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RITORNO A DISTRICT SIX

In Sudafrica rinasce un luogo magico distrutto dall’apartheid

Era un antico quartiere di Città del Capo, vivace e multirazziale. Venne cancellato dal regime segregazionista. Ora un museo ne ricostruisce la memoria. Mentre i vecchi abitanti tornano a casa

Elizabeth Masiza, 68 anni, sta immobile davanti a un mucchio di ferraglia arrugginita. Il corpo traballante poggiato ad un bastone, lo sguardo perso nei ricordi. «Qui si trovava la nostra casa», dice con un filo di voce. «Era piccola ma graziosa, con la veranda che dava sulla strada. Di sera tutta la famiglia si radunava lì a chiacchierare». Elizabeth si asciuga il viso umido solcato dalle rughe mentre si sposta dall’altra parte della via. «In questo fazzoletto di terra coperto dagli arbusti, un tempo si trovava un piccolo parco con due altalene appese a un albero sempre fiorito. Mio padre mi ci portava spesso… Che tristezza vedere il paradiso della mia giovinezza ridotto così».
A pochi passi, stretto in un cappotto consunto, c’è suo cugino Jacobs, un vecchietto dall’aria stanca e spaesata. «Erano quasi quarant’anni che non tornavo da queste parti, non pensavo fossero cambiate tante cose… La bellezza del posto, però, è la stessa». L’uomo indica, con un cenno della mano, la sagoma piatta della Table Mountain, la montagna che sovrasta Città del Capo, avvolta come sempre da un manto di nubi. «Solo qui si può sfiorare la sua vetta e nel contempo assaporare il profumo del mare… Questo è un posto unico, il luogo ideale per trascorrere gli ultimi anni della mia vita. E riposare in pace».
Un posto unico
     Per migliaia di sudafricani la visita a District Six si trasforma inevitabilmente in un malinconico tuffo nel passato, un viaggio nella memoria costellato di dolorosi rimpianti. Un tempo, questo lembo di terra d’Africa all’incrocio tra due oceani ospitava un sobborgo vivace e attraente, il «Sesto Distretto» di Città del Capo, il quartiere più vivace e cosmopolita della prima città sudafricana.
La popolazione era formata in maggioranza dai coloured, i meticci, che convivevano pacificamente con cittadini neri, bianchi, malesi, cinesi e indiani. District Six era un luogo multirazziale e interclassista. Vi trovavano casa la manodopera del porto, i commercianti asiatici, gli artigiani che sbarcavano il lunario nelle township. E centinaia di lavoratori bianchi della classe media. «Ciò che caratterizzava il quartiere era il senso di coesione sociale dei suoi abitanti – racconta lo studioso Davis Geoffrey, nell’introduzione del libro District Six (vedi box sotto) –, lo spirito comunitario e la vibrante vitalità di un gruppo eterogeneo di essere umani che si identificavano profondamente con il carattere distintivo del loro ambiente».
La segregazione
     Ovviamente quella caotica promiscuità non piaceva agli architetti dell’apartheid ("separazione" in lingua afrikaans) che volevano un Sudafrica diviso secondo rigidi criteri razziali. Il regime segregazionista aveva obbligato tutti i cittadini a registrarsi all’anagrafe in base al colore della pelle. Quindi aveva proibito i matrimoni e i rapporti sessuali interrazziali. Nel 1950 istituì il famigerato “Group Areas Act”, una legge che vietava la convivenza tra gente di pelle diversa. In pratica il governo stabilì che le terre migliori venissero riservate ai bianchi, mentre i cittadini neri e meticci (l’80% della popolazione) furono relegati in squallidi ghetti. Un apposito ministero – guidato dall’ex presidente Pieter W. Botha, uno degli esponenti di punta del regime dell'apartheid – aveva il compito di suddividere tutti i centri abitati secondo principi razziali. «Dopo aver assegnato una zona a un determinato gruppo – ricorda Davis Geoffrey – fissava la data entro cui da quello stesso territorio dovevano andarsene tutti coloro che appartenevano ad altri gruppi razziali».
