Marco Trovato
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IL CAFFE CHE UCCIDE

Le perversi leggi del mercato strangolano i produttori africani

La crisi del caffè è l´ultima piaga dei Tropici: il prezzo è crollato dell´ 80%, i Paesi esportatori (molti sono africani) sono in ginocchio, milioni di coltivatori sono in rovina. Ma le multinazionali continuano a fare affari d´oro.

Quanto costa un buon caffè ? Al bar tra i 50 e i 90 centensimi, ma talvolta si arriva a superare l´euro a tazzina. Troppo, verrebbe da dire. O troppo poco, visto che milioni di produttori di caffè sono ridotti alla fame. E´ una questione di punti di vista, dunque. Ma soprattutto di mercati impazziti e speculatori senza scrupoli.
Il fatto è che il prezzo all´ingrosso del caffè è in caduta libera: dal 1980 ad oggi è diminuito di circa l䚠 %. E´ un crollo inarrestabile, drammatico: come una valanga imponente e devastante, trascina con sé distruzione e morte. Lo sanno bene i 30 milioni di coltivatori africani, sudamericani e asiatici messi in ginocchio da una crisi senza precedenti, che non accenna a placarsi. Viene da chiedersi il perché. Già, perché il prezzo del caffè continua a scendere ? La spiegazione ufficiale è che sul mercato c´è sovrapproduzione. Ed è vero: il mondo produce più caffè di quanto non ne beva. Ma la crisi attuale ha radici più profonde e complesse: le ragioni del crollo del prezzo sono diverse, come diverse sono le responsabilità di chi sta speculando su questa drammatica situazione.
I SEI COLOSSI DEL CAFFE
     I primi imputati sono le sei multinazionali (Procter & Gamble, Starbuks, Sara Lee, Kraft, Tchibo e Nestlè) che controllano il 60 percento del mercato mondiale: sono loro a dettare legge sui prezzi e negli ultimi cinque anni la loro filosofia è stata quella di soffocare i costi della produzione. Per quale motivo ? Semplice: per far tornare i conti. Il problema è che nel mondo c´è più caffè di quanto ne sia richiesto (o meglio più di quanto queste multinazionali riescono a vendere al dettaglio sui banchi dei supermercati e nei bar). Forniamo qualche numero, per chiarire: l´anno scorso i coltivatori hanno prodotto 120 milioni di sacchi (da sessanta chili) di caffè, ma il mercato ne ha richiesti solo 105 milioni. Quindici milioni di sacchi sono dunque rimasti nei depositi e si sono sommati ad altri 40 milioni di sacchi (l´eccedenza ereditata negli anni precedenti). Montagne di caffè invenduto significano milioni di dollari di mancati guadagni per le multinazionali. Ma i colossi che controllano il mercato mondiale hanno trovato il modo di aggiustare i conti, a spese dei coltivatori.
I CONTADINI RIDOTTI ALLA FAME
     Negli ultimi cinque anni, per noi consumatori, il costo delle miscele più vendute è rimasto pressoché costante (per alcuni prodotti è persino aumentato), mentre il costo del chicco grezzo non ha fatto altro che scendere (il prezzo della qualità arabica è sceso a 50 dollari per cento libbre, meno della metà dei costi medi di produzione). E´ sceso al punto che oggi, secondo i calcoli della Banca Mondiale, del prezzo finale di un etto di caffè nelle tasche del produttore, di chi lo coltiva, finisce appena il 7 percento. Il resto, ossia praticamente tutto, viene intascato dai sei colossi industriali, dai loro manager e pubblicitari. Le quotazioni di queste grandi aziende non hanno subito perdite significative e per il gruppo statunitense Procter & Gamble il 2001 è stato addirittura un anno record per quanto riguarda i proventi legati al caffè. Chi sta soffrendo per la crisi del caffè, dunque, sono solo i piccoli coltivatori e le loro famiglie (si stima, almeno 125 milioni di persone).
LA SITUAZIONE AFRICANA
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Il collasso dei prezzi internazionali del caffè sta provocando anche nel continente africano fame, disoccupazione e migrazioni. Alcuni Paesi africani dipendono pesantemente dalle esportazioni del caffè: per l´Etiopia, la Costa d´Avorio, l´Uganda, il Burundi e altre nazioni, il caffè rappresenta oltre la metà delle entrate di valuta pregiata. La crisi attuale ha colpito duramente la loro economia e ha portato alla fame milioni di persone. Emblematico è il caso dell'Etiopia: nel `98 l'export di caffè fruttava al Paese 420 milioni di dollari, nel 2001 appena 175 milioni, ovvero 245 milioni di dollari in meno: le esportazioni sono calate del 30% nell´ultimo anno e il 30 per cento dei braccianti è stato licenziato.
