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BATTAGLIE SUL GREEN

Il boom del golf in Africa non piace a tutti

A nord e a sud del Sahara si moltiplicano i manti erbosi che attirano golfisti da tutto il mondo. Specie in Sudafrica. Ma è un business per pochi che crea polemiche

Li chiamano caddie, “portabastoni”. Si guadagnano da vivere trasportando l’attrezzatura da gioco - mazze e palline - in un trasandato golf-club ugandese, a poca distanza dal lago Vittoria. «I nostri clienti sono uomini politici, businessman, diplomatici e turisti», spiegano orgogliosi. «Viviamo con le mance. E grazie al boom delle presenze straniere, gli affari vanno a gonfie vele». Il buonumore dei caddie africani è il segnale più evidente del rinnovato interesse per uno sport di origini nobili, importato dagli inglesi ai tempi delle colonie, che oggi sta vivendo una nuova primavera. Non solo in Uganda.
I golfisti occidentali volano sempre più numerosi a sud del Sahara per planare su spettacolari green, specie in Sudafrica e alle isole Maurizio. Ma anche in Kenya, Tanzania, Malawi e Zambia. Non solo. Nel Maghreb vanno di moda la Tunisia e il Marocco, coi loro suggestivi campi a ridosso delle dune sahariane. Anche l’Egitto e la Libia si stanno affacciando al mercato golfistico con investimenti ambiziosi. Insomma, nel continente più povero e malandato della Terra proliferano i paradisi artificiali per uno svago milionario che non conosce confini. Secondo stime della European Golf Association, in Europa ci sono almeno 6 milioni di appassionati di golf disposti a spendere cifre folli per giocarsi partite in scenari esotici ed elitari. I grossisti delle vacanze hanno fiutato l’affare lanciando pacchetti esclusivi in resort a cinque stelle che includono safari, trattamenti di bellezza e… verdissimi manti erbosi. «Gli operatori turistici che puntano sul golf stanno registrando utili record e alcuni hanno decuplicato i fatturati nel giro di cinque anni», conferma l’International Association of Golf Tour Operator, aggiungendo che «l’Africa australe è una delle destinazioni che stanno riscuotendo maggior successo».
Destinazione Sudafrica
     La gran parte del business è generato dal Sudafrica, che può vantare sul suo territorio (un paesaggio grandioso e mutevole con un clima perennemente ospitale) più di cinquecento campi da 9 o 18 buche: una galassia di green unici al mondo, disegnati dai migliori golfisti di fama internazionale. «Nelle regioni di Johannesburg, Durban e Città del Capo si trovano i nuovi santuari del golf mondiale», assicura la South African Golf Association. «Qui i giocatori più esigenti possono sfogarsi alle pendici di montagne imponenti, lungo coste panoramiche affacciate sull’oceano, in angoli intatti e solitari della savana». «Luoghi magnifici ma riservati ad una ristretta élite di sportivi danarosi», fa notare il South African Golf Development Board (www.sagolfboard.org) che da dieci anni si batte per rendere questo sport accessibile a tutti i sudafricani. Il suo motto è Growing the game, building the nation, “Sviluppare il gioco per costruire la nazione”.
«Ai tempi dell’apartheid il golf era uno sport riservato ai bianchi», ricorda il responsabile Martin Pinto. «Oggi l’abbattimento degli odiosi privilegi razziali può essere aiutato dalla diffusione di questo sport». Qualcosa in effetti sta già cambiando. Soweto, la più grande township del Sudafrica, dispone da poco di un campo da golf dignitoso, il Soweto Country Club, dotato di ostacoli e specchi d’acqua, ma è l’unico manto erboso disponibile a pochi euro ai giovani di colore. «Il golf resta uno sport elitario e classista: inutile tentare di riabilitarlo», denunciano gli attivisti del Global Antigolf Movement, una Rete Internazionale che si batte per contrastare la diffusione dei green. «L’industria del turismo golfistico non aiuta a far crescere le povere economie africane. Perché i soldi finiscono nelle tasche degli impresari che hanno trasformato i campi da gioco in miniere d’oro personali».
     L’Ong sudafricana Southern Cape Land Committee Trust rincara la dose, accusando il governo di aver svenduto ai privati «terreni preziosi che avrebbero dovuto restare patrimonio di tutti» e lancia una campagna per «ridistribuire alla gente comune le terre rapinate dal golf». «Le comunità povere che si trovano nei pressi della celebre Garden Route, la zona dei green più esclusivi, sono state sfrattate brutalmente dalle autorità», protesta la portavoce Angela Conway. «Oggi decine di migliaia di abitanti non hanno neppure la possibilità di raggiungere la costa poiché le strade d’accesso alle spiagge sono state sbarrate dai campi. Una truffa vergognosa e inaccettabile». L’organizzazione mondiale anti-golf (www.antigolf.org) punta il dito contro l’impatto ambientale: «Ogni campo da golf - denuncia un suo dossier - occupa cinquanta ettari e richiede in media 1500 metri cubi d’acqua al giorno, ovvero la quantità quotidiana necessaria a dissetare un paese di 6mila persone». Numeri impressionanti, che diventano schiaffi per quel miliardo e mezzo di persone nel mondo - 400 milioni sono africani - che non ha accesso all'acqua potabile.
Infine c’è il problema del massiccio uso di pesticidi: il settimanale New Scientist ha calcolato che su un campo da golf si riversa mediamente una tonnellata e mezzo di prodotti chimici all’anno, otto volte la quantità impiegata per i campi da riso. Se i caddie africani sapessero di respirare veleno ogni giorno, forse il loro umore cambierebbe.



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