Momenti bui
     Ciò avvenne anche per District Six: l’11 febbraio 1966 il quartiere venne dichiarato una whites-only area. Molti neri e meticci furono costretti a far le valigie e a trovare rifugio nei miseri bantustan della regione del Capo. Due anni dopo, a partire dalla primavera del 1968, iniziò la rimozione coatta di tutta la popolazione “non bianca”. Oltre 60mila persone vennero sfrattate e costrette dalla polizia a trasferirsi in ghetti lontani molti chilometri dal luogo dove erano nate e dove lavoravano.
Circa 4mila nuclei familiari furono sradicati dalle loro terre, occupate da quattro-cinque generazioni. Le loro povere case vennero abbattute e i terreni “bonificati” per far spazio a nuove e lussuose residenze destinate ai bianchi. Solo poche chiese e villette in stile vittoriano restarono in piedi: i bulldozer non risparmiarono quasi nulla del vecchio insediamento.
Una piaga aperta
     Nel 1979 l’area venne ribattezzata col nome di “Zonnenbloem”, che in afrikaans significa “fiore selvaggio”.
Ma il nuovo quartiere non fiorì mai. Pochi bianchi accettarono di trasferirvisi, ritenendo forse la zona insicura, e gli speculatori immobiliari pensarono bene di fare altrove i loro affari. Non mancarono neppure clamorosi boicottaggi e proteste da parte di intellettuali e riformisti bianchi (bollati dal governo come dei «sovversivi comunisti»), contrari ai crudeli sfratti imposti dal Group Areas Act. Per anni il territorio venne abbandonato coi suoi cumuli di macerie. Oggi, quarant’anni dopo la deportazione di massa dei suoi abitanti, District Six è ridotto ad un quartiere fantasma che dall’aereo prende le sembianze di un impressionate squarcio verde e grigio, a poca distanza dal centro di Città del Capo.
L’apartheid si è chiusa quattordici anni fa, con le prime elezioni libere vinte dall’African National Congress, eppure le ferite causate dal regime segregazionista tardano a cicatrizzarsi.
Una storia dolorosa
     Il governo ha predisposto un vasto piano di restituzione delle terre sottratte ai neri. Ma le procedure di assegnazione delle proprietà vanno a rilento. Solo poche centinaia di persone sono riuscite ad ottenere una qualche forma di risarcimento economico per le proprietà confiscate: al massimo hanno strappato 2500 dollari di rimborso. Ancora meno sono quelli tornati a vivere nel sobborgo. La gran parte degli ex abitanti – o dei loro legittimi eredi – ha messo radici altrove, e non intende spostarsi di nuovo. Anche perché – come già detto – il posto non è più accogliente come un tempo. «In fondo è giusto che resti così com’è: squallido e senza vita», dice un sudafricano di mezza età in visita al quartiere. «Questo è un luogo-simbolo della nostra tormentata storia. Una testimonianza dolorosa e necessaria, come quella offerta in Europa dai campi di concentramento nazisti».
A dire il vero, tutto il Sudafrica è costellato di posti che evocano strazianti ricordi. Ma in nessun altro luogo si percepisce la sensazione di abbandono che si prova a passeggiare tra le rovine di questo ex “quartiere arcobaleno”. Soweto, la più celebre e popolosa township sudafricana, è tornata a pulsare di vita. E pure le celle di Robben Island che ospitarono i prigionieri politici nel periodo dell'apartheid, oggi sono affollate dai turisti. Solo District Six resta un luogo desolato. «Il problema – spiega Keerthi Potluri, ricercatore all’University of Cape Town – è che pochi ex residenti percepiscono il ritorno nel quartiere come una forma di indennizzo, di simbolica riparazione, per la deportazione subita. Nell’immaginario collettivo District Six resta un posto intriso di sofferenza e di rancore. Ritornarvi farebbe riaffiorare un lacerante trauma psicologico».
Il controesodo mancato
