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SULLE ROTTE DEGLI SCHIAVI

Dal Ghana alla Tanzania un lungo viaggio nella storia


A duecento anni dall’abolizione inglese della tratta, sono ancora evidenti in Africa i terribili ricordi della schiavitù. Ecco un itinerario storico tra antiche fortezze, città portuali e altri luoghi-simbolo del commercio negriero. Per non dimenticare

Venticinque marzo 1807: la Gran Bretagna è la prima nazione a mettere fuorilegge la schiavitù. È l’inizio della fine per la tratta degli schiavi praticata dalle principali potenze europee sin dal Cinquecento. In tre secoli, almeno quattordici milioni di esseri umani vengono prelevati con la forza dall’Africa e stivati nelle navi negriere dirette in America. Un traffico mostruoso di donne e uomini che avrebbe contribuito in modo determinante alla stagnazione demografica dell’Africa e alla spoliazione delle sue preziose materie prime. Una delle pagine più oscure della storia dell’uomo.
Forti e castelli del Ghana
     Il commercio dei negrieri seguiva strade diverse. La tratta portoghese e spagnola collegava il Golfo di Guinea e l’Angola, ma anche il Mozambico, al Brasile e alle Antille. Inglesi, olandesi e francesi preferivano invece andare a vendere oggetti di poco valore in Africa in cambio di schiavi da destinare alle piantagioni di cotone, zucchero, tabacco e caffè delle West Indies e dei futuri Stati Uniti.
Una volta selezionati, gli schiavi venivano riuniti in appositi centri di smistamento, per poi essere imbarcati sulle navi negriere. Una delle più antiche (e meglio conservate) strutture di questo tipo è il castello di Saint George, costruito nel 1482 dai portoghesi, situato nella città portuale di Elmina, in Ghana, 180 chilometri ad ovest della capitale Accra. Il grande cortile centrale, gli alloggi dei negrieri, le lugubri stanze invase dalla muffa in cui venivano tenuti gli schiavi, fanno di questo posto un museo permanente degli orrori dell’umanità. Sulla costa ghaneana, tra le città di Keta e Beyin, si trovano altre strutture simili. A Cape Coast, si susseguono una serie di edifici che ricordano quella tragica epoca storica, come Fort Victoria, Fort William e Fort MacCarthy. L’imponente Cape Coast Castle, a due passi dal mare, ospita un museo che raccoglie oggetti, immagini e reperti della schiavitù in Ghana (visite guidate tutti i giorni, dalle 9 alle 16).
Itinerario storico in Benin
     Dal Togo alla Nigeria, passando per il Benin, si estende quella che veniva chiamata appunto la “Costa degli Schiavi”. Cuore pulsante del commercio negriero in questa regione era la città costiera di Ouidah, in Benin, 42 chilometri a ovest della capitale economica Cotonou, un luogo impregnato di storia e di spiritualità vodù (la religione locale).
A Ouidah è possibile percorrere un breve itinerario che rievoca la strada battuta dagli schiavi per raggiungere le navi negriere che li attendevano ancorate al porto. Qui – come in altre città interessate dalla tratta – si trova la Porta del non ritorno, un arco monumentale che evoca la tragedia della tratta. La porta è raggiungibile percorrendo la strada principale che collega il centro cittadino all’oceano. Il percorso corrisponde esattamente al cammino – lungo circa quattro chilometri – calpestato per secoli da migliaia di africani, catturati e incatenati. Lungo il tragitto si incontra l’Albero dell’oblio, attorno al quale venivano trascinati gli schiavi affinché dimenticassero il loro passato di uomini liberi. A Ouidah, due isolati a est del mercato, si trova inoltre il Museo di storia, creato all’interno di un vecchio forte portoghese, ben restaurato, dove si può rivivere la storia di quel terribile traffico umano (visite guidate ogni giorno, ore 9–13 e 15–18).
Senegal: l’isola degli schiavi
