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C'ERA UNA VOLTA UN LAGO

Negli ultimi 40 anni il lago Ciad ha perso il 90 per cento della sua estensione: "Colpa della siccità e dell'’incuria dell'’uomo", dicono gli scienziati.

Ora i governi africani corrono ai ripari nel disperato tentativo di salvare il grande bacino d’acqua. Bisognerebbe intervenire in fretta, ma non ci sono soldi per evitare il disastro ambientale e umanitario.

E'’ allarme per il Lago Ciad, il grande bacino d’acqua situato nel cuore dell’Africa centrale. Minaccia di scomparire per la scarsità di precipitazioni, la forte evaporazione, le infiltrazioni nel sottosuolo, ma soprattutto per l’incuria dell’uomo. Secondo gli studiosi, la colpa dell'’inarrestabile processo di prosciugamento del Ciad non va ricercata infatti solo nell'’effetto serra e nelle terribili siccità che hanno colpito la regione del Sahel negli ultimi trent’anni. Accanto al calo delle piogge che pure è inopinabile (il deficit pluviometrico accertato a partire dal 1970 oscilla tra il 50 e il 65 %), ci sono pesanti responsabilità umane dovute alla cattiva gestione delle risorse idriche.

I Governi africani hanno “spremuto” per lungo tempo il lago Ciad, considerandolo una inesauribile miniera d’oro blu. I politici al potere hanno preferito ignorare gli avvertimenti degli scienziati, permettendo – a volte incoraggiando – la costruzione di centinaia di canali di drenaggio dell’acqua che i contadini hanno scavato per irrigare i campi. Questa pratica è aumentata in maniera incontrollata nell'’ultimo decennio e oggi è fortemente responsabile del prosciugamento del lago.
Che il Ciad non versasse in buone condizioni di salute era una cosa risaputa da tempo dagli studiosi, ma le recenti rilevazioni satellitari hanno fotografato una situazione inquietante, più drammatica delle già pessimistiche previsioni degli scienziati. Negli ultimi 40 anni il grande lago africano (il quarto per dimensioni, dopo i laghi Vittoria, Tanganica e Niassa) ha perso il 90 per cento della sua estensione: si è passati dai 25 mila chilometri quadrati di superficie del 1960 ai 2.500 attuali, durante la stagione delle piogge. "Di questo passo il Ciad è destinato a trasformarsi in uno sterile acquitrino", avvertono gli esperti della Nasa, che stanno studiando le conseguenze dell’effetto serra sui principali laghi del pianeta. "Entro qualche decennio potrebbe sparire per sempre tra le sabbie".

Si tratta di una prospettiva allarmante considerato che la vita di parecchi milioni di africani è resa possibile solo grazie alle sue acque. Attorno al Ciad vivono infatti 22 milioni di persone (secondo stime approssimative, diventeranno 36 milioni nel 2025). Da secoli il bacino è attraversato da piroghe e imbarcazioni di pescatori, ma anche da grandi zattere cariche di prodotti alimentari e di casse di natron, un impasto di sali naturali ricavato dalle alghe (viene adoperato per conciare le pelli, per lavorare i tessuti, per ingrassare asini e dromedari, per mischiarlo con il tabacco). Sulle rive del Ciad sorgono migliaia di piccoli e grandi villaggi che sopravvivono grazie all’intenso e vivace commercio rivierasco. Inoltre le sue verdi sponde sono meta dei nomadi che portano a pascolare mandrie di buoi, capre e cammelli.

Il lento ma inesorabile prosciugamento del lago è destinato a stravolgere la vita di milioni di persone: le greggi dei pastori sono già state decimate rispetto a vent’anni fa e la produzione di pesce essiccato nella regione è passata dalle 140 mila tonnellate del 1960 alle 45 mila tonnellate attuali. Lo spettro della fame e di spaventose migrazioni forzate è stato evocato più volte dagli studiosi: l’'agonia del lago Ciad potrebbe essere il preludio di un disastro ambientale e umanitario di proporzioni spaventose.

