Marco Trovato
Reporter Indipendente


Articoli
  Attualita'
Solidarieta'
Societa'
News



ARTICOLI

 
QUANDO ERAVAMO RE

Gloria e declino della boxe africana

Trent’anni fa i pugili della Tanzania erano ai vertici della boxe mondiale. Oggi fanno fatica a sopravvivere. Ma i vecchi campioni del ring non hanno rinunciato a battersi. Per dare un futuro al pugilato africano

«Un tempo ero famoso, il mio nome era sulla bocca di tutti. Quando camminavo per strada la gente mi fermava per offrirmi da bere. E ogni volta che salivo sul ring la folla impazziva di gioia». Habib Kinyogoli, 54 anni, ha gli occhi lucidi e la voce impastata mentre ricorda i giorni gloriosi della sua giovinezza. Ex campione africano di pugilato nel lontano ‘74, per lungo tempo aggrappato ai vertici della boxe mondiale, Habib ha un passato di cui va giustamente fiero. E per cui soffre comprensibilmente di malinconia.
«I fasti di un tempo sono ricordi sbiaditi: se ci penso sto male». Oggi il vecchio guerriero del ring, cresciuto all’ombra del Kilimangiaro, vive lontano dalle luci della ribalta. E’ un cittadino normale, alle prese con le difficoltà e i problemi di tutti i giorni: il caro-vita, la mancanza di lavoro, la necessità di arrangiarsi per tirare a fine mese. Ma questo non ha impedito ad Habib di mantenere saldo il legame con il suo amato sport.
Nel povero quartiere di Ilala, alla periferia della capitale Dar es Salaam, l’infaticabile boxeur allena ogni sera una quarantina di giovani decisi a seguire le orme del maestro. Per vederli in azione bisogna entrare nel cortile di un anonimo bar, un rettangolo di cemento scrostato dove gli atleti provano senza sosta i loro fendenti, scaricando l’adrenalina contro due grandi sacchi impiccati ad un palo.
Tra loro ci sono anche una decina di bambini coi muscoli ancora acerbi. «Sono il futuro della nostra boxe: dovranno battersi duramente per lasciare il segno nella storia. E nessuno qui potrà aiutarli». Oggi in Tanzania il pugilato sta morendo. Il Governo ha tagliato i fondi che un tempo sostenevano le società sportive. Gli sponsor privati (le società di telecomunicazioni Mobitel e Vodacom ma anche l’azienda Tanzania Brewery Limited che produce la birra nazionale) hanno abbandonato il mondo della boxe per concentrarsi sul calcio, sport più redditizio e popolare. La televisione ha smesso di trasmettere gli incontri che contano.
Gran parte delle palestre hanno dovuto chiudere i battenti negli ultimi anni, le poche ancora aperte si trovano in condizioni disperate: manca l’attrezzatura sportiva, la corrente per l’illuminazione, il denaro per pagare gli allenatori. E l’ultimo schiaffo agli appassionati di questa disciplina è arrivato l’anno scorso, quando il Ministero dello Sport ha comunicato che non c’erano soldi per iscrivere gli atleti tanzaniani alle selezioni per le Olimpiadi di Atene. «Per noi è stato un vero trauma», dice sconsolato Narcis Tarimo, presidente dell’Associazione Amatoriale di Pugilato della Tanzania. «Per mesi siamo andati a bussare alla porta del ministro per chiedere i fondi necessari all’iscrizione.
Ma pochi giorni prima della scadenza, il Governo ci ha fatto sapere che non avremmo potuto partecipare alla selezione olimpica. Peccato: potevamo puntare a traguardi importanti».
Un epilogo inglorioso per una nazione che negli anni Settanta aveva sfornato campioni di grande stile e talento – citiamo tra gli altri Ahmed Tesha, Robert Mwakosya, Micheal Nassoro – protagonisti indiscussi delle classifiche mondiali. Un’autentica beffa per le giovani promesse della boxe tanzaniana che attendevano con ansia di poter indossare dei guantoni per battersi a livello internazionale. «Alle Olimpiadi saremmo stati protagonisti», commenta Alì Matumla, 54 anni, un altro campione del passato che oggi è impegnato a far crescere una nuova generazione di pugili. «I miei ragazzi si sono allenati duramente, per intere settimane, pur di farsi trovare pronti all’appuntamento.
Ma i politici, ancora una volta, hanno spezzato i loro sogni di gloria». Mister Matumla ha una famiglia di giovani boxeur: i suoi cinque figli – quattro maschi e una femmina - praticano tutti il pugilato a livello professionistico. «Non li ho costretti a farlo», spiega orgoglioso il padre. «Sin da piccoli amavano fare a pugni: hanno la grinta e la stoffa per vincere».
Il più grande, Rashid, sei anni fa ha conquistato il titolo del mondo WBU dei pesi belt. Nella palestra di proprietà dei Matumla, un locale ombroso di neppure 20 mq, fa bella mostra di sé la bacheca di famiglia dove spicca - tra vecchie foto, ritagli di giornale e locandine pubblicitarie – una fotografia del grande Mohamed Alì assieme a Rashid il giorno della vittoria mondiale.
«Un giorno indimenticabile, un traguardo prestigioso. E il futuro ci regalerà tante altre soddisfazioni», afferma convinto Mister Matumla. «Dicono che il pugilato stiamo morendo. Ma noi non molliamo, non gettiamo la spugna. Questo sport ci scorre nelle vene, fa parte del nostro dna. Ne sono sicuro: gli atleti della Tanzania torneranno a battersi sui ring più importanti. Forse io sarò morto e non potrò vederli. Ma un giorno i figli dell’Africa saranno nuovamente i re della boxe».