     Il commercio del “legno d’ebano” – così venivano chiamati gli schiavi alludendo al colore della loro pelle – ha toccato anche le coste del Senegal. Sull’isola di Gorée, situata di fronte alla capitale Dakar (una posizione strategica per i negrieri: vicina all’entroterra africano e affacciata sull’Atlantico, in direzione delle Americhe), sorge la celebre Maison des esclaves, la Casa degli schiavi, dove uomini, donne e bambini venivano rinchiusi prima di essere condotti nel Nuovo Mondo. Oggi l’edificio è trasformato in museo.
La visita è interessante anche perché offre un'immagine eloquente del cinismo dei commercianti europei. In angoli maleodoranti gli schiavi venivano marchiati e restavano incatenati in attesa della terribile traversata. Come se tutto ciò non turbasse minimamente la coscienza di alcuno, ai piani alti della casa, nei ricchi alloggi arredati con mobili preziosi, si svolgeva contemporaneamente la vita quotidiana dei mercanti e delle loro famiglie, immerse nel lusso. A sud dell’isola si può scorgere il Memoriale di Gorée, costituito da due strutture simili a vele: la più lunga misura 18 metri e simboleggia l’Africa della diaspora, mentre l’altra, parallela alla terra, rappresenta gli africani non deportati.
Dalla Nigeria all’Angola
     La Nigeria è un’altra tappa fondamentale del nostro itinerario. Dalla sua costa, nel corso di tre secoli, quattro milioni di persone furono deportate verso le Americhe. L’attuale città di Badagry, non molto distante da Lagos, costituiva uno dei porti principali delle navi negriere. Ancora oggi, nella periferia di Badagry, si può individuare il sentiero che percorrevano gli schiavi, dal quartiere di Gberefu Island sino alla spiaggia. In ricordo di quel periodo è stata realizzata una statua, posta alla fine del percorso, raffigurante due persone incatenate e, a poca distanza, si trova un albero di palma, accanto al quale si può leggere la scritta – comune a molti luoghi toccati dalla tratta – “punto di non ritorno”.
Anche l’Angola è stata interessata dalla tratta e Luanda, fondata dai portoghesi nel 1573, ne era il centro più importante. Molti edifici della capitale angolana sono i simboli architettonici di quell’epoca, come il forte São Miguel, costruito nel 1576, o il palazzo di Dona Ana Joaquina, abitazione di una delle più famose commercianti di schiavi. A una ventina di chilometri da Luanda si trova il Museo della schiavitù, eretto sul sito originale dove gli africani erano stipati, in attesa di essere condotti nel Nuovo Mondo.
Tracce Swahili
     L’ultima tappa del nostro viaggio sulle orme degli schiavi, che potrebbe essere ben più lungo e articolato, è la Tanzania. La città costiera di Bagamoyo, a 70 chilometri da Dar es Salaam, ebbe un ruolo da protagonista nel periodo della tratta. I sultani omaniti che regnavano nella regione fecero di questa località il punto di ritrovo delle carovane che giungevano sulla costa dal cuore del continente. Le colonne negriere che giungevano in città, ripartivano poi verso l’interno con perline, tessuti e altre merci da barattare coi regnanti locali in cambio di altri uomini, donne, bambini. Bagamoyo divenne il principale centro di smistamento degli schiavi, che venivano di qui inviati al grande mercato dell’isola di Zanzibar, un'altra tappa strategica della tratta, prima di essere spediti in America.
Fino alla fine dell’Ottocento il commercio di esseri umani proseguì senza sosta, a dispetto delle leggi abolizioniste varate da tempo da tutti i Paesi europei, e assicurò a Bagamoyo importanza e vitalità. Da qui partivano anche le spedizioni verso l’Africa centrale di esploratori, missionari ed eserciti coloniali. A testimoniare le frenetiche attività del passato restano molti edifici storici, alcuni in fase di restaurazione altri ridotti a semplici rovine. Da visitare il vecchio forte arabo dove venivano imprigionati gli schiavi, e il grazioso porto da dove oggi salpano pescherecci e navi mercantili. Non può infine mancare una visita all’antica missione dello Spirito Santo, risalente al 1868, la prima missione cattolica in Africa Orientale: tra i suoi compiti aveva quello di riscattare gli schiavi. All’interno, un piccolo museo espone reperti e fotografie relativi alla tratta.

