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IL GRAN BAZAR DELL'ELETTRONICA

A Lagos c'è il più vasto mercato africano della tecnologia

Nella capitale economica della Nigeria arrivano ogni mese dall'Europa centinaia di migliaia di tivù, computer, elettrodomestici. Tonnellate di rifiuti hi-tech che alimentano il mercato dell'usato. E avvelenano l'ambiente

Il viavai degli scaricatori è una processione senza fine che serpeggia nel dedalo di vicoli fangosi e ingombri di gente. Dall'alba al tramonto sfilano migliaia di televisioni, computer, impianti stereo, videoregistratori, vecchi elettrodomestici. Tutta merce appena sbarcata al porto di Lagos, capitale economica della Nigeria. Destinazione finale: l'Alaba Market, il più grande mercato africano della tecnologia.
Un mondo a parte
     La spola tra i container e i magazzini la fanno torme di ragazzini dal passo svelto e dall'aria ingrugnata. Trasportano tutto a braccia o sulla testa, qualcuno si aiuta spingendo dei carretti assemblati con ruote d'auto e tavole di legno. Si muovono come un esercito organizzato di formiche. «Svuotiamo centinaia di camion ogni giorno», bofonchia un giovane con la schiena piegata da una fotocopiatrice. «Dobbiamo fare in fretta, veniamo pagati a cottimo: se mi fermo non mangio», aggiunge prima di sparire in una selva di lamiere. L'Alaba Market è una baraonda. Si estende su oltre due chilometri quadrati lungo la trafficatissima Ojo Igbede Road. Qui arrivano ogni mese 400mila monitor per pc, 175mila vecchi televisori, 150mila piccoli elettrodomestici, 100mila hi-fi… Una montagna impressionante di apparecchiature elettroniche dismesse soprattutto dai Paesi europei. Una piccola parte va a rifornire il florido mercato locale dei prodotti tecnologici di seconda mano.
Traffici pericolosi
     Il resto del materiale - inutilizzabile - finisce in discarica. I bambini si occupano dello smaltimento dei rifiuti. Per una manciata di monete recuperano le parti riciclabili (rame, alluminio, motorini, lampade, schede elettroniche ancora in buono stato) e bruciano le carcasse in plastica dei prodotti. Lavorano senza alcuna protezione respirando dense nubi di fumi tossici.
I rifiuti elettronici sono molto pericolosi per l'ambiente e la salute dell'uomo poiché contengono grandi quantità di sostanze tossiche, come il piombo, il fluoro e le diossine. Le leggi internazionali vietano la loro esportazione nei Paesi in via di sviluppo. L'Unione Europea in particolare impone che lo smaltimento venga effettuato secondo rigide norme da società specializzate. Chi tenta di sbarazzarsi in Africa di spazzatura hi-tech in teoria rischia il carcere. Nella realtà si tratta di un rischio remoto.
Rifiuti d'importazione
     Secondo uno studio di Greenpeace le autorità governative europee perdono le tracce del 75% dei rifiuti tecnologici. È un problema di proporzioni inquietanti, se pensiamo che ogni anno nel mondo si producono fino a cinquanta milioni di tonnellate di scarti elettrici ed elettronici. L'organizzazione britannica Environmental Investigation Agency è riuscita a documentare il traffico illegale di questi rifiuti verso il continente africano. Nascondendo un dispositivo GPS all'interno di alcuni televisori non più riparabili, ne ha ricostruito il viaggio clandestino, da Londra alla Nigeria. L'inchiesta ha smascherato molti impresari che anziché smaltire le apparecchiature in appositi siti autorizzati, preferiscono risparmiare sulla sicurezza.
La tentazione è grande: eliminare in Italia o in Spagna un vecchio monitor con il tubo catodico costa circa 4 euro, spedirlo in un container in Nigeria (dove i controlli latitano e la corruzione galoppa), non più di un euro e mezzo.
Simboli di benessere
     Il traffico dei rifiuti tecnologici a Lagos avviene alla luce del sole. Ogni giorno qui sbarcano mercantili carichi di monitor, frigoriferi, computer, stampanti. Nelle officine dell'Alaba Market lavorano centinaia di tecnici specializzati nel rimettere a nuovo apparecchiature ormai decrepite. Nell'arco di poche ore aprono e smontano i macchinari vetusti, individuano eventuali guasti, vanno alla ricerca dei componenti da sostituire, assemblano circuiti stampati e schede elettroniche, infine richiudono tutto e lucidano il prodotto pronto da vendere.
Il prezzo di una tivù nuova di 32 pollici a Lagos supera le 100mila naire, circa 460 euro; un prodotto analogo di seconda mano, assemblato e messo in vendita all'Alaba Market, ne costa meno della metà (una parte dei soldi serve a comprare la complicità della polizia e della autorità doganali che fanno finta di non vedere). Capita spesso che un apparecchio rattoppato con componenti cinesi venga contraffatto e spacciato dai negozianti locali come un sofisticato gioiello tecnologico Sony o Samsung. Ma la clientela del mercato - appartenente alla crescente classe media della Nigeria - preferisce andare al sodo: il prodotto deve funzionare bene, sembrare originale e soprattutto costare poco. «Quelli che un tempo erano beni di lusso riservati a pochi privilegiati, oggi sono un simbolo di benessere alla portata di milioni di nigeriani - commenta soddisfatto il signor Emeka Dike, presidente dell'associazione dei commercianti dell'Alaba Market. «Trent'anni fa questo posto era solo una zona di paludi infestata dai serpenti, oggi è una fabbrica che ricicla senza sosta prodotti tecnologici provenienti da ogni parte del mondo: la più formidabile vetrina della globalizzazione».



In Italia, regole chiare
     Ex computer, lavatrici, tivù, climatizzatori, forni a microonde… Ogni mese in Italia vengono eliminate 20mila tonnellate di vecchie apparecchiature. Come disfarsene? La normativa impone che i cosiddetti Raee (Rifiuti derivati da apparecchiature elettriche ed elettroniche) siano smaltiti nei centri di raccolta gestiti dagli enti locali (indirizzi su www.cdcraee.it). In alternativa possono essere consegnati in un negozio di elettrodomestici: da poco più di un anno è in vigore una legge che obbliga i commercianti a ritirare gratuitamente e a smaltire in modo corretto le apparecchiature elettriche che vengono consegnate al momento dell'acquisto di un oggetto equivalente.




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