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Intervista a Enzo Nucci, pioniere della Rai in Africa

È il primo e unico corrispondente della televisione italiana nel continente africano. Da due anni si sforza di raccontare popoli e Paesi che non fanno notizia. Peccato che i suoi servizi vadano in onda in orari impossibili

Il quartier generale della Rai in Africa si trova al sesto piano di un palazzone moderno nel cuore del Westland, quartiere residenziale di Nairobi. Le sbarre di acciaio alla porta d’ingresso ricordano che la capitale del Kenya - soprannominata dai suoi abitanti Nairobbery (dall’inglese robbery, “rapina”) - è diventata una delle metropoli africane più pericolose e violente.
«Appena sbarcato, mi hanno dato il benvenuto tentando di rapinarmi per la strada», racconta Enzo Nucci, 51 anni, giornalista televisivo di origini napoletane, già inviato speciale del Tg3, da due anni alla guida della prima sede Rai nel continente nero.
«All’inizio è stata dura», confessa. «Ho impiegato otto mesi per mettere assieme la “baracca”: ho dovuto trovare il posto per la sede, seguirne la ristrutturazione, fare i contratti per acqua, luce e gas. Recuperare l’attrezzatura, reclutare i collaboratori. E avviare le pratiche per i permessi di lavoro: un’odissea».
Uscito dal pantano della burocrazia locale, Nucci ha iniziato a esplorare gli angoli più travagliati d’Africa. E lo ha fatto alla sua maniera: con sguardo smaliziato, passione civile e irrefrenabile curiosità. Senza cedere alla tentazione di fermarsi e di accontentarsi. Oggi, sulla lavagna del suo ufficio vedo annotati i prossimi servizi da realizzare: lago Turkana, Kivu, Nord Uganda. Tre tappe di un viaggio impegnativo che ha l’ambizione di “dare voce a chi non ne ha”.

Nucci ha un’agenda fitta d’impegni, eppure in Italia fatichiamo a vedere i suoi reportage…
     «Da quando è stata inaugurata la sede, nel maggio 2007, ho realizzato svariati servizi su questioni di scottante attualità: la carestia in Etiopia, la guerra civile in Somalia, la nuova mafia keniana, la pacificazione del Sudan. Purtroppo la gran parte dei filmati è stata trasmessa a notte fonda, per una nicchia di spettatori insonni… Io faccio del mio meglio, ma non ho il potere di decidere i palinsesti».

Non è servito un granché aprire una sede Rai a Nairobi, se l’Africa continua ad essere il continente dimenticato dall’informazione televisiva…

     È presto per dare giudizi definitivi. Questa sede è nata grazie alla mobilitazione della cosiddetta società civile. Un caso unico nel suo genere. A richiederla con forza sono stati i missionari, le associazioni di solidarietà, i sindacati… L’apertura di un ufficio di corrispondenza a Nairobi è il segno di un rinnovato interesse del nostro sistema televisivo nei confronti di un continente che merita più attenzione e più rispetto.

In questi giorni, nelle regioni orientali della RD Congo, a poche centinaia di chilometri da qui, si sta consumando un catastrofe umanitaria di proporzioni spaventose. Perché se ne sta a Nairobi anziché documentare la tragedia del Kivu?
     Sto seguendo da molto tempo, e con estrema attenzione, il dramma congolese. Solo pochi giorni fa ero pronto a partire per Goma, ma alla vigilia del viaggio la direzione mi ha chiesto di restare in Kenya per documentare la reazione popolare alla vittoria di Barack Obama: un evento epocale anche per l’Africa!

Ancora una volta la politica-spettacolo ha avuto la meglio sulla denuncia di un dramma che riguarda milioni di africani…
     È stato frustrante dover rinunciare al viaggio programmato in Congo. Ma ho ricevuto ordini precisi dai miei generali: io sono un soldato semplice, ho dovuto ubbidire…

D’accordo, ma in Congo ci sono network televisivi stranieri, e la Rai è clamorosamente assente…
     L’unica tivù che sta coprendo egregiamente la crisi congolese è Al Jazeera, la nuova regina dell’informazione televisiva. Ha rubato la scena a Cnn e Bbc, i cui notiziari sono troppo influenzati dagli interessi geopolitici dell’Occidente.