CAFFE AMARO
     Una testimonianza esemplare sulle ripercussioni che la crisi del mercato sta avendo sui piccoli produttori africani, ci arriva dall´Uganda: Paulina Nabaaka, trent´anni, possiede un´azienda agricola e si dedica alla coltivazione del caffè. Il mensile Nigrizia l´ha intervistata: "Quattro anni fa gli esportatori ci pagavano 2,58 euro al chilogrammo. Oggi ci danno circa 0,30 centesimi di euro: così non si può pi vivere. Ho chiesto a degli amici che viaggiano in Europa se il prezzo del caffè nei bar o nei supermercati è calato. Mi hanno risposto che, al contrario, è aumentato. Allora cosa sta succedendo ? E´ strano, perché sono andata in un supermercato di Kampala per rendermi conto di quanto costa un chilogrammo di Nescafé e, con mia sorpresa, ho visto che costa 40,70 euro. C´è qualcosa che non quadra. Perché ci danno solo 0,30 centesimi e se vogliamo comperare lo stesso caffè dobbiamo pagarlo una cifra sproporzionata ? Saranno i trattamenti a cui lo sottopongono per renderlo istantaneo che lo fanno costare 135 volte di più di quello che pagano a noi ?".
C´E´ CHI FA FESTA
     Il mercato del caffè sembra impazzito. Un tempo, fino a una quindicina di anni fa, il prezzo era controllato: la gran parte dei Paesi produttori seguiva le direttive dell´Ico, l´Organizzazione internazionale del caffè, un organismo fondato nel 1962 con un solo scopo: regolamentare la produzione e l´esportazione del caffè per evitare che il prezzo fosse in balia dei capricci del mercato. Gli accordi dell´Ico sono durati venticinque anni, poi sono decaduti. Dal 1989 il prezzo è stato liberalizzato, a causa della concorrenza tra i produttori stessi, ma anche delle pressioni di alcuni Paesi importatori, tra cui gli Stati Uniti, la Germania e il Giappone. Oggi i chicchi di caffè vengono quotati in borsa. Il loro prezzo sale e scende. E gli speculatori spingono per renderlo estremamente instabile. Il crollo di questo prezzo significa la rovina per milioni di persone. Per altri può significare un enorme business.
L´INVASIONE DEL CHICCO VIETNAMITA
     Ad aggravare la situazione è arrivata l´invasione del chicco vietnamita, che ha contribuito a saturare il mercato e a strangolare la concorrenza: in pochi anni, il Vietnam è diventato il secondo esportatore di caffè del mondo (produce 11 milioni di sacchi all´anno). Ha superato nella graduatoria Paesi storicamente legati al caffè, come la Colombia, il Messico, il Guatemala e la Costa d´Avorio (solo il Brasile è riuscito a mantenere il ruolo di leadership nella produzione). Il caffè del Vietnam si è imposto nel mercato mondiale perché il costo di produzione del chicco vietnamita è largamente inferiore rispetto al Centroamerica e all´Africa. Gli esperti però accusano il Vietnam di aver innescato un meccanismo di concorrenza selvaggia, a discapito della qualità del prodotto.
ORA ARRIVA LA MISCELA OGM
     Una nuova minaccia per i produttori viene dalla biotecnologia: una varietà di caffè geneticamente modificata, sperimentata negli Usa, i cui semi maturano tutti insieme consentendo quindi un raccolto completamente meccanizzato, arriverà presto sul mercato. Il caffè biotech è destinato a rivoluzionare il modo di produrre e smerciare i chicchi è avrà pesanti ripercussioni sull´economia rurale di molti Paesi esportatori. L´organizzazione umanitaria Action Aid ha lanciato una campagna di pressione contro il cosiddetto caffè OGM: in gioco c´è la difesa dell´ambiente, la salute dei consumatori e la salvaguardia del lavoro per milioni di braccianti e piccoli contadini. Maggiori informazioni sul sito Internet www.actionaid.org

La tazza è sempre più amara.
* Milioni di persone spendono dei soldi per acquistare il caffè. Per la precisione si parla di 165 milioni di dollari al giorno. Dopo il gas naturale, è il prodotto grezzo più commercializzato al mondo.
* Nei primi anni Novanta, il valore commerciale globale del caffè era di circa 30 miliardi di dollari, di cui 12 miliardi rimanevano ai Paesi d´origine; oggi è arrivato a 62 miliardi, di cui solo 5 miliardi restano ai produttori.
* Nel 1997 il valore del caffè ha raggiunto il suo massimo storico, dopo vari anni di crescita. Poi il prezzo è crollato per cinque anni consecutivi, fino a raggiungere i livelli più bassi del secolo.
* La coltivazione del caffè sfama 125 milioni di persone, per lo più piccoli agricoltori con le rispettive famiglie, in circa sessanta Paesi. Fino a oggi.