MOHAMED ALI'
Ritratto di un mito
La diffusione del pugilato in Africa ha avuto una forte accelerazione negli anni Settanta grazie alle imprese del campione afroamericano Cassius Clay, al secolo Mohamed Alì. Il 30 ottobre del 1974, Mohamed Alì fu protagonista a Kinshasa (capitale dell’allora Zaire) di uno dei più entusiasmanti e spettacolari combattimenti della storia: la sfida al campione dei pesi massimi George Foreman. Un incontro di boxe che travalicò i confini sportivi e divenne un evento sociale e mediatico di portata mondiale. Il match fu fortemente voluto dal presidente zairese Mobutu, despota sanguinario e inguaribile esibizionista, e venne abilmente organizzato da Don King, manager storico del pugilato che già allora aveva un fiuto infallibile per gli affari. La stampa presentò l’incontro come una battaglia decisiva tra il bene e il male, tra gli uomini oppressi (Alì) e gli oppressori (Foreman). Era una forzatura orchestrata a tavolino per far accrescere il business e l’attesa del pubblico, ma il messaggio venne recepito dal popolo dello Zaire. La gente incitava il proprio beniamino urlando “Ali boma ye”, “Ali uccidilo”. E Mohamed Alì non tradì i suoi sostenitori: conquistò il titolo dei massimi spedendo ko dopo otto round il povero Foreman, costretto suo malgrado a recitare la parte del cattivo. A quell’indimenticabile nottata africana di boxe è dedicato il fim-documentario “Quando eravamo re” di Leon Gast, uno straordinario racconto per immagini di un confronto non solo sportivo fra due grandi campioni. Chi desidera saperne di più sulla storia del leggendario Alì può leggere Muhammad Alì (Einaudi 2000) un libro che raccoglie dodici ritratti del pugile americano scritti da grandi scrittori che l’hanno conosciuto, odiato e amato.


 



LADRI DI MEDAGLIE
Una fine ingloriosa
La boxe africana è in crisi: i vecchi campioni della Tanzania non sono gli unici a passarsela male. L’ex boxeur ghaneano Eddy Blay, il primo africano a vincere una medaglia alle Olimpiadi (accadde a Tokyo nel 1964, dove conquistò il bronzo nella categoria “pesi welter”), oggi gestore di un piccolo ristorante nella cittadina di Osu, è disperato perché dal National Museum del Ghana è stata recentemente rubata la sua medaglia olimpica e le due onorificenze d’oro che vinse ai giochi del Commonwealth di Kingston (1964) e Perth (1996). «Vorrei che fossero restituite, per poterle mostrare ai miei nipotini», ha dichiarato l’ex campione. I ladri finora non si sono fatti commuovere dalle sue parole. E le autorità del Paese africano hanno escluso la possibilità di poter realizzare le copie delle medaglie sparite: «comporterebbe una spesa eccessiva».
 




Tutti i diritti sono riservati.
E' vietata la riproduzione, anche parziale, dei testi e delle immagini, senza l'autorizzazione scritta dell'autore.
E-mail: info@reportafrica.it.
Realizzato da www.kridea.com.
Elenco Totale Articoli

Warning: getenv() has been disabled for security reasons in /var/www/www.reportafrica.it/articoli.php on line 286