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URLA NEL SILENZIO

Confessioni di un reporter sempre in prima linea

Giorgio Fornoni è un giornalista televisivo della trasmissione Report. Le sue inchieste hanno puntato i riflettori su angoli del mondo dimenticati e pericolosi: dal Congo alla Liberia, dalla Cecenia al Chiapas. «Ma la fatica maggiore è raccontarsi in un’intervista», assicura


«A volte vorrei spegnere la videocamera e mettermi semplicemente a piangere… In Eritrea camminavo in mezzo a decine di cadaveri di ragazzini mandati a morire per un pugno di pietre. Una distesa impressionante di corpi straziati, lasciati a decomporsi tra nugoli di mosche. L’odore della morte impregnava l’aria delle trincee. Avevo i conati di vomito, mi tremavano le gambe. Ma continuai a riprendere… Volevo mostrare al mondo l’orrore di una guerra che non faceva notizia. E quelle immagini sarebbero diventate le mie urla di fronte al silenzio dei media e delle diplomazie occidentali».
Giorgio Fornoni, 62 anni, non si è ancora stancato di indignarsi. Da più di trent’anni viaggia nei luoghi più pericolosi del pianeta. Per raccontare conflitti, rivoluzioni, epidemie, tragedie spaventose. Crisi dimenticate. «Volutamente ignorate dall’Occidente», ci tiene a precisare. Dalla Liberia alla Cecenia, dall’Afghanistan al Congo. Per lui il giornalismo è soprattutto passione civile. «Un modo per documentare la sofferenza di popoli che non hanno voce. L’unica vera ragione per la quale valga la pena rischiare tutto».
Parla come quei cronisti delle pellicole americane, tutti muscoli e adrenalina. Ma lui ha un fisico affilato, in apparenza fragile. Lunghi capelli grigi, un pizzetto da moschettiere, la voce dolce e calma. Un reporter senza frontiere fatto a modo suo. Testardo come un vero montanaro. «Per lungo tempo le mie inchieste non hanno avuto un pubblico – ricorda -. Le tivù nazionali non erano interessate. Ma non mi sono arreso». Dieci anni fa è approdato a Report. Da quel momento ha raccolto riconoscimenti importanti. Ma la fama non l’ha cambiato più di tanto. Fornoni resta un reporter indipendente. Inquieto, anomalo, sempre in cerca di vicende che nessuno si prende la briga di raccontare. Nulla a che vedere con certi inviati che seguono le guerre rintanati in hotel lussuosi e sicuri. «Le storie da raccontare si trovano sulle strade, tra le rovine fumanti, dove impazza la battaglia».
I soldi e gli amici non le mancano. Perché non se ne resta nel suo paesino di montagna, invece di andare a cacciarsi nei guai?
     Non ce la faccio a restare fermo. Ho il terrore che fermandomi non avrò più la forza né la voglia di ripartire. Sono un viandante della vita. Un pellegrino in cerca di risposte. Il lavoro di reporter mi aiuta a capire l’uomo. E dunque a capire chi sono io e dove sto andando…
Lei è figlio di una valle bergamasca: una terra dura, ristretta da barriere quasi invalicabili. Che cosa l’ha spinta a dilatare gli orizzonti?
     A 14 anni avevo già letto tutto Salgari: fantasticavo di mondi affascinanti e lontanissimi… Il mio mondo mi andava stretto, il viaggio era una via di fuga. Un modo per non arrendermi alla frustrazione dell’isolamento, all’idea della prigione naturale che mi circondava.
Eppure dopo ogni viaggio torna sempre lassù, tra le vette dell’Alta Val Seriana.
     Non rinuncio alle mie radici, agli affetti più cari, alla mia vecchia casa di pietra… Come un marinaio ho bisogno di un porto sicuro a cui approdare, dopo aver navigato nei mari più tempestosi e solitari…
Dalla Cambogia alla Sierra Leone, dalla Somalia al Kurdistan, lei sembra attratto dal suono delle armi: la guerra è così seducente?
     In guerra capisci chi è veramente l’uomo. Nel bene e nel male. Lì non ci sono finzioni, i sentimenti affiorano senza filtri… Per comprendere l’essenza dell’umanità bisogna spingersi fino alla linea del fronte, fare un passo più in là degli altri… E fare quel passo significa avvicinarsi alla verità.
Non è vero: chi va in prima linea racconta solo ciò che vede dalla sua parte. C’è anche il fronte nemico da documentare.