     Le autorità hanno annunciato il rimpatrio di circa 4mila famiglie, ma non è una previsione credibile. Oggi solo una minima parte del territorio in cui sorgeva District Six può essere abitata (circa 40 ettari sui 150 ettari iniziali: meno di un terzo) poiché la zona è stata occupata da strade e capannoni industriali. Inoltre mancano i fondi per l’edilizia popolare promessi dal governo. Il Fondo Speciale per la Riqualificazione del Territorio finora ha finanziato la costruzione di poche decine di case e le domande per l’assegnazione dei nuovi appartamenti si stanno accatastando negli uffici della Trust and the Land Claims Commission. «Abbiamo avuto qualche problema burocratico e finanziario, ma ora le cose procedono bene», promettono agli sportelli della Commissione. Rassicurazioni generiche che non spengono il crescente malcontento.
Il comitato composto dai vecchi abitanti accusa il consiglio direttivo di Città del Capo (l’unica grande città sudafricana non controllata dall’African National Congress, Anc) di frenare la rinascita del quartiere. Ma il sindaco Hellen Zille, leader dell’Alleanza democratica, il principale partito d’opposizione sudafricano, nega stizzita ogni responsabilità e parla di «accuse farneticanti e demagogiche».
«Si scaricano le responsabilità da una parte e dall’altra», si sfoga Salama Abbas, un cinquantenne con la barba rada e grigia. «Nessuno sa dirmi quando verrà vagliata la mia richiesta e non è chiaro con quali criteri stanno assegnando le case… Quando cacciarono di qui la mia famiglia, io ero solo un bambino. Da un giorno all’altro fui separato e allontanato dai miei compagni, dai miei amici, dai miei vicini di casa. La mia infanzia finì in un momento. Terribile. Quel trauma nessuno potrà risarcirmelo».
Il museo della memoria
     Oggi una vecchia chiesa di District Six ospita un museo dedicato al signor Abbas e a tutti gli abitanti del quartiere che, come lui, hanno subito la stessa sopraffazione. Nel District Six Museum (www.districtsix.co.za) si trovano vecchie insegne e cartelli stradali. Gli oggetti personali, semplici e toccanti, della gente comune. E gli sconcertanti cimeli dell’apartheid («Riservata ai bianchi», c’è scritto su una panchina pubblica). Per terra, una grande cartina illustra la mappa dettagliata del quartiere dove gli ex residenti hanno indicato i punti in cui sorgevano le loro case. Alle pareti sono appese le fotografie sbiadite, in bianco e nero, che mostrano la sorprendente vitalità del luogo prima del suo annientamento. Si vedono matrimoni gioiosi, locali pieni di fumo e di gente, i ritratti delle famiglie vestite per i giorni di festa.
«All’epoca qui era meraviglioso», ricorda Menisha Collins, preziosa accompagnatrice del museo. «Per strada si mescolavano i profumi delle spezie che fuoriuscivano dalle botteghe e quelli del pesce fresco, accatastato sulle bancarelle al mercato. La gente passava il tempo all’aria aperta tra tanti amici di tutte le razze. E ogni sera c’erano concerti di musica jazz che finivano tardissimo». La signora Collins è nata a District Six e fu battezzata nella chiesa che oggi ospita il museo del quartiere. Lì dentro, tra una comitiva di turisti e l’altra, passa il tempo a ricamare sulle lenzuola le scritte in pennarello lasciate dai visitatori. Sono messaggi pieni di commozione e buonsenso. «Non dobbiamo lasciare che il tempo cancelli i ricordi, neppure i più angoscianti. Non c’è futuro senza memoria».


Leggere
A District Six è dedicato l’omonimo romanzo storico scritto dal sudafricano Richard Rive, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1990 dalle Edizioni Lavoro. Il libro è un commosso omaggio all’antico quartiere di Città del Capo, dove Rive era nato e di cui ricostruisce la storia avvincente e straziante. Una lettura che vibra di nostalgia e di passione sociale.





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