Marco Trovato
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LA LEGGE DEL TERRORE

Somalia, sentenze shock dei giudici integralisti


Fustigazioni, amputazioni, lapidazioni. Sono atroci le pene inflitte dai tribunali imposti in Somalia dai miliziani fondamentalisti collegati ad Al Qaeda


La prima sentenza fu emessa il 3 novembre del 2008. Nella città meridionale di Chisimaio una ragazzina di 13 anni venne giustiziata a colpi di pietre. Si chiamava Aisha Ibrahim Dhuhulow, aveva il corpo e lo sguardo di una bambina. Pochi giorni prima di morire era stata violentata sulla strada da tre uomini. Lei stessa si era rivolta alle autorità locali per denunciare lo stupro e chiedere giustizia. Ma un tribunale “islamico”, capeggiato dallo sceicco Hayakalah, l’aveva trasformata da vittima a imputata. Accusandola di adulterio. E condannandola ad una pena atroce.
     Aisha venne trascinata sulla piazza principale dai miliziani integralisti Al Shabaab (i «giovani»). Coperta da un velo verde, legata con forza alle gambe e alle mani, la ragazzina fu sepolta in una buca fino alle spalle. Poco dopo venne bersagliata da una pioggia di massi lanciati da una masnada di fanatici urlanti. Le pietre usate per la lapidazione erano «a norma di legge coranica», assicurò il portavoce dei boia ai microfoni dell’emittente somala Radio Shabelle: «Né troppo grandi da causare morte istantanea, né troppo piccole da risultare inoffensive». L’agonia di Aisha durò quasi dieci minuti: un’eternità. E la crudele esecuzione avvenne sotto gli occhi di centinaia di spettatori. Fu solo l’inizio dell’orrore, la prima vittima di una giustizia mostruosa che non conosce pietà.
La legge del taglione
     Amputazione degli arti per i ladri (o presunti tali), lapidazione er gli adulteri e le spie, flagellazione per chi commette reati minori. Ma anche decapitazioni e fucilazioni. Nelle vaste zone della Somalia sotto il controllo delle fazioni Al Shabaab (off-limits per i cronisti indipendenti), le esecuzioni pubbliche sono oramai una consuetudine alimentata da un’interpretazione selvaggia della legge islamica. Denuncia Amnesty International nell’ultimo rapporto sulla Somalia: «Lo scorso 25 giugno davanti a una folla, a Suqahola, quartiere di Mogadiscio, i miliziani hanno amputato la mano destra e il piede sinistro a quattro giovani accusati di rapina. Il 28 settembre, un plotone di esecuzione ha fucilato pubblicamente due uomini accusati di spionaggio per conto degli americani. Il 16 ottobre, alcune donne di Mogadiscio sono state fustigate perché indossavano reggiseni (contrari alla morale dell'islam, secondo gli estremisti). Il 7 novembre, un uomo accusato di reati sessuali è stato lapidato a morte davanti a una folla a Merka…».
     L’elenco delle esecuzioni è lungo e denso di particolari raccapriccianti. I capi delle milizie Al Shabaab, ritenuti vicini ad Al Qaeda, sostengono di voler ripristinare la sharia, il codice penale coranico, per riportare l’ordine in Somalia. Il Paese è senza legge dal 1991, quando venne rovesciato il Presidente Siad Barre e scoppiò un conflitto fratricida tra clan (tribali e mafiosi) rivali. Nel 2004 i principali signori della guerra raggiunsero un accordo per formare un parlamento di transizione. Dalla fine del 2009, il fragile Governo di Transizione Somalo (insediatosi a Mogadiscio solo grazie alla protezione dell’esercito etiopico e protetto tutt’oggi dai soldati dell'Unione Africana) controlla solo una piccola parte della capitale, che è invece per il resto sotto il dominio degli Shabaab.
     I gruppi antigovernativi tengono sotto scacco anche il centro-sud della Somalia. In questi territori i ribelli integralisti impongono una legge agghiacciante che non ha nulla a che vedere con l’islam e ha il solo scopo di seminare il terrore. Le sentenze emesse dai tribunali non prevedono alcun appello e, cosa ancora più grave, non sono quasi mai supportate da prove certe, testimonianze attendibili, confessioni o ammissioni di colpa (se non quelle estorte con la tortura). Basta il parere di un giudice fanatico per mettere fine alla vita di un imputato. È successo alla piccola Aisha e continua a succedere a tantissimi cittadini innocenti massacrati ogni giorno, nel silenzio, in quell’inferno chiamato Somalia.


Pena coranica?
     Le lapidazioni in Somalia hanno riportato d’attualità il dibattito tra teologi e intellettuali sull’origine religiosa di questa feroce forma di pena capitale. Il Corano non ne parla, semmai prevede la fustigazione per gli infedeli. La pratica viene citata in un controverso hadith, un detto attribuito al profeta Maometto. Secondo la sharia (la legge islamica), la pena può essere inflitta agli adulteri solo se la colpa è provata da quattro testimoni oculari affidabili.
I pochi Stati in cui la lapidazione è ancora legale (Iran, Pakistan, Nigeria, Yemen, Arabia Saudita) hanno decretato da anni moratorie sostanzialmente rispettate. Ma per chi vive in territori senza governo, come la Somalia, dove la legge è in mano a fanatici, la morte sotto le pietre resta un incubo.


La Somalia
     Superficie: 637.657 km2 (due volte l’Italia)
Abitanti: 11 milioni (Onu, 2008)
Capitale: Mogadiscio
Capo di Stato: Sheikh Sharif Ahmed
Lingue: somalo, arabo, inglese, italiano
Religione: islam
Aspettativa di vita: 46 anni
Mortalità infantile sotto i 5 anni: 18%




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