(Hanno collaborato Silvia Turrin, P.M. Mazzola e Bruno Zanzottera)


Leggere
Per approfondire il tema, segnaliamo qualche utile lettura. Radici di Alex Haley (Rizzoli): l'epopea romanzata dello schiavo Kunta Kinte e dei suoi discendenti. Schiavi e negrieri, la grande tratta di Jean Meyer (Electa/Gallimard): un saggio semplice e accattivante. Capitalismo e schiavitù di Eric Eustace Williams (Laterza): un’indagine economica sui rapporti fra schiavitù e rivoluzione industriale. Madre nera. L'Africa nera e il commercio degli schiavi di Basil Davidson (Einaudi): analisi storica della tratta. Il fardello dell’uomo bianco di Jordan Winthrop (Vallecchi): riflessioni sulle motivazioni storiche e antropologiche del pregiudizio razziale negli Usa. La tratta atlantica. Genocidio e sortilegio di Giorgio Pietrostefani (Jaca Book): con rigore storico ma con taglio divulgativo, e senza mitizzare l’Africa prima dei bianchi.


Vedere
Ecco alcune memorabili pellicole che parlano della schiavitù. Protagonista del film Il mercante di schiavi (Usa, 1937), per la regia di Tay Garnett, è il capitano di una nave negriera che decide di cambiare vita per dedicarsi alla sua donna. L’ostacolo sono però i membri del suo equipaggio che, con il ritiro del comandante a vita privata, si vedono privati dei profitti della tratta. Il capitano deve quindi fronteggiare un ammutinamento.
La capanna dello zio Tom (Usa, 1987) di Stan Lathan. Nello Stato del Kentucky vive lo “zio Tom”, schiavo nero a servizio della famiglia Shelby, all’interno della quale è rispettato nonostante la sua condizione sociale. A causa di problemi economici, gli Shelby sono costretti a vendere i loro schiavi: Tom finirà nelle mani di un negriero sanguinario e alcolizzato.
Amistad (Usa, 1997) di Steven Spielberg. Ricostruzione di un fatto storico che vide protagonisti un gruppo di schiavi, razziati nel 1839 in Sierra Leone da trafficanti spagnoli. Il più coraggioso fra gli africani, Cinque, decide di tentare la ribellione e prende il comando della nave: l’Amistad.
In Sankofa (Etiopia/Usa, 1993) è un africano, il regista etiopico Haile Gerima, a occuparsi del tema. Mette in scena una modella afroamericana che, a Cape Coast per un servizio fotografico, si ritrova nei panni di una schiava, in una piantagione americana di secoli prima.
Amazing Grace di Michael Apted (Gran Bretagna, 2006) è dedicato alla figura di William Wilberforce, esponente abrogazionista britannico. Il cantante senegalese Youssou N’Dour interpreta nel film Olaudah Equiano, uno degli schiavi africani riscattati più noti, in quanto autore di un’autobiografia.



Il prezzo della schiavitù
A duecento anni dall’abolizione della tratta da parte della Gran Bretagna, il dibattito sui costi e le responsabilità della schiavitù non è ancora sopito: periodicamente, politici e intellettuali africani avanzano richieste di risarcimenti economici alle nazioni europee. Lo ritengono un atto morale dovuto per chiudere i conti della storia. Ma è impossibile quantificare il danno causato dalla tratta.
I leader occidentali si limitano ad esprimere le proprie scuse per le catene imposte ai figli dell’Africa. Del resto gli studiosi ricordano come anche molti africani – in qualità di intermediari o di “cacciatori” – abbiano partecipato con profitto al commercio schiavista. Un fatto rammentato di recente anche dal presidente ghaneano John Kufuor, che ha invitato a non nascondere le colpe di chi, anche in Africa, ha preso parte al commercio di anime.



A proposito di schiavi

Quattordici milioni di essere umani trasportati nelle stive delle navi negriere. Una mostruosa trasfusione che ha dissanguato l’Africa per nutrire l’America e l’Europa

La tratta degli schiavi viene commemorata ogni anno, il 23 agosto: data scelta dall’Onu come giornata mondiale in memoria delle sofferenze patite da milioni di africani dal Quattrocento all’Ottocento

L’ultimo Paese schiavista che ha abolito la schiavitù è stato la Mauritania, nel 1980


I luoghi simbolo da visitare

La Casa degli Schiavi, luogo-simbolo della tratta in Senegal, si trova sull’isola di Gorée, a 15 minuti di traghetto dalla capitale Dakar. Al pian terreno ci sono le camere buie dove venivano incatenati gli schiavi, acquistati dai capi delle tribù locali in cambio di armi e paccottiglia

Il forte di St. George eretto nel 1482 ad Elimina, in Ghana, è la più antica fortezza europea in Africa occidentale. Venne usato durante la tratta, oggi ospita al suo interno gli alloggi dei negrieri e le lugubri stanze piene di muffa in cui venivano tenuti gli schiavi

L’antica missione cattolica dello Spirito Santo a Bagamoyo, in Tanzania, aveva il compito di riscattare e liberare gli schiavi. All’interno vi è un piccolo museo con diversi reperti e fotografie relativi alla tratta. Qui approdò anche la salma di David Livingstone, grazie a due fedeli servi che ne imalsamarono il corpo e lo trasportarono in un interminabile viaggio di undici mesi da un lontano villaggio dello Zambia dove il missionario-esploratore morì nel maggio del 1873

Dal Togo al Ghana, passando per il Benin, le “Slaves Routes”, le strade degli schiavi, sono itinerari di grande valore storico e umano, tracciati dall’Unesco, in collaborazione con l’Organizzazione mondiale del turismo e l’Unione Africana













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