Quali sono allora i possibili rimedi per scongiurare questa catastrofe ? Sei Paesi africani - Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Centrafrica e Sudan - hanno creato anni fa la Commissione del Bacino del Lago Ciad che si propone di affrontare globalmente i vari aspetti del problema: la gestione delle risorse naturali, l’'impatto ambientale dello stile di vita delle popolazioni rivierasche, la sicurezza alimentare, la prevenzione dei conflitti. Per salvare il lago sono state avanzate diverse ipotesi. Un primo faraonico progetto, fortunatamente non compiuto, prevedeva il prosciugamento del sistema paludoso che si estende per 8 mila chilometri quadrati nel Sudan (una delle aree umide più importanti del mondo) per tentare di alzare attraverso un canale lungo 360 km, il livello del Ciad. L'’idea è stata accantonata per i costi proibitivi e i pesanti contraccolpi che avrebbe provocato sul piano ambientale.

Ora la Commissione ha deciso di costruire un canale lungo oltre cento chilometri al fine di immettere nel Ciad parte delle acque del fiume Oubangui, affluente del Congo, che segna il confine meridionale della Repubblica Centrafricana. E’ un progetto ambizioso che dovrebbe costare almeno sette milioni di dollari. Un milione di dollari è stato raccolto dagli Stati rivieraschi. Resta da capire come recuperare il resto del denaro. "Occorre fare in fretta", avvertono gli scienziati. "Anche perché un emissario del Ciad, il fiume Logone, in periodi di piena, ha la tendenza a straripare e a versare le sue acque verso Ovest, nel bacino del fiume Benué che sfocia nell'’Atlantico". Se le erosioni dovessero aprire una strada permanente a questo corso del Logone, il lago Ciad sarebbe destinato a prosciugarsi ancor più rapidamente di oggi.

UN TEMPO ERA UNA MARE
Situato all'incontro tra le frontiere del Ciad, del Camerun, della Nigeria e del Niger, a circa 250 m sul livello del mare, il lago Ciad costituisce con i suoi emissari e immissari il più grande sistema idrografico del continente africano. Ha carattere endoreico, è privo cioè di sbocchi sul mare. E’ alimentato principalmente dai fiumi Chari, proveniente da sud-est, e Komadugu Yobe, proveniente da ovest. Nella stagione delle piogge la superficie del lago raggiunge i 2.500 chilometri quadrati, mentre nella stagione secca si restringe fino ai mille e 350 mila chilometri quadrati. La profondità del bacino è notevolmente bassa: va da 1 m nella parte nordoccidentale a oltre 5 m in quella meridionale. Il lago attuale è il residuo di un mare interno molto più ampio che nell'epoca pleistocenica (corrispondente all'ultima glaciazione, da 15.000 a 25.000 anni fa) copriva circa 300.000 chilometri quadrati. Considerato dall’Unesco patrimonio dell’Umanità, il Ciad ospita una straordinaria varietà di specie animali (130 specie di pesci, oltre 270 di uccelli, 60 di anfibi). Le numerose isole situate in prossimità della sponda orientale, in particolare, sono popolate da un gran numero di coccodrilli e ippopotami. Il lento processo di prosciugamento del Ciad minaccia anche loro.

GUERRE D’ACQUA IN AFRICA
Secondo molti osservatori internazionali, le guerre del futuro saranno combattute per l’'acqua. In Africa il controllo delle risorse idriche è sicuramente una questione di fondamentale importanza, un fattore geostrategico che ha già provocato controversie e profonde crisi diplomatiche. Il fiume Nilo (6671 km di lunghezza per una portata di 83 miliardi di metri cubi all’anno), le cui acque toccano ben 10 Paesi, è stato al centro di aspri conflitti, prima e dopo la costruzione della diga di Assuan. Tutt’oggi la gestione del fiume è motivo di tensioni tra Egitto, Sudan ed Etiopia. Un altro fiume “conteso” da più nazioni, è lo Zambesi (2660 km) che scorre tra l’'Angola, la Namibia, lo Zambia, il Botswana, lo Zimbabwe e il Mozambico: periodicamente si riaccendono polemiche sui diritti di navigazione e sulla gestione delle enormi dighe costruite lungo il corso del fiume. Anche i laghi africani sono oggetto di querelle e dispute internazionali legate soprattutto ai diritti di pesca: particolarmente aperte le questioni relative ai laghi Vittoria, Alberto, Tanganica, e Niassa.


I NUMERI DELLA GRANDE SETE
- 5 milioni di morti l’anno per mancanza di acqua potabile (il 68 per cento sono africani).
- 1 miliardo e ducento milioni di persone non hanno accesso ad acqua potabile sicura.
- 400 milioni di abitanti con gravi problemi dovuti alla scarsezza di acqua nel 2000 (nel 2025 saranno 3 miliardi).
- 80 anni la durata delle riserve di acqua fossile visti i consumi attuali.



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