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LA SECONDA VITA DELLE AUTO

Sulle strade d’Africa rinascono le vecchie carrette europee


Nei porti africani approdano ogni giorno migliaia di auto che in Europa non possono più circolare. Vecchie utilitarie, furgoni arrugginiti, ex macchine di lusso. Ma ora il mercato dell’usato è insidiato dai cinesi

Sbarcano ogni giorno a migliaia nei porti di Dakar, Abidjan, Cotonou, Lomè, Lagos e Douala. Hanno carrozzerie consumate dal tempo, motori rumorosi e acciaccati, pneumatici sbrecciati, tubi di scappamento che sbuffano veleni.
Mercedes d’altri tempi, Citroen decrepite, Wolkswagen incidentate, Toyota passate di moda… Vetture fuori produzione da decenni con almeno centomila chilometri di strada alle spalle. Vecchie carrette a quattro ruote che in Europa non vuole più nessuno.
Dovrebbero finire rottamate, fatte a pezzi, ridotte ad un mucchio di ferraglia. E invece finiscono sui mercantili che fanno rotta verso l’Africa. Qui riconquistano interesse e valore (dai tremila fino ai diecmila euro: un’enormità).
AFFARI COLOSSALI
     Il business internazionale delle auto usate è esploso vent’anni fa, quando nei Paesi dell’Unione Europea sono entrate in vigore norme più rigide che hanno limitato o vietato la circolazione a milioni di vetusti furgoncini, fragili utilitarie, ex auto di lusso senza più appeal.
In Africa le leggi per la sicurezza e per la tutela dell’ambiente erano assai più indulgenti: un’opportunità preziosa per i grossisti dell’import-export. Come per magia i veicoli più obsoleti sono resuscitati. E hanno cominciato una nuova vita (destinata fisiologicamente però a durare pochi anni) nelle caotiche strade delle metropoli africane.
Le Fiat Regata del 1983 si sono trasformate in taxi nuovi di zecca in Guinea, le Opel Corsa del 1982 hanno ritrovato lo smalto di un tempo in Camerun e Ghana, le Renault 5 del 1978 hanno ripreso a ruggire orgogliose in Costa d’Avorio. Negli ultimi due decenni il commercio dei veicoli di seconda mano in Africa è cresciuto a ritmi pazzeschi.
Oggi, rivela uno studio della Banca Mondiale, questo mercato garantisce 20mila posti di lavoro, muove ogni anno 700mila veicoli e frutta un giro d’affari di oltre 2 miliardi di dollari. Ma le cose sono destinate presto a cambiare. L’invasione delle auto low-cost cinesi e indiane in Africa minaccia le esportazioni dell'usato europeo.
Oggi a Luanda o Maputo, con lo stesso prezzo di una scassata Peugeot, si può acquistare un Suv nuovo fiammante della cinese Chery o dell’indiana Tata. Non sarà il massimo dalla qualità. Ma rispetto a un vecchio trabiccolo europeo inquina di meno e dura di più.




Vetri rotti
     Parabrezza danneggiati? Lunotti o finestrini scheggiati? I vecchi cristalli della vostra vettura non sempre finiscono in discarica. Una parte finisce nel cuore dell’Africa. A Kishasa, capitale del Congo RD, ci sono commercianti specializzati nella vendita di vetri deteriorati o incidentati. Questi parabrezza arrivano dall’Europa e costano cinquanta volte di meno dei cristalli nuovi. In teoria il codice della strada li vieterebbe. Ma alla maggior parte degli automobilisti (e dei poliziotti) congolesi vanno benissimo.


Il futuro? Auto nuove low-cost
     Il colosso Great Wall Motor ha decuplicato in un anno il numero dei suoi rivenditori africani. La Chery ha aperto uno stabilimento in Egitto. La Beijing Automotive sta sviluppando dei modelli economici specifici per il continente nero. L’industria automobilistica cinese sta conquistando l’Africa con un ampio ventaglio di veicoli – utilitarie, suv e mezzi commerciali – che costano assai meno dell’usato europeo. Un duro colpo per gli importatori (africani, europei e libanesi) che si sono arricchiti finora riciclando i nostri vecchi rottami.







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