Marco Trovato
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LA GUERRA DEI POMODORI

I pelati italiani invadono il Ghana

Un tempo il Ghana produceva ed esportava pomodori, oggi è costretto a comprarli dall´Italia. Le salse nostrane godono dei sussidi dell´Unione europea e costano cinque volte meno dei pelati africani. Così il "made in Italy" butta sul lastrico migliaia di contadini ghaneani.

Uno dei piatti più succulenti della cucina ghanese si chiama "nkatenkwan". Il nome è impronunciabile ma indica semplicemente una zuppa preparata con burro di arachidi, cipolle, pesce e... pomodoro rigorosamente italiano. Non c´è da stupirsi se i pelati nostrani sono apprezzati anche in Africa: la globalizzazione ha dilatato i confini dei mercati alimentari e il "made in Italy" è (quasi sempre) garanzia di qualità.
"Sulla bontà del prodotto non si discute, sul prezzo sì", dice Paul Yambuya, 50 anni, contadino ghanese originario della città di Kumasi. "Al mercato un barattolo di concentrato italiano costa più o meno 1000 cedis (circa 10 centesimi di euro, NDR). Ovvero cinque volte meno dei pomodori locali". Un prezzo decisamente anomalo per un prodotto importato da un paese lontano, dove per giunta viene venduto a cifre ben più alte. "Io non ci capisco nulla di economia" aggiunge Paul. "So solo che la terra del Ghana è fertile, assolata e ben irrigata. Eppure i nostri pomodori non hanno mercato... Mentre i prodotti italiani si trovano ovunque". In effetti la crisi del pomodoro ghanese è difficile da spiegare, anche perché qui il costo del lavoro è molto basso: "Un contadino guadagna circa 25 euro al mese", tiene a precisare Paul.
DIETRO AL PREZZO...
     Perché i pelati italiani costano così poco ? E come mai c´è tanta sproporzione coi prezzi dei pomodori locali ? La risposta sta nei sussidi che l´Unione Europea elargisce per promuovere la sua industria agro-alimentare. Si tratta di cifre enormi (370 milioni di euro l'anno solo per le aziende che trattano pomodori), che nessun paese africano può permettersi. Questi contributi vanno ad abbattere i prezzi al consumo. Ma attivano al tempo stesso una concorrenza selvaggia che affossa la competizione dei produttori locali e soffoca le fragili economie dei Paesi più poveri.
Quello dei pomodori italiani in Africa è un tipico caso di "dumping" (vedi il box accanto) dalle conseguenze nefaste. Un tempo infatti la produzione dei pelati era una voce importante nella bilancia commerciale del Ghana: fino a metà degli anni Ottanta le salse locali venivano esportate in buona parte dell´Africa occidentale. Le cooperative di contadini vendevano i loro prodotti ai grossisti di Accra e tre grandi fabbriche di conserve assicuravano il posto di lavoro a migliaia di operai. Le cose hanno cominciato a mettersi male una ventina di anni fa, quando l´allora presidente Rawlings è stato costretto a svalutare la moneta e liberalizzare il regime dei prezzi, per ottenere finanziamenti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.
SENZA LAVORO
     Per i contadini e i produttori di conserve è stato un duro colpo. Nulla confronto alla catastrofe economica che si è abbattuta qualche anno dopo, con l´arrivo dei pomodori italiani e i loro prezzi "drogati" dai sussidi europei.
In breve tempo le fabbriche ghanesi hanno perso quote importanti di mercato e, una dopo l´altra, sono state costrette a dichiarare il fallimento (l'ultimo a chiudere è stato lo stabilimento di Pwalugu, nella regione del nord-est). La crisi si è ripercossa dalle città alle campagne: con la chiusura delle fabbriche di conserve, i contadini non hanno più trovato acquirenti per i loro raccolti. Così il prezzo dei pomodori è precipitato.
Oggi il Ghana è il massimo importatore di concentrato di pomodoro dall'Europa (con oltre 10 mila tonnellate l'anno) e l䚠% dei pelati venduti in questo Paese vengono prodotti in Italia. Le salse nostrane campeggiano coloratissime sulle bancarelle, nei mercati, insieme a pochi e scoloriti concorrenti, anche quelli d´importazione, come il ´Tomato fun´ cinese e qualche altro prodotto turco. La gente li compra perché paiono convenienti. Ma non è affatto vero: a decine di migliaia di ghanesi sono costati il posto di lavoro.


FAR-WEST AFRICA
     Dove la concorrenza è selvaggia
In Ghana il concentrato di pomodoro che arriva dall'Italia costa cinque volte meno dei pomodori locali. In Nigeria la carne più economica è quella importata dalla Gran Bretagna. In Senegal si sta imponendo il riso proveniente dalla Tailandia, che costa la metà di quello africano. Nel Sahel è più conveniente acquistare il cotone americano anziché quello prodotto in Mali o in Ciad. Sono tutti effetti perversi del dumping, cioè la vendita di beni al di sotto del costo di produzione e del prezzo di mercato. Frutto di una politica che tutela le grandi imprese del Nord... affossando i piccoli produttori del Sud.


LA CAMPAGNA "NO DUMPING"
Si scrive dumping ma si può tranquillamente leggere "concorrenza sleale". E´ una pratica usata dai Paesi ricchi per esportare beni (soprattutto prodotti agricoli) ai prezzi più bassi possibili - inferiori talvolta ai costi di produzione - talmente bassi da impedire la competizione dei produttori locali. Il dumping è attivato attraverso i sussidi pubblici, enormi "contributi all'esportazione" elargiti dallo stato o dall´Unione Europea per conquistare nel mondo nuove fette di mercato. A rimetterci sono le fragili economie dei Paesi poveri. La rivista Volontari nel mondo-Focsiv, in collaborazione con VITA, ha lanciato la Campagna "NO dumping". Per informazioni scrivere una mail a focsiv@focsiv.it



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