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REPORTER A BRAZZAVILLE

Visita al più autorevole giornale congolese

La Semaine Africaine è un prestigioso bisettimanale cattolico della Repubblica del Congo. Da oltre mezzo secolo denuncia le ingiustizie e promuove un’informazione libera e democratica

C’è un edificio malconcio nel cuore di Brazzaville dove ogni giorno, da oltre mezzo secolo, si rinnova un piccolo miracolo. È la sede della Semaine Africaine, il più longevo e prestigioso rotocalco della Repubblica del Congo. Questo posto e questo giornale non dovrebbero esistere, se avessero ragione quanti affermano, con troppa superficialità, che in Africa il giornalismo indipendente non ha la forza per sopravvivere, che la stampa del continente nero è imbavagliata e al servizio dei poteri forti, che i cronisti africani sono dilettanti e velleitari.
Una lunga storia travagliata
     La Semaine Africaine resiste in quel malridotto casermone di Brazzaville, malgrado i grezzi stereotipi e le cupe profezie degli afropessimisti. Benché in tanti abbiano più volte tentato di ridurre al silenzio la sua voce controcorrente, la sua informazione libera e autorevole. «Abbiamo vissuto stagioni difficili. Segnate da tensioni sociali, colpi di stato, svolte autoritarie, vere e proprie guerre civili», racconta Joachim Mbanza, un passato di studi in Francia, da ventidue anni al timone del giornale. «Ma non abbiamo mai mollato, siamo rimasti al nostro posto, in trincea, sempre».
L’avventura è iniziata nel 1952, in piena epoca coloniale, grazie a un missionario spiritano francese con il pallino del giornalismo. Ricorda il direttore della Semaine: «Padre Jean Le Gall, il fondatore della testata, voleva realizzare uno strumento di comunicazione vicino alla gente, espressione della comunità cristiana del Paese e difensore dei valori della giustizia sociale».
Negli anni che precedettero l’indipendenza del Congo (1960), La Semaine Africaine alimentò il dibattito democratico della società civile e contribuì a formare una nuova classe dirigente, mettendo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica il tema della difesa dei diritti umani e quello della lotta alla corruzione.
Parole in libertà
     «Da allora molte cose sono cambiate», prosegue Mbanza. «Ma in cinquantacinque anni di vita La Semaine è rimasta fedele alla sua missione: informare con scrupolo e puntualità, denunciando le ingiustizie, mantenendo una particolare attenzione ai problemi della gente comune, offrendo spazio al confronto di idee diverse».
La molteplicità di opinioni che ospita nelle sue pagine dà l’idea di un giornale aperto al dibattito, pluralista e democratico, poco incline ai condizionamenti ideologici. «Da dieci anni La Semaine appartiene alla Conferenza Episcopale. La Chiesa locale è formalmente l’editore. Ma nella pratica godiamo di una grande autonomia professionale», assicura Mbanza. «Certo, siamo una rivista di ispirazione cristiana e abbiamo la dignità umana al centro delle nostre attenzioni. Ma non rinunciamo per questo a far sentire le ragioni della nostra coscienza». Potrebbero suonare come parole di circostanza, le sue, se non fosse per il grande consenso popolare di cui gode La Semaine. Decine di migliaia di congolesi di ogni ceto sociale non rinunciano all’appuntamento, due volte la settimana, con la lettura delle sue quattordici pagine, dense di notizie e commenti mai scontati.
In tanti acquistano il giornale dagli strilloni che lo sventolano come una bandiera agli incroci delle strade. Altri lo ricevono direttamente a casa, per posta. E chi non può permettersi una copia personale, si raduna con altri a sfogliare l’ultima edizione in qualche biblioteca o locale pubblico.
Missionari delle notizie
     «La gente si fida di noi perché conosce la nostra lunga storia – dicono orgogliosi, all’unisono, gli agguerriti cronisti della Semaine –. E noi facciamo del nostro meglio per non deluderli. Ci muoviamo nei quartieri per raccogliere gli umori della popolazione, verificare le notizie, intrecciare la rete delle nostre fonti. Siamo tra i primi a sapere che cosa sta accadendo nel Paese».
Il giornale è stato testimone di decenni turbolenti che hanno sconvolto e insanguinato il Congo. E i giornalisti che incontriamo nella redazione, una quindicina di uomini stretti in uno stanzone di pochi metri quadri, hanno l’aria di chi oramai ha visto tutto nella vita. «Il peggio è passato – dice sorridendo un giovane reporter, alludendo al processo di pacificazione nazionale che sta migliorando la sicurezza nel Paese –. Ma navighiamo a vista, senza montarci la testa: i problemi sono sempre in agguato». Già. Se il Congo ha raggiunto una relativa stabilità politica e sociale, La Semaine deve ancora conquistare una stabilità economica. «Le vendite coprono solo il 40% delle nostre spese», spiegano in redazione. «Con la pubblicità e i piccoli annunci riusciamo a malapena a pagare la carta e l’inchiostro. Non possiamo permetterci grandi spese per gli spostamenti, consumiamo le scarpe a forza di camminare. I nostri vecchi computer a volte non funzionano perché in città viene a mancare improvvisamente la corrente elettrica. E poi capita che manchino persino i soldi per gli stipendi».
Fare uscire il giornale in queste condizioni è quasi un miracolo. «A darci la forza di continuare è la nostra passione – conclude il direttore –. Non è semplice dedizione al lavoro. Direi che è qualcosa di molto simile alla vocazione dei missionari… Senza di essa, La Semaine non sopravviverebbe. Il miracolo è tutto qui».
(Artitolo scritto in collaborazione con Daniele Tamagni)



Profondo Congo
     La storia recente della Repubblica del Congo è stata segnata da una lunga scia di scontri armati tra l’esercito e le milizie antigovernative che imperversano nel Paese. Il colonnello Denis Sassou Nguesso – al potere dal 1979 – ha sconfitto militarmente nel 1997 il suo principale oppositore politico, Pascal Lissouba, dopo una lunga e sanguinosa guerra civile. Nel 2003 è scoppiata una nuova ribellione nella regione del Pool, sedata a fatica dalle forze fedeli al presidente.
Oggi il Congo vive una situazione di relativa stabilità politico-militare, ma il cammino delle riforme economiche e sociali resta difficile. Il 70% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, nonostante il Paese sia ricco di petrolio. Negli ultimi dieci anni le continue guerre hanno generato pesanti conseguenze: il tasso di scolarizzazione giovanile, arrivato quasi al 100% all’inizio degli anni Ottanta, è precipitato al 48%, mentre la speranza di vita è scesa a 45 anni.






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