo caffè solubile rispettano i criteri dell’etica nella produzione e della sostenibilità ambientale, restano le gravi politiche della multinazionale nei confronti di migliaia di suoi lavoratori», ha spiegato Transfair Italia (branca nazionale della Fair Trade Labelling Organisation, il coordinamento internazionale dei marchi di garanzia), ricordando inoltre che «da trent’anni la Nestlè è sotto boicottaggio per le sue politiche di marketing nella promozione del latte in polvere nei Paesi poveri del sud del mondo». Ma Fairtrade Foundation UK ha difeso la sua scelta: «Perché avremmo dovuto rifiutare il nostro marchio di qualità se tutti gli standard di prodotto sono pienamente rispettati? Il fatto che Nestlè abbia cambiato la propria posizione sul commercio equo è una vittoria. Ovviamente non è abbastanza, ma è un inizio».



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