UN MONDO DI CAFFE
     Il Brasile è il maggiore produttore. La Costa d´Avorio deteneva il primato della produzione africana, poi è scoppiata la guerra civile e le esportazioni sono crollate. Anche il caffè etiope è in crisi per la siccità che ha colpito il Paese. Tra i consumatori, in testa ci sono gli Stati Uniti. L´Italia è al sesto posto. (Fonte: Il mondo in cifre 2003)

I DIECI MAGGIORI PRODUTTORI tonnellate
Brasile 1.920.000
Vietnam 887.000
Colombia 632.000
Indonesia 403.000
Messico 308.000
India 291.000
Guatemala 282.000
Costa d´Avorio 238.000
Uganda 192.000
Etiopia 166.000

I DIECI MAGGIORI CONSUMATORI tonnellate
Stati Uniti 1.129.000
Brasile 780.000
Germania 595.000
Giappone 412.000
Francia 324.000
Italia 314.000
Spagna 178.000
Regno Unito 149.000
Paesi Bassi 109.000
Etiopia 100.000

LA TAZZINA SOLIDALE
     Non tutti i caffè sono uguali. Le miscele del commercio equo-solidale sono buone sia per chi le consuma che per chi le produce. Questi caffè infatti provengono dalle migliori piantagioni dell´America Centrale e sono importati senza l´intermediazione delle multinazionali. Ai piccoli produttori vengono garantiti prezzi equi superiori al mercato, contratti pluriennali, prefinanziamenti e sostegno a progetti locali di sviluppo ambientale e sociale. I caffè del commercio equo sono in vendita nelle cosiddette "botteghe della solidarietà" ma anche in qualche catena di grandi supermercati (es. Esselunga): si può scegliere tra la varietà arabica, robusta e biologica. Tra le qualità più apprezzate segnaliamo il caffè Uciri, prodotto da una cooperativa composta da oltre 4 mila famiglie di contadini messicani, sparse su un territorio comprendente 64 villaggi.


PER SAPERNE DI PIU´
     Ecco qualche buona lettura dedicata al caffè: "La tazzina del diavolo" di Steward L. Allen (Feltrinelli 2002, 12 euro) e "Cacao, caffè e tè" di Giuseppe Giordano (Erga 2000, 12,91 euro). Per chi naviga in Internet segnaliamo i siti: www.ico.org (Organizzazione Internazionale del caffè), www.maketradefair.com (Oxfam per il commercio equo) e www.actionaid.org (campagna contro il caffè OGM).

RACCOLTO E SELEZIONATO A MANO
     Poiché è poco resistente al gelo, il caffè viene coltivato ai tropici, in aree caratterizzate da un clima fresco e temperato (con temperature comprese tra 13 e 26 gradi C) e a un'altitudine compresa tra 0 e 1800 m sul livello del mare. Il periodo di massima produttività della pianta ha inizio quando questa ha compiuto 5 anni di vita e dura per i 15-20 anni seguenti. Ogni pianta produce in media 0,5 kg di caffè all'anno (anche se, in alcuni casi, sono stati registrati raccolti record di 1,5 kg per pianta). La raccolta dei semi viene effettuata in due modi: raccogliendo i semi a mano e selezionandoli all'atto della raccolta, oppure scuotendo le piante.

I PRIMI CHICCI ERANO ARABI
     Gli studiosi da anni discutono sull´origine del caffè. Secondo l´ipotesi più accreditata, la coltivazione di questa pianta ebbe inizio intorno al 675 d.C. nelle regioni arabe vicine al Mar Rosso. La pratica rimase, tuttavia, circoscritta alla regione d'origine fino al XVI secolo circa, quando la diffusione della bevanda a livello europeo indusse gli olandesi a installare alcune piantagioni di caffè nelle proprie colonie. Le piantagioni americane sembrano avere avuto origine da una talea fatta pervenire dai francesi sull'isola di Martinica, nelle Indie Occidentali.



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