Cioè?
     Prendiamo l’esempio appunto del Congo. Sono già morte quattro milioni di persone. Ma la prima volta che il pubblico europeo e americano ha visto questo conflitto sui teleschermi è stato quando in Occidente hanno cominciato a scarseggiare le materie prime di cui è ricco il sottosuolo del Kivu. La Sony ha dovuto rimandare il lancio della nuova Playstation per colpa della guerra in Congo: mancavano le scorte del coltan, il prezioso conduttore del business hi-tech. Solo allora i telegiornali si sono degnati di parlare delle vittime congolesi.

I responsabili dell’informazione snobbano l’Africa, il pubblico è assetato d’intrattenimento. Ma forse anche i giornalisti hanno le loro responsabilità…

     Ognuno ha la propria dose di responsabilità: anche i cronisti che stanno rinchiusi nelle redazioni mentre il mondo fuori è pieno di notizie che nessuno racconta. Ma non deve sfuggire il contesto in cui operiamo. I grandi media italiani sono poco interessati a ciò che accade oltre i confini nazionali - le pagine degli esteri sono povere e sacrificate -, in compenso sono attentissimi ad osservare come si muove il nostro ombelico. Trascurano i grandi temi internazionali, tagliano il budget per gli inviati, per enfatizzare i pettegolezzi e le polemiche che ruotano attorno al nostro establishment.

La politica è una grande passione dei giornalisti, non certo degli italiani…
     È il paradosso della nostra informazione. L’unica - in tutto il mondo occidentale - che riservi tanto spazio ai vizi e ai capricci del Palazzo. I quotidiani italiani dedicano dieci, quindici pagine ai politici: raccontano le loro vacanze, le loro serate, le loro avventure amorose. Non so in quanti leggano quelle pagine, io francamente le trovo di una noia mortale. Nel mondo anglosassone è diverso: lì i giornali spiegano le leggi appena provate, smascherano le fregature dei governanti, contribuiscono a far crescere la coscienza civile dei lettori.

I giornali italiani non godono di buona salute, ma la tivù non sembra stare meglio.
     La televisione italiana è brutta. Piena di programmi sinceramente indecorosi. L’informazione è provinciale e miope, salvo poche eccezioni. Non sono contrario ai varietà, ai quiz, alle fiction: piacciono alla gente e portano i soldi della pubblicità. Ma è possibile, mi chiedo, che su tre canali televisivi non si possa trovare uno spazio appropriato per promuovere documentari, reportage e inchieste vecchio stile?

Nairobi è un osservatorio privilegiato per capire dove sta andando il continente africano: che idea s’è fatto?

     Non ho ancora le idee chiare. L’Africa è dinamica, in pieno movimento, non sopporta interpretazioni schematiche. Noi occidentali siamo abituati a giudicare le cose attorno a noi secondo categorie di analisi che qui vanno in frantumi… Più tempo trascorro in Africa e più prendo coscienza della difficoltà di capire fino in fondo questo continente, affascinante e misterioso.

E’ un “afrottimista”?
     Sì. Avverto un’energia incredibile che fa vibrare questa terra. Il 70% della popolazione ha meno di 15 anni. Questi giovani hanno una marcia in più: riescono a fare cose incredibili con pochi mezzi. Gli slum di Nairobi sono pieni di artisti, musicisti, atleti e studiosi di grande valore. Hanno determinazione, voglia di cambiare, ansia di riscatto. Ci stupiranno, ne sono sicuro. L’Africa non è solo la culla dell’umanità: è anche il futuro del mondo. Per capire cosa accadrà domani, dobbiamo volgere il nostro sguardo verso sud. Da lì ariveranno le notizie più interessanti.




Chi è

Enzo Nucci è nato a Napoli nel 1957. Scrive i primi articoli a 16 anni sui giornali del movimento studentesco. Durante gli anni della facoltà di Giurisprudenza lavora in vari giornali e televisioni private. Collabora ai quotidiani Il Diario, Il Corriere dell’Umbria e Il Mattino. Nel 1988 viene assunto in Rai. Matura esperienze internazionali seguendo i conflitti nella ex Iugoslavia, nel Kosovo, in Afghanistan, Iraq. Come inviato del Tg3 realizza reportage in Zimbabwe, Repubblica del Congo, Sudafrica, Algeria. Nell’agosto 2006 è stato nominato corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.


PER RICORDARE...
La sede Rai di Nairobi è dedicata a Ilaria Alpi, Miriam Hrovatin e Marcello Palmisano, giornalisti e operatori uccisi in Somalia tra il 1994 e il 1995



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