     E infatti bisogna far di tutto per varcare la linea del fronte. Ricordo quella volta a Monrovia, dopo ore di monotona sparatoria allo stesso angolo di strada, mi alzai a mani levate per chiedere uno stop alle due bande rivali. Stavo con un amico, Massimo Cappon. Assieme scavalcammo il fronte: io a mani alzate, lui che mi seguiva e mi riprendeva con la telecamera accesa. Eravamo appena arrivati oltre la barricata opposta, tra le acclamazioni generali, che la sparatoria riprese feroce. Ma noi avevamo il controcampo che volevamo, ed era salva anche la "par condicio" della nostra storia…
Un bel pericolo, forse un azzardo. Quante volte le è capitato di rischiare la vita?
     Nel 1997 mi trovavo in Zaire per documentare il traffico clandestino d’oro e diamanti. Venni sequestrato per una settimana dalla polizia segreta di Mobutu, nel cuore della foresta. Mi salvai grazie a un trafficante di pietre preziose. L’anno prima ero scampato a un’imboscata in Afghanistan mentre cercavo di raggiungere il fronte talebano: sentii il sibilo di un proiettile a pochi centimetri. Stesso terrore provato in India nel 1982, quando l’aereo in cui mi trovavo fu dirottato da un gruppo di fanatici sikh armati di bombe a mano: furono due interminabili giorni da incubo.
Qual è il servizio più faticoso che ha realizzato?
     L’inchiesta sulla pena di morte. Due anni nelle carceri di massima sicurezza in Texas e in Russia. Una fatica immensa per intervistare i condannati e assistere alle loro esecuzioni. Un lavoro duro, sfiancante, insopportabile… Conclusa l’inchiesta non ho avuto pace: per mesi ho dormito con la luce accesa, in preda agli incubi.
Ad ogni viaggio fa il pieno di morte e disperazione. Che cosa le resta, dentro, di tanto dolore?
     La sofferenza è come una gerla. Ogni viaggio è un sasso in più da metterci dentro. E quel peso te lo porti addosso, sulle spalle, sempre. Anno dopo anno diventa più difficile proseguire. Ma fermarsi significherebbe soccombere sotto quel peso… Per guarire dal dolore continuo a viaggiare. Solo così il mio spirito ritrova un po’ di pace.
Nel 1993 in Angola ha intervistato il leader ribelle Jonas Savimbi. Neppure il grande Ryszard Kapuscinski c’era riuscito. Com’è andata?
     Avevo i contatti giusti. Partii dallo Zaire di notte, a bordo di un Antonov russo carico di carburante per i ribelli sottoposti ad embargo. Giunto nel bush angolano incontrai Savimbi, un tipo affabile e intelligente. E riuscii a documentare i brogli alle prime elezioni libere.
Quello scoop è rimasto nel cassetto per anni…
     Già, era un’esclusiva mondiale. Ma nessuno in Italia volle trasmetterla. Dava fastidio perché contraddiceva i racconti dei grandi inviati, tutti tesi a demonizzare il capo dei ribelli dell’Unita e a sostenere il governo.
Per decenni non ha frequentato ambienti giornalistici. Ha realizzato inchieste e reportage infischiandosene dell’Ordine dei giornalisti e della sua tessera. Quasi un delitto, in Italia…
     Il mondo dell’informazione in Italia è come una casta. I freelance, i giornalisti indipendenti, non godono di alcun rispetto nelle redazioni. All’estero è diverso: il tuo valore non dipende dalla tessera che possiedi o dalle amicizie che frequenti…
Com’è lavorare per Report?
     Entusiasmante. Siamo una squadra affiatata. E Milena Gabanelli, autrice e conduttrice del programma, è abilissima nell’ottenere il massimo da tutti i collaboratori. Per me è una vera e propria scuola di giornalismo. Dove il rigore professionale fa rima con la passione. Ci prendiamo tutto il tempo necessario per confezionare le inchieste. Per l’ultimo lavoro sul Congo ho impiegato un anno di lavoro e ben sei viaggi.
Le sarà costato molto: investimento rientrato?
     Macchè. Le mie inchieste sono sempre in perdita, sotto il profilo economico. Ma non faccio questo mestiere per soldi. Per campare mi basta lo studio da commercialista che ho avviato anni fa, e che da sempre mi permette di viaggiare. I soldi non vanno tenuti in banca. Vanno spesi per vivere. E vivere significa inseguire i propri sogni.
