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LIBIA, LA RIVOLUZIONE DEL CALCIO

Dopo il lungo incubo di Saadi Gheddafi, la nazionale "ribelle" sogna in azzurro

Sotto Gheddafi, il terzogenito del Rais comandava la nazionale col pugno di ferro. Ora sulla panchina libica potrebbe sedersi un allenatore italiano, Claudio Gentile, che torna a Tripoli dopo quarant'anni

La Libia post-Gheddafi ritrova il sorriso sui campi di pallone. Mentre la guerra civile imperversava dalla Cirenaica alla Tripolitania, la nazionale di calcio allenata dal brasiliano Marcos Paquetá (senza stipendio da mesi) si è qualificata a sorpresa per la fase finale della Coppa d'Africa. Un successo storico che celebra l'inizio di una nuova stagione politica e sportiva e chiude definitivamente l'era del terribile Saadi, il terzogenito del Colonnello, l'ex monarca assoluto del football libico.
Fuggiasco in Niger
     Per vent'anni il figlio del Rais ha controllato col pugno di ferro la nazionale libica. Autoproclamatosi capitano della squadra, maglia numero 11, dittatore dello spogliatoio, Saadi decideva le formazioni, gli schemi da adottare, le sostituzioni, i castighi e le epurazioni. «Se un compagno gli mancava di rispetto - ricorda l'ex portiere Samir Abud - gli faceva pagare l'affronto a caro prezzo». Saadi Gheddafi, che oggi ha 38 anni, è scappato dalla Libia perverso il Niger, poco prima che i rivoltosi conquistassero Tripoli. È tuttora ricercato dall'Interpol per «appropriazione indebita e «intimidazione armata», e dalle autorità libiche per l'omicidio, perpetrato nel dicembre 2005, dell'ex calciatore della nazionale Bashir al Rryani (che aveva osato criticare pubblicamente il rampollo di Muammar Gheddafi).
In questi mesi le uniche parole di solidarietà nei suoi confronti sono giunte da Alessandro Gaucci, figlio di Luciano Gaucci, l'ex presidente del Perugia Calcio che nel 2003 aveva portato Saadi nel campionato italiano. In tre anni di serie A con il Perugia e l'Udinese, giochicchiò qualche sprazzo di partita: non più dei 15 minuti disputati contro la Juventus, di cui era tifoso e azionista.
Un tiranno in campo
     «Era piuttosto scarso coi piedi», rammenta l'ex compagno Abud. «Ma sul campo era un megalomane: si presentava agli allenamenti sotto scorta, convoglio blindato e guardie del corpo che circondavano lo stadio». Nessuno doveva giocare meglio di lui, nessuno doveva metterlo nell'ombra: i cronisti avevano l'obbligo di citare i suoi compagni solo col numero della maglia a causa di una legge che vietava a qualsiasi giocatore, tranne che a Saadi Gheddafi, di venire menzionato per nome. Quando non era impegnato con la nazionale, giocava nell'al-Ittihad di Tripoli, la squadra del regime, opposta storicamente al club degli oppositori: l'al-Ahly Bengasi.
I match, diretti spesso da arbitri corrotti dall'ex dittatore, erano carichi di tensione. Nel luglio del 2000, all'indomani dell'ennesima partita conclusasi in rissa, Gheddafi volle dare una lezione esemplare agli acerrimi rivali di Bengasi: spedì nel capoluogo della Cirenaica una colonna di ruspe e blindati dell'esercito e fece radere al suolo lo stadio e la sede dell'al-Ahly. L'ennesima prepotenza che alimentò il sentimento di rivolta contro il Rais. Non stupisce che lo scorso giugno diciassette campioni locali, tra cui quattro giocatori della nazionale e l'allenatore dell'al-Ahly di Tripoli, Adel Bin Iss, abbiano imbracciato il fucile per unirsi ai ribelli.
Due Ct italiani
     Oggi che il regime è stato spazzato via, il calcio libico chiede aiuto all'Italia per costruirsi un futuro. Lo scorso ottobre il governo di transizione ha contattato Claudio Gentile, 58 anni, già tecnico dell'Under 21 azzurra, offrendogli la panchina della futura nazionale libica. Manca ancora l'investitura ufficiale. Ma l'inossidabile Gentile, nato a Tripoli nel 1953, già difensore della Juventus e dell'Italia campione del mondo '82 (riuscì a fermare Maradona, Zico e Rumenigge), si è già detto disponibile. «Sarei felicissimo di poter tornare a lavorare nella mia terra natale, il posto in cui i miei genitori hanno trascorso metà della loro vita… Nel 1970 Gheddafi cacciò dal Paese tutti gli italiani. Anche la mia famiglia dovette fuggire in fretta e lasciare tutto ciò che aveva… Ma oggi l'incubo è finito e sarei onorato di poter servire il popolo libico».
Già nel 1998 un allenatore italiano, Eugenio Bersellini, era stato chiamato a guidare la Libia. All'epoca comandava (e pagava) Gheddafi, e Bersellini esprimeva giudizi lusinghieri sul rampollo Saadi: «Un autentico fenomeno». Di recente il vecchio tecnico ha ricalibrato il giudizio: «Era bravino». Mediocre con la palla, spietato con gli avversari.



Camerun, un coach italiano per la nazionale di basket
     Claudio Gentile non è l'unico allenatore italiano a lanciarsi in un'avventura africana. L'ex campione di basket Fabio Fossati, un passato illustre da giocatore in Italia (Roma, Brescia, Udine, Napoli), dallo scorso agosto guida la nazionale di pallacanestro del Camerun. Fossati, già tecnico di squadre maschili (Brescia, Roma, Ravenna, Cremona) e femminili (Treviglio, Como, Schio), non è riuscito a qualificare il Camerun alle Olimpiadi di Londra 2012 (obiettivo centrato dalla Tunisia). La sua panchina già traballa.



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