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IL VINO DELLA SAVANA

La Tanzania brinda al successo della produzione enologica

Nelle assolate campagne attorno alla capitale Dodoma, tra acacie e baobab, si vanno diffondendo i vigneti. Merito di una cantina sociale, ideata da un imprenditore italiano, che produce ed esporta ottimo vino

Le giornate a Hombolo iniziano presto. Già prima dell’alba la strada polverosa che esce dal villaggio è percorsa da file di contadini,
camioncini carichi di mercanzie, carretti trainati dai buoi e gremiti di braccianti dall’aria assonnata.
I traffici con la capitale Dodoma, distante appena 40 chilometri, sono intensi. In pochi anni quello che era un sonnecchioso grumo di baracche si è trasformato in una cittadina dinamica che fatica a contenere i suoi 15mila abitanti. Ovunque stanno spuntando costruzioni coi mattoni rossi e i tetti di lamiera. Nelle case sono comparse le prime televisioni, i frigoriferi, gli impianti di condizionamento dell’aria. A dispetto della recessione mondiale, qui le attività economiche corrono.
L’intuizione dei missionari
     «Merito del nostro vino», assicura Fiorenzo Chesini, ingegnere veronese, 48 anni, artefice di un’impresa che sta rianimando il cuore della Tanzania. «Solo cinque anni fa questa era una zona povera e

depressa: la popolazione vivacchiava con miseri raccolti di mais, fagioli, patate; molti giovani cercavano fortuna emigrando. La svolta è arrivata con l’avvio della produzione vinicola».
Vino nella savana, tra acacie e baobab? Pare impossibile eppure la regione di Dodoma, situata su un altopiano di 1.100 metri, offre condizioni ambientali e topografiche favorevoli alla coltivazione della vite. Il clima è gradevole e ventilato, con temperature che oscillano tra i 20 e i 35 gradi, la terra è buona, acqua e sole non mancano: ogni anno si possono fare due vendemmie.
Il primo a capirlo fu un missionario italiano, padre Cesare Orler, sacerdote trentino dalla lunga barba bianca, che una trentina di anni fa importò alcune piante di vite di Teroldego e Marzemino, allo scopo di produrre vino per la Chiesa locale.
«C’era perfino riuscito, il bravo missionario, a far crescere i vigneti, ma inviato in una nuova missione aveva dovuto lasciare la
coltivazione in mani meno esperte», racconta Chesini che nel 2002 giunse a Hombolo, invitato da un’associazione umanitaria, per scavare un pozzo d’acqua potabile. «Quando arrivai mi accorsi della presenza delle vecchie viti. Incuriosito, assaggiai l’uva: era buonissima. Fu allora che mi venne l’idea di aprire una cantina».
Il business dell’uva
     Il governo tanzaniano aveva già tentato l’impresa, ma i risultati erano stati deludenti. La Tanganika Vineyards Company non era riuscita a decollare per carenza di tecnologia e di professionalità adeguate. «Fanno il peggior vino del mondo: decisamente imbevibile», fu il ruvido commento della guida Routard. Per molti osservatori stranieri, i progetti vinicoli della Tanzania erano destinati a fallire.
Ma Chesini - cresciuto sulle colline della Valpolicella, tra vigneti e cantine - era convinto della possibilità di migliorare quantità e qualità del prodotto. In breve tempo fece arrivare a Hombolo un team di esperti professionisti: il miglior know how italiano in materia di enologia e agronomia. Alle coltivazioni avviate dai missionari affiancò vitigni nobili quali l’Aglianico, lo Shyra, lo Chardonnay e lo Chenin Blanc, originario della Loira.
Infine ricavò, da un vecchio deposito di cereali in mezzo alla savana, una moderna cantina dotata delle più sofisticate attrezzature: enormi serbatoi di fermentazione e di stoccaggio in acciaio inox, macchinari per l’imbottigliamento e l’etichettatura, un laboratorio di ultimissima generazione per l’analisi dell’uva e del vino.
Per l’avvio dell’impresa Chesini coinvolse la Fondazione San Zeno di Verona, che finanzia progetti di sviluppo nelle zone disagiate. Nacque così nel 2005 la Cetawico (Central Tanzania Wine Company). La prima vendemmia fornì 500 ettolitri di vino, l’anno dopo la produzione raddoppiò.
Nel 2007 gli ettolitri di vino diventarono 2.200, nel 2009 oltre diecimila: un ritmo di crescita pazzesco.
«Quest’anno arriveremo a 18mila ettolitri. La Tanzania diventerà così il secondo produttore di vino del continente, dopo il Sudafrica», puntualizza Chesini che gode del sostegno delle autorità locali (al Capo di Stato Jakaya Kikwete, affezionato cliente della cantina, è dedicata la prestigiosa etichetta Presidential).
Un’impresa sociale
     Gli effetti del business si vedono: i vigneti hanno ripreso a popolare le campagne attorno a Dodoma e molti giovani hanno rinunciato a fuggire in città per dedicarsi alla viticoltura. «Oggi acquistiamo uva da oltre trecento produttori. E il loro numero aumenta parallelamente allo sviluppo della nostra cantina», sorride compiaciuta Devotha Kiwori, manager della Cetawico.
«Le vendite vanno a gonfie vele: riceviamo ordini anche da Kenya e Uganda, non riusciamo neppure a soddisfare le richieste del mercato. Il segreto del successo? La cura premurosa del prodotto, a cominciare dall’uva».
La coltivazione è completamente biologica, bandito l’uso dei fertilizzanti chimici. I viticoltori vengono istruiti con corsi di aggiornamento tenuti da esperti agronomi. Un mese dopo la vendemmia ricevono generosi compensi: settecento scellini per un chilo di acini rossi, mille scellini per un chilo di bianchi.
«Siamo una vera impresa sociale», rivendica con orgoglio Luca Scuffi, 60 anni, fiorentino, un passato da consulente aziendale, trasferitosi nel cuore della Tanzania per sostenere la crescita della Cetawico. «La riconversione dei vigneti ha portato occupazione e benessere diffuso in tutta la zona. A ben guardare, la nostra cantina è più efficace di cento progetti di cooperazione… Gli africani non
hanno bisogno di aiuti, di elemosina. Hanno bisogno di investimenti, formazione e progetti imprenditoriali. Esattamente ciò che offre la Cetawico».
Le bottiglie della cantina sono già arrivate in Europa e negli Stati Uniti dove hanno ottenuto i primi importanti riscontri.
Ma ora c’è da conquistare il mercato interno: se migliaia di turisti occidentali in vacanza hanno mostrato di apprezzare il prodotto, la gran parte della popolazione tanzaniana preferisce ingollarsi di birra.
«È una questione culturale, ci vuole tempo per cambiare le abitudini della gente», spiega Nyemo Malundo, 36 anni, socio della cantina.
«Ma siamo ottimisti: il vino è sempre più presente nei supermercati. La nuova classe media sta scoprendo il piacere di festeggiare il successo alzando i calici di vino». E la gente di Hombolo ha buoni motivi per brindare.



