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OMO, IL FIUME IMBRIGLIATO

Una superdiga rischia di prosciugare la Valle dell’Omo

Nell’estremo sud dell’Etiopia un gigantesco impianto idroelettrico (costruito da un’azienda italiana) minaccia le comunità locali e l’ecosistema di un’area considerata “Patrimonio dell’umanità”

La parola gilgel in amarico significa “piccolo”. Ma la “Gilgel Gibe 3” sarà la diga più grande d'Etiopia: un muro imponente, alto 240 metri, che sbarrerà il corso del fiume Omo, nel sud del Paese.
Una volta terminata, la centrale idroelettrica produrrà 1870 Megawatt di corrente. «Sarà una risposta concreta alla domanda crescente di energia elettrica nel Paese e nelle nazioni confinanti», assicurano i politici. Ma l’ottimismo dei governanti non convince tutti. «La diga non porterà alcun reale sviluppo e sconvolgerà un ambiente fragile e prezioso con inevitabili conseguenze per la popolazione locale», avverte il professor Richard Leakey, paleoantropologo e profondo conoscitore della regione. «Mezzo milione di persone innocenti e senza voce subiranno gli effetti nefasti del progetto».
Timori e sospetti
     Le preoccupazioni diffuse tra gli osservatori indipendenti non paiono scalfire i progetti delle autorità etiopiche, che anzi spingono per accelerare i lavori assegnati nel 2006 all’italiana Salini Costruttori. Del resto l’ambizioso piano energetico del governo di Addis Abeba prevede la costruzione di altri due impianti, Gibe 4 e Gibe 5, sempre sul fiume Omo, e investimenti (ovvero prestiti dall’estero) per oltre 7 miliardi di dollari entro il 2015. Un progetto economicamente molto rischioso per un Paese in cui gli aiuti esteri rappresentano il 90% del budget nazionale, ma soprattutto un progetto fortemente contestato per l’impatto devastante che potrebbe avere sull’ambiente e sul futuro dei popoli della Valle dell’Omo.
I punti oscuri del colossale affare sono diversi. Innanzitutto, un contratto assegnato senza gara d’appalto, in aperta violazione delle severe leggi nazionali volte a prevenire la corruzione nel settore delle grandi opere pubbliche. E poi un progetto iniziato senza copertura finanziaria, in assenza di adeguate valutazioni di impatto ambientale e sociale, e approvato formalmente solo nel luglio 2008, quasi due anni dopo l’inizio dei lavori.
Infine, le mancate consultazioni pubbliche. Il governo afferma di aver informato del megaprogetto le comunità locali, e di aver raccolto nei villaggi pareri e suggerimenti come previsto dalla legge, ma i popoli della Valle dell’Omo restano per lo più ignari delle politiche del governo.
C’è chi dice no
     Lungo il corso dell’Omo vivono almeno 200mila persone di etnie diverse (Mursi, Bodi, Daasanach, Kara, Kwegu e Nyangatom) che conservano uno stile di vita legato al delicato equilibrio dell’ecosistema e delle risorse naturali. Il fiume scorre per circa 600 chilometri in una regione nota per la sua straordinaria biodiversità, proclamata dall’Unesco “Patrimonio dell’umanità”. La diga creerà un bacino lungo più di 150 chilometri con inevitabili sconvolgimenti per l’ambiente e le comunità locali di pastori e contadini.
«Senza le naturali esondazioni le nostre terre diverranno aride», si è sfogato con la Bbc un anziano mursi. «E la diminuzione dell’acqua farà scoppiare guerre tra poveri». Preoccupazioni condivise dagli studiosi ecologisti, secondo i quali la diga potrebbe provocare carestie, problemi di salute, dipendenza dagli aiuti umanitari e un generale disfacimento dell’economia della regione nonché della stabilità del suo tessuto sociale. Le associazioni International Rivers, Survival International e Crbm hanno lanciato una campagna (vedi www.survival.it). Ma il governo etiopico ha fretta. L’investimento è ingente (e i costi stanno già lievitando) e Addis è determinata nel ridurre al silenzio il dissenso. Lo scorso luglio, è stato revocato il riconoscimento a quarantuno Ong e associazioni comunitarie locali con l’accusa di «non cooperare». Un segnale intimidatorio che certo non aiuta a dissipare le inquietudini.


Business dighe
     Gilgel Gibe in Etiopia è solo l’ultima delle 1.270 dighe costruite in Africa. Dal Nilo allo Zambesi, dal Senegal al Congo, tutti i maggiori corsi d’acqua del continente ne sono costellati. E gli impianti talvolta producono più danni (ambientali e sociali) che energia. Emblematico è il caso del fiume Orange, tra Sudafrica e Lesotho, dove sono state realizzate ben 25 dighe, che hanno causato lo sfratto di decine di migliaia di persone e modificato il clima. Senza produrre sviluppo nelle comunità.
Per approfondire, segnaliamo l’inchiesta “Dighe contro lo sviluppo” curata dalla Campagna per la riforma della Banca Mondiale. Tel. 02 7826855, www.crbm.org.


Affari italiani
     Fin dagli anni Sessanta l’Italia è impegnata nelle grandi opere idrauliche in Africa. Oggi la società romana Salini è uno dei primi quattro costruttori mondiali di dighe. In Africa, oltre ai controversi impianti di Gilgel Gibe, la Salini ha realizzato le dighe di Beles, sempre in Etiopia, Bujagali in Uganda (leggi il reportage "La diga di Bujagali") e Bumbuna in Sierra Leone. Malgrado la recessione mondiale, gli affari vanno a gonfie vele: nel 2003 la società fatturava 131 milioni di euro, oggi punta a superare il miliardo.



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