Report è tra le pochissime trasmissioni che fanno inchieste e reportage in una televisione imbottita di intrattenimento e reality.
Siete un programma elitario, di nicchia. Non è frustrante?
     Siamo orgogliosi di rappresentare una valida alternativa alla solita tivù. Il pubblico ci ripaga: è questa la nostra forza. L’informazione in Italia è molto miope, provinciale. Gli esteri spesso scompaiono dai telegiornali. Uno spettacolo avvilente. Siamo soli? Pazienza: l’importante è non arrendersi. Come fanno i missionari…
Mai censurato?
     Mai. Ho sempre goduto della massima libertà. Magari ho ricevuto dall’esterno minacce e querele. Ma Report mi ha sempre sostenuto.
Nel 2002 realizzò un’inchiesta che suscitò clamore e provocò un coro di polemiche. Nel mirino c’erano organizzazioni governative, associazioni private, laiche e cattoliche, di aiuto ai Paesi più poveri. Ne è pentito?
     Assolutamente no. Ho denunciato le contraddizioni dell’”umanitario”. Quel lavoro mi è costato molti amici che lavoravano nel mondo della solidarietà internazionale. Ma non ho rimpianti: purtroppo alcuni organismi, italiani e non, hanno trasformato il volontariato internazionale in società di charity business. Non sono interessati più ad aiutare i popoli in difficoltà, ma rincorrono solo i finanziamenti e la visibilità che garantisce prestigio e sicurezza.
Un’accusa pesante...
     Un’accusa circostanziata. Provata. Con interviste, dati, immagini incontrovertibili. E difatti non sono piovute denunce o querele, ma solo una montagna di offese volgari… È il prezzo che ho pagato per avere detto ciò che tutti vedono. La verità, a volte, fa male. Ma per il mondo del volontariato internazionale è stata un’occasione mancata per farsi un esame di coscienza e cambiare rotta…
Le Ong non si aspettavano un simile attacco da una trasmissione “amica”…
     Conosco molto bene il mondo della cooperazione. L’ho frequentato per anni e seguo da vicino il lavoro dei nostri volontari. Molti di loro, intendiamoci, sono persone eccezionali. Generose e infaticabili. Ma oggi il circo degli aiuti insegue quello delle notizie. E cavalca la spettacolarizzazione delle “emergenze” umanitarie. Dove scorrono fiumi di denaro. A rimetterci sono i poveri che non si trovano sotto i riflettori.
Chi va in Africa a fin di bene rischia di commettere errori grossolani. È un pericolo anche per i missionari. Perché non critica anche loro?
     Ho grande stima di loro. Dedicano la vita agli ultimi. Senza chiedere nulla in cambio. Quando scoppiano le guerre molti di loro restano accanto alla gente. E rischiano la vita ogni giorno. Perché non hanno paura di denunciare i soprusi dei poteri forti…
Ma anche nel mondo missionario avrà visto qualcosa che non le piace…
     Sì. Alcuni religiosi si concentrano sugli aspetti materiali della loro missione. Realizzano grandi opere, costruiscono strutture imponenti. Ma così rischiano di dimenticarsi dell’uomo.
È credente?
     Sono dubitante. In cerca di risposte. Vorrei credere, ma questo non basta: per credere bisogna sentire la presenza divina… All’età di 11 anni volevo fare il missionario. Fu mio padre a obbligarmi a piantare tutto: dopo quaranta giorni mi venne a prendere in seminario e mi riportò in montagna. Non sopportava l’idea di lasciarmi partire per l’Africa. Per anni non gliel’ho perdonata. Oggi lo ringrazio. Non avevo la forza spirituale per sostenere la scelta della missione.
Che cosa consiglierebbe a un giovane che sogna di diventare reporter?
     È un mestiere fantastico, il lavoro più bello del mondo. Ma bisogna avere voglia di uscire dalla redazione, staccarsi dalla scrivania. E partire. Mischiarsi tra i poveri delle baraccopoli, camminare nei campi profughi, strisciare nelle trincee, farsi strada nella foresta. Inseguire le notizie là dove nessuno ha il coraggio di andare. E restare sempre coi piedi per terra: non siamo né santi né eroi. Solo cronisti che urlano nel silenzio.


