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Tintin in Congo

Si riaccende la polemica sul celebre fumetto belga


A Kinshasa un artigiano congolese produce e vende centinaia di statuette ispirate alle storiche vignette ideate in epoca coloniale. Ma c'è chi accusa Tintin di essere un personaggio razzista. E invita a boicottarlo

A volte ritornano. E scatenano nuove polemiche. Tintin, il celebre fumetto belga ideato dal disegnatore Hergé nel 1929, è ricomparso a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo (già Zaire, ex colonia belga), suscitando un vivace dibattito che è approdato su Internet, giornali e tv. Colpa (o merito) di un artigiano locale, Auguy Kasese, specializzato in soprammobili di legno, che ha avuto l'idea di realizzare e vendere delle statuette ispirate alle storiche vignette (tornate in auge lo scorso anno grazie al film di Steven Spielberg "Le avventure di Tintin: il Segreto dell’Unicorno", campione d'incasso al botteghino). L'idea sembra sia stata azzeccata dal punto di vista commerciale, visto il buon successo di vendite, ma non è piaciuta affatto a quei cittadini congolesi che considerano ancora oggi Tintin un insopportabile simbolo razzista.
IN TRIBUNALE!
     I detrattori dell'eroe belga (un giovane reporter protagonista di mirabolanti avventure in ogni parte del mondo) rinfocolano una lunga controversia legata al secondo episodio della fortunata serie, intitolato "Tintin in Congo", risalente al 1930-1931, ritenuto da più parti fortemente offensivo nei confronti della popolazione africana ritratta - affermano i contestatori - come "stupida e arretrata". Già qualche anno fa un cittadino congolese che vive da anni in Belgio, Mbutu Dieudonné, aveva presentato in tribunale una denuncia contro il fumetto accusando l'autore di razzismo e chiedendo l'immediato ritirato delle copie da tutte le librerie. La lunga vertenza legale (durata quattro anni) si è conclusa di recente con una assoluzione piena di Tintin e del suo creatore Hergé: i giudici di Bruxelles non hanno riscontrato alcun intento denigratorio o razzista nei riguardi dei personaggi africani che compaiono nella fortunata serie (ha venduto 350 milioni di copie in tutto il mondo).
LIBRI CENSURATI
     Tuttavia le polemiche non si sono spente. Le librerie in Gran Bretagna sono state costrette a spostare il fumetto incriminato dai reparti dei libri per ragazzi alla sezione per adulti. E l'anno scorso l’editore Egmont Uk ha dovuto far uscire il libro con un imballaggio protettivo con tanto di etichetta di avvertimento simile a quella che in genere si trova sulle riviste pornografiche, per evitare di urtare la sensibilità dei lettori di origine africana. La fascetta protettiva recitava così: «Nel suo ritratto del Congo belga, il giovane Hergé riflette l’atteggiamento coloniale di quel tempo e gli stereotipi paternalistici del periodo, che qualcuno potrebbe però giudicare offensivi». La precauzione dell'editore non è bastata a evitare la denuncia presentata da un avvocato per i diritti umani, David Enright, che ha così motivato al Daily Mail la sua azione: «Mi sono sempre divertito con Tintin, ma questo libro è intriso di pregiudizi razziali. Non c’è alcun modo di leggerlo senza pensare che dipinge la popolazione di colore come esseri umani inferiori e più limitati delle scimmie».
UN BUON AFFARE
     Gli aspetti della sceneggiatura ritenuti "politicamente scorretti" sono diversi. «L'aiutante di colore di Tintin è presentato come una persona stupida e senza alcuna qualità, le popolazioni africane appaiono arretrate e soggiogate mentre il padrone bianco è una persona con qualità eccezionali». A riaccendere in Congo il dibattito sull'indole razzista di Tintin è stato l'imprenditore congolese Auguy Kasese, che - come già detto - ha deciso di trasformare il suo piccolo atelier di Kinshasa in una fabbrica di souvenir ispirati ai personaggi del celebre fumetto belga. «Non riesco a star dietro alle ordinazioni: Tintin piace soprattutto ai turisti e ai lavoratori stranieri, ma anche a molti miei connazionali», ha spiegato ai microfoni della Bbc nel suo laboratorio dove lavorano a pieno ritmo una decina di artigiani. Gli scaffali sono colmi di statuette in legno intagliato e dipinte con colori brillanti, in vendita a partire dai 15 dollari. Le riproduzioni del simpatico cronista belga, capelli rossi e inconfondibile ciuffo, sono esposte in ogni dimensione e fattura.
INNOCENTE O COLPEVOLE
     E poi ci sono gli altri protagonisti del fumetto: il fidato cagnolino Milou, il Capitano Haddock, un classico lupo di mare con berretto e pipa, i due gemelli poliziotti in borghese Dupont e Dupond... «Questi personaggi non sono affatto razzisti. Sono semplicemente figli del loro tempo. Sono caricaturali, divertenti, ma per nulla offensivi. Nelle vignette nessuno di loro cerca di far del male agli africani». Una difesa che non convince il professor Joseph Ibongo Gilungule, direttore del Congo's National Museum. «Tintin è un'immagine creata dall'Occidente che storpia la rappresentazione del nostro paese e della nostra cultura», ha commentato alla Reuters. «I congolesi dovrebbero riscoprire e valorizzare la loro storia e i loro miti, invece di celebrare simboli europei che ostentano supponenza e mancanza di rispetto nei nostri riguardi». A Kinshasa le discussioni sul fumetto "razzista" rimbalzano dalla strada alla radio, dai giornali alle tv, fino al web dove un blogger invita a boicottare l'emporio che smercia i souvenir di Tintin. La storia non finisce qui.


Bambole africane, in Inghilterra
     Il tempo di Barbie volge al tramonto. La globalizzazione ha sconvolto anche il mondo dei giochi per l'infanzia e oggi le nuove bambole in vendita nei grandi magazzini di Londra hanno la pelle scura e parlano lingue africane. La "magnifica Ama" ha origini ghaneane ed è in grado di ripetere semplici frasi in quattro dialetti locali (Twi, Ga, Ewe e Krobo). "L'amorevole Nuby", sbarcata in Inghilterra dal Sudafrica, sa esprimersi in Zulu, Xhosa, Twana e Swazi. Altri sedici idiomi diversi sono utilizzati dalle coloratissime Shiroh (origini somale/keniane), Simbi (radici nigeriane) e Keza (immigrata da Zimbabwe e Zambia). L'idea di produrre bambole africane in grado di riprodurre parole in molteplici lingue etniche è venuta alla società britannica Rooti Creations (rootidolls.com). Le vendite (circa 50 euro cadauna) la stanno premiando.



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