DIDASCALIE

I vigneti crescono rigogliosi nella savana punteggiata da possenti baobab. La scelta dei tempi della vendemmia viene programmata da un ingegnere locale coadiuvato da un agronomo italiano

La Cetawico acquista uva da produttori sparsi nel raggio di 100 chilometri. Il succo viene pompato in enormi serbatoi di fermentazione in acciaio a temperatura controllata

Nei serbatoi di stoccaggio in acciaio inox ha luogo la maturazione del vino

La linea di imbottigliamento è completamente automatica ed è dotata di impianto di microfiltrazione

Le bottiglie etichettate vengono inserite nei cartoni, pronte per essere messe in vendita

La selezione dei vini è stata messa a punto con l’apporto di un enologo italiano

Nel cuore della Tanzania piove poco, ma grazie alle canalizzazioni costruite negli anni Novanta dal governo italiano, la terra è fertile e si vendemmia due volte all’anno

La nuova cantina è diventata il fulcro vitale della piccola comunità di viticoltori locali, ai quali fornisce formazione e assistenza per il miglioramento delle coltivazioni

Cetawico è un’impresa che coniuga business e impegno sociale. Produce vino biologico a circa 700 chilometri a sud dell’equatore. E dà lavoro a centinaia di tanzaniani. www.cetawico.com

La produzione vinicola tanzaniana è concentrata nella zona della capitale Dodoma. Qui è sorta una cantina all'avanguardia, con l'importazione del migliore know how italiano: la Cetawico

I due manager tanzaniani di Cetawico, Devotha Kiwori e Nyemo Malundo, al lavoro nel loro ufficio, affiancano l’ingegnere Fiorenzo Chesini nella gestione della cantina sociale

Le bottiglie tanzaniane sono destinate prevalentemente al mercato africano

I vini di qualità superiore, dai profumi intensi e persistenti, vengono fatti maturare in tradizionali barrique all’interno di celle frigorifere a temperatura e umidità controllate

In Africa i vini tanzaniani sono secondi solo a quelli sudafricani per qualità e quantità

Nel Paese dei safari (Serengeti) e dei paradisi tropicali (Zanzibar), i vigneti rappresentano un’industria in forte espansione

Di recente il governo tanzaniano ha finanziato la formazione di cento giovani viticoltori e ha concesso a ciascuno un ettaro di terra per la produzione di uve nella



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