Carta d’identità
     Giorgio Fornoni, bergamasco, professione commercialista, inizia la carriera giornalistica a 50 anni. In tivù ha documentato la lavorazione della coca in Perù, il traffico d’oro nell'ex Zaire, l'evacuazione della Liberia, i brogli elettorali in Angola, la guerriglia dei talebani. Dal 1999 è un collaboratore fisso di Report. Il suo sito internet personale è www.giorgiofornoni.com.



Dicono di lui
Milena Gabanelli
autrice e conduttrice di Report (Rai Tre): «Per anni Giorgio ha seguito i missionari sparsi per il mondo e documentato i suoi viaggi in maniera perfetta e meticolosa, come un professionista consumato. Quando ho visto il suo materiale sono rimasta sbalordita. Aveva fatto in dieci anni quello che un professionista realizza in un'intera carriera. È uno di quei casi in cui il dilettantismo è un valore aggiunto».
Valerio Massimo Manfredi
scrittore e archeologo: «Giorgio è riuscito a diventare un giornalista di punta partendo come garzone di bottega in una drogheria. Nei suoi viaggi ha maturato una vocazione politica terzomondista e antimperialista e ha profuso un impegno umano molto intenso, spesso a prezzo di rischi notevoli, ma senza rinunciare al gusto per il vivere bene».
Massimo Cappon
giornalista e fotografo: «Con Giorgio ho condiviso 15 anni di avventure nei luoghi più disparati. Ovunque lui aveva una carta segreta da giocare, spesso determinante. Scovava sempre qualche missionario bergamasco o amico di un amico di qualche prete che ci ospitava nei posti più assurdi o ci forniva un lasciapassare "impossibile": fosse il carcere di Cochabamba o la roccaforte di Marcos nella selva».

Report
I segreti del successo TV
     Ha collezionato scoop, vinto montagne di premi giornalistici, smascherato truffe colossali e incastrato politici corrotti. In undici anni di programmazione, sotto la guida di Milena Gabanelli, Report ha riportato in auge il reportage investigativo e l’inchiesta televisiva vecchio stile. Conquistando prestigio e autorevolezza. Ma anche un’ampia schiera di nemici. Inevitabile per una trasmissione che non fa sconti a nessuno, premiata pure dagli ascolti. Il segreto del successo? Un piccolo team affiatato di bravi redattori e collaboratori freelance. Che lavoro anche 6 mesi per realizzare un’inchiesta. E i risultati si vedono. L’archivio delle puntate è disponibile on-line: www.report.rai.it



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