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UGANDA, VENTI DI PACE

Ad un passo dalla fine delle ostilità nel nord del Paese

Centomila morti. Due milioni di profughi. Un miliardo e mezzo di danni. E oltre venticinquemila bambini costretti a combattere. E il bilancio del disastroso conflitto che per oltre vent’anni ha martoriato le popolazioni del Nord Uganda. Oggi governo e ribelli sono vicini alla pace

«La pace è vicinissima, a portata di mano. Questa volta non dobbiamo farcela sfuggire». Il portavoce della delegazione governativa incaricata di trovare un accordo con i ribelli la Lord’s Resistance Army (Lra) non nasconde l’ottimismo. E neppure una certa apprensione. La diplomazia ha lavorato strenuamente nelle ultime settimane per convincere i capi dei guerriglieri a siglare la cessazione definitiva delle ostilità. Le autorità di Kampala sono determinate a porre la parola «fine» alla sanguinosa guerra che in 22 anni ha provocato almeno centomila vittime e ha costretto circa 2 milioni di persone nei campi profughi del Nord Uganda. La firma della pace sembrava vicinissima lo scorso 10 aprile, quando i negoziatori del governo e i rappresentanti dei ribelli si sono ritrovati in una sperduta località sudanese. Quel giorno quasi trenta milioni di ugandesi avevano le orecchie tese ai notiziari radiofonici. In attesa della buona notizia. E invece qualcosa è andato storto.
Kony il terribile
     Per l'ennesima volta il leader dell’ Esercito del Signore, Joseph Kony - un ex chierichetto che sognava di prendere il potere per governare secondo i Dieci Comandamenti biblici - pur avendo annunciato la volontà di firmare, non si è presentato al tavolo della pace. Il capo ribelle, inseguito da un mandato di cattura internazionale spiccato dal Tribunale dell'Aia per crimini di guerra e contro l'umanità, si è tirato indietro all’ultimo momento, pretendendo ulteriori garanzie per il suo futuro. «Scuse campate per aria», ha commentato sprezzante un portavoce governativo. «Abbiamo già assicurato che Koky non sarà estradato, ma giudicato da una corte tradizionale ugandese». Un’offerta generosa che però non garantisce nessuna immunità al comandante supremo dell'Lra. Del resto l’impunità non può essere negoziabile. Kony, autoproclamatosi “Messaggero di Dio”, ideologo di una micidiale dottrina che mischia misticismo e fondamentalismo cristiano, si è reso responsabile di brutalità terribili. Dal 1986, anno d’inizio del conflitto, i suoi uomini hanno rapito almeno 25 mila bambini nel nord Uganda, strappandoli alle loro famiglie per trasformarli in piccoli soldati.
«I comandanti dello Lra hanno commesso atrocità imperdonabili», ha tuonato la signora Fatou Bensouda, vice-procuratore della Corte penale che avrebbe – in teoria - il compito di giudicare il leader dei rivoltosi. «Il diritto internazionale prevedrebbe punizioni esemplari per i responsabili di queste barbarie». Vero. Ma le maglie della giustizia – fa notare la stampa ugandese - potrebbero allentarsi in nome della riconciliazione e della pace. Lo ha fatto capire lo stesso presidente Museveni, che ha rinunciato ad accanirsi contro il capo dei ribelli Joseph Kony, ritirando un ultimatum per la sua resa che rischiava di riaccendere le ostilità.
Negoziato difficile
     Le autorità di Kampala hanno offerto l’amnistia ai guerriglieri, tra le cui fila – affermano fonti governative - si starebbero già registrando molte diserzioni. Secondo il portavoce delle forze armate Felix Kulayigye, centinaia di miliziani, tra cui alcuni importanti comandanti, avrebbero accettato di deporre le armi. In realtà la situazione è ancora molto fluida e la tregua appesa ad un filo. Resta soprattutto l’incognita rappresentata da una presunta rottura in seno al comando militare dell’Esercito di Resistenza del Signore: spaccatura provocata da alcuni irriducibili ufficiali che non paiono intenzionati a disarmare. «Anche se la pace verrà firmata, ci sarà sempre qualche capitano dissidente pronto a riprendere le armi», fa notare, preoccupato, un missionario comboniano in Uganda. E’ probabile. Ma il governo ugandese è determinato comunque a tenere aperto ogni spiraglio di pace. L’ultimo inatteso “schiaffo” di Kony non ha rotto il cessato-il-fuoco concordato con le autorità. La tregua (ufficialmente scaduta lo scorso 16 aprile) “tiene”, per ora. Mentre i negoziatori sono impegnati a ricucire la tela del dialogo. Nessuno si fa troppe illusioni sui colloqui ripresi all’inizio di maggio: non sarà facile strappare la resa del Lord’s Resistance Army. Ma il protocollo d’intesa siglato lo scorso febbraio tra governo e ribelli rimane un punto fermo che non può più essere messo in discussione.
La ricostruzione
     E se il comandante Kony sostiene di lottare per i diritti del popolo Acholi (anche se non gode di un grande sostegno popolare) e per l’emancipazione delle regioni settentrionali dell’Uganda (effettivamente trascurate dal governo centrale), il presidente Museveni risponde lanciando un ambizioso piano di investimenti nel Nord del Paese per “il consolidamento della pace e la ripresa della vita sociale ed economica”. Un’impresa colossale. Vent’anni di guerra sono costati all’economia ugandese l’equivalente di 1,7 miliardi di dollari, 85 milioni l’anno, “quasi quanto gli aiuti allo sviluppo ricevuti dagli Stati Uniti”, ha calcolato il quotidiano indipendente ‘Daily Monitor’. Ancora oggi un milione e mezzo di persone sono costrette a vivere nei campi profughi. «La gente non si fida completamente del cessate-il-fuoco: le autorità devono garantire la stabilità con la collaborazione dei rivoltosi», ha ammonito Joaquim Chissano, ex-presidente del Mozambico, inviato dall’Onu in Uganda per dare nuovo impulso al negoziato in corso. «E’ giunta l’ora di archiviare definitivamente la ventennale guerra civile e pensare alla ricostruzione delle martoriate regioni settentrionali del Paese».
Il governo finanzierà con 600 milioni di dollari la realizzazione di strade, scuole, pozzi e ospedali. Senza dimenticare le famiglie devastate dalla guerra. Tra i primi beneficiari degli aiuti - ha assicurato il primo ministro Apolo Nsibambi - ci saranno circa duemila persone residenti nei dintorni del capoluogo di Gulu che, a causa delle violenze del conflitto, sono stati mutilati e resi invalidi. Da Kampala giungono segnali importanti che certo non bastano a cancellare il dolore, ma seminano la speranza nella popolazione civile dopo decenni di abbandono. A conferma di ciò giungono le parole di monsignor John Baptist Odama, arcivescovo di Gulu: «La situazione sta progressivamente migliorando. La gente ora può muoversi liberamente, anche di notte. Giorno dopo giorno torna a vivere senza angosce, nell’attesa fiduciosa di un futuro migliore».




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