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ERITREA: LA CONDIZIONE DELLE DONNE

Un terzo dei 95 mila combattenti eritrei che riuscirono a conquistare l'indipendenza nel 1991 era costituito da donne: un dato, questo, che ha scardinato i costumi patriarcali della società, creando una frattura netta con il passato.

L'emancipazione è stata conquistata sui campi di battaglia, ed oggi non è più possibile tornare indietro. Le donne eritree lo sanno bene e non disarmano: in gioco c'è la loro Liberazione.

A sei anni dalla Liberazione, l'Eritrea prosegue senza sosta sulla strada della ricostruzione, nel tentativo di lasciarsi alle spalle la pesante eredità delle battaglie combattute tra i guerriglieri del Fronte Popolare e l'esercito etiopico (oltre trecentomila morti, 50 mila mutilati, 300 villaggi rasi al suolo, strade e industrie completamente distrutte...).

Ma riportare indietro le lancette della storia è impossibile e alcuni effetti del conflitto sono destinati a rimanere indelebili nel futuro del paese. Trent'anni di guerra hanno infatti sconvolto il mondo tradizionale, rivoluzionando nel tessuto sociale i rapporti di forza tra i due sessi. Ed oggi la condizione femminile è diventata una questione di scottante attualità su cui politici e cittadini dibattono e si confrontano animatamente.

Un terzo dei 95 mila combattenti eritrei che riuscirono a conquistare l'indipendenza nel 1991 era costituito da donne: un dato, questo, che ha scardinato i costumi patriarcali della società, creando una frattura netta con il passato. Nelle roccaforti della guerriglia, tra le gole isolate del Sahel (regione settentrionale del paese), le donne hanno combattuto per anni, impugnando i fucili e respingendo metro dopo metro l'occupazione dei soldati di Addis Abeba.

In questi luoghi-simboli della Resistenza, dove ancora oggi sono visibili i resti delle trincee e dei rifugi anti-aerei, il Fronte Popolare di Liberazione riuscì a realizzare col tempo delle vere e proprie comunità autosufficienti, con scuole, ospedali, officine... Superate le diffidenze e perplessità iniziali, le donne furono coinvolte in tutte le attività: dalla difesa delle postazione militari all'assistenza dei feriti fino all'amministrazione delle zone liberate. A suo tempo, le foto di queste combattenti, con i capelli arruffati, i kalashnikov a tracolla e i tipici sandali di gomma nera, fecero il giro del mondo e diventarono l'iconografia più classica della resistenza popolare eritrea.

Per molti versi si trattò di una vera e propria rivoluzione in quanto fino a quel momento le donne erano state marginalizzate nella società da una rigida divisione del lavoro e delle responsabilità: matrimoni combinati fin dalla più giovane età, nessun potere decisionale, discriminazioni nell'educazione e del lavoro (negli anni 70, il salario delle operaie era inferiore della metà a quello degli uomini). Ma in guerra si viveva una situazione estremamente particolare: non circolava denaro, non c'era proprietà privata; tutti, senza distinzioni di sorta, combattevano alla pari per un ideale comune.

Solo dopo la Liberazione, con l'arrivo della pace, le donne hanno potuto prendere realmente coscienza della loro effettiva posizione nella società. E il ritorno ad una situazione normale è stato per molte combattenti traumatico. Tsehaitu, 29 anni, ha partecipato tra l'altro alla conquista di Afabet, una delle battaglie più difficili e importanti della guerra: "Prima vivevamo tutti alle stesso modo, con gli stessi problemi, le stesse possibilità... Ora ognuno pensa per sé e per noi donne diventa tutto più difficile."

Il conflitto ha decimato intere famiglie ed oggi un altro problema enorme è rappresentato dalle vedove di guerra, molte delle quali con figli minori. Esse non hanno alcuna fonte di reddito e nessuna possibilità di rendersi autosufficienti in quanto completamente sfornite di istruzione e di preparazione ad un lavoro produttivo (il 95 % delle eritree è analfabeta). Anche per le esiliate il ritorno in patria non è facile: durante la guerra contribuirono alla lotta di Liberazione inviando dall'Europa e dall' America, i loro stipendi al Fronte, ma oggi hanno difficoltà a reinserirsi in una società per loro ancora ostile.

Gli esempi delle discriminazioni non mancano. Nel '94 il governo ha promulgato una legge secondo cui la terra doveva essere distribuita ad ogni cittadino maggiore di diciotto anni per scopi abitativi o di lavoro. Ma in pratica, i consigli di villaggi incaricati della ripartizione sono assai restii a riconoscere questo diritto alle donne. Ciò avviene sia nel Bassopiano, prevalentemente musulmano, che nell'Altopiano dove vivono i cristiani copti. Non solo: in ambienti rurali le donne devono sobbarcarsi gran parte del lavoro da svolgere (non sono tenute a seminare né a ad allevare bestiame solo perché, secondo la tradizione, provocherebbero la perdita del raccolto o lo scoppio di epidemie...), ma finiscono col poter gestire ancora solo un'infinitesima parte del reddito famigliare. E non c'è legge che metta seriamente in discussione questo stato di cose. Per molte donne, legate ai valori degli anni di lotta, la delusione è amara e il senso di frustrazione lacerante.

"Ma le cose stanno cambiando e confidiamo fiduciose nel futuro..." A parlare è Aino Maricos, Presidente dell'Unione delle Donne Eritree in Italia, "Per corrodere le discriminazioni tradizionali occorre molta pazienza e puntare in due direzioni: la formazione culturale e la visibilità politica delle donne... La nuova Costituzione, approvata un mese fa, ci fornisce garanzie fondamentali, così come i tre importanti dicasteri assegnateci nell'attuale governo di transizione". C'è da cantar vittoria, allora ?. "Assolutamente: siamo soddisfatte, ma non vogliamo abbassare la guardia." Il cammino per la parità dei diritti, dunque, è ancora lungo e pieno di incognite. Ma l'emancipazione è stata conquistata sui campi di battaglia, ed oggi non è più possibile tornare indietro. Le donne eritree lo sanno bene e non disarmano: in gioco c'è la loro Liberazione.



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