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MORAVIA L'AFRICANO

In mostra le foto del grande scrittore e viaggiatore

Per quasi vent’anni Alberto Moravia ha viaggiato in Africa nelle vesti di reporter e narratore. Al suo fianco aveva una compagna speciale, Dacia Maraini, scrittrice col pallino della fotografia. Che oggi schiude il suo album di ricordi

In occasione del centenario della nascita di Alberto Moravia, indimenticabile scrittore italiano del secolo scorso (1907-1990), fino al 22 dicembre si tiene a Roma (presso la struttura dell'Ex Gil a Trastevere, recentemente adibita a spazio espositivo) una mostra con quasi cento fotografie, in gran parte inedite, realizzate dalla sua compagna, la scrittrice Dacia Maraini, durante i frequenti viaggi fatti dalla coppia negli anni Sessanta e Settanta. Dal Mali alla Tanzania, dalla Costa d’Avorio al Gabon, passando per la Nigeria, il Ghana e lo Zaire, furono una quindicina i Paesi subsahariani da loro visitati, spesso in compagnia di amici intellettuali, tra il 1962 e il 1979.
E Moravia, inviato in Africa dal Corriere della Sera, non fece mistero con nessuno del suo amore incondizionato per il continente nero: «Per me è la cosa più bella che esista al mondo», confessò nel libro-intervista scritto da Alain Elkann. «Il suo odore non si dimentica mai». Di questo rapporto affettivo, intenso e inossidabile, racconta la stessa Dacia Maraini nell’introduzione di Passeggiate Africane di Moravia (Bompiani 1987), di cui pubblico qui uno stralcio.
«Ogni anno, per diciotto anni, siamo andati, Alberto ed io, in Africa; nell’Africa più nera, quella di Conrad e del tenebroso Kurtz, cercando di visitare il Paese del mondo meno turistico possibile. Per questo abbiamo sempre abbinato i nostri viaggi a progetti di lavoro: un documentario per la televisione, il sopralluogo per un film che avrebbe girato Pasolini, l’occasione per incontri giornalistici e letterari.
Appena arrivati, cercavamo di lasciarci alle spalle l’Africa delle grandi città, dei grandi alberghi, dei ristoranti di lusso delle piscine e delle autostrade. Per trasferirci verso l’interno, dove le strade sono pantani pieni di buche, dove per dormire ci si deve affidare alle missioni e per mangiare bisogna accontentarsi delle banane fritte e della pasta di igname.
Ma cos’è che ci attirava con tanta prepotenza verso l’Africa nera, tanto da spingere i nostri migliori amici a seguirci, ad innamorarsi a loro volta di quelle luci, di quei venti?
“Mentre corriamo per i viali di Arusha rifletto sul carattere profondo del paesaggio africano”, scrive Alberto in uno dei suoi diari africani dell’84. “La Blixen lo chiama ‘nobile’. Io lo trovo invece religioso, come l’Attica, come la Terra Santa, come il Nepal. Si sente che su queste montagne eccelse hanno abitato e tuttora forse abitano le divinità bizzarre e terrificanti nelle quali si esprime il solo sentimento religioso proprio dell’Africa: la paura. Il monte Meru fa paura, il monte Kenya fa paura, il monte Kilimangiaro fa paura”.
“Hemingway ha cercato di alludere a questa paura”, continua Alberto, “ma la sua paura africana, una maschera tribale con la faccia del teschio, gli occhi di perline, i denti di conchiglie e i capelli e la barba di rafia”.
L’immagine di questa maschera della paura ha accompagnato tutti i nostri viaggi. E una maschera simile, fra teschio e feticcio, sta oggi appesa nel soggiorno di quella che una volta era la nostra casa.
È una paura che fa dilatare le pupille, che fa salire un groppo in gola, che contrae i muscoli del ventre. Una attesa dolorosa da cui ci si sente contagiare nel momento che ci inoltriamo lungo i sentieri di terra rossa, fra due ali di alberi centenari, circondati da una foresta non dominata dall’uomo.
Non è che la paura sia un luogo da “visitare”, ma è la tensione che accompagna chi si accinge a penetrare il cuore del continente africano. È un timore di natura tellurica e arcaica che si mescola ad un candore sconcertato di attesa e che si può rintracciare nei movimenti eleganti dei nomadi, nelle facce intense dei venditori ambulanti che girano a piedi nudi, nei corpi dei guerrieri armati di lance, nelle braccia grasse delle madri di famiglia intente a cucinare l’igname sul fuoco di legna, negli occhi dei pescatori di lago, dei fabbri, delle prostitute, dei bambini che si affacciano sulle porte basse delle capanne “adobe” col ventre gonfio di parassiti.
Il panico religioso “acchiappa” anche lo straniero che esce dalle rotaie del viaggio organizzato, lo stordisce, lo tiene in allarme mentre si incammina per i lunghi sentieri della terra sanguigna, fra i ruvidi e spinosi cespugli delle savane, addentrandosi nei villaggi sperduti far le rocce”»…


Una vita intensa,
tra libri, viaggi e amori
     Alberto Moravia nasce a Roma il 28 novembre 1907 da una famiglia borghese di origine ebraica. Nel 1916 si ammala di una grave forma di tubercolosi ossea che lo costringerà a letto per un lungo periodo, impedendogli di frequentare la scuola con regolarità. Proprio in questi anni inizia ad avvicinarsi alla scrittura.
Nel 1930 si trasferisce a Londra dove comincia a dedicarsi ai reportage. Tornato in Italia, tra il 1939 e il 1943 scrive i suoi primi romanzi, L’imbroglio e Le ambizioni sbagliate, che vengono censurati e sequestrati dal regime fascista. Nel periodo susseguente alla caduta del regime, Moravia collabora a riviste e programmi radiofonici e scrive per il cinema come sceneggiatore. Nel 1957 verrà pubblicato La Ciociara, uno dei suoi romanzi più celebri.
Il 1962 è l’anno che segna la fine del suo rapporto con la scrittrice Elsa Morante, che lascia per andare a vivere con la scrittrice Dacia Maraini. Nello stesso anno la coppia, sempre accompagnata da Pasolini, compie il suo primo viaggio nell’Africa subsahariana, a cui seguiranno molti altri. Moravia non smetterà mai di viaggiare, realizzando anche inchieste in giro per il mondo. Tra le sue opere più celebri di questi anni, A quale tribù appartieni? (1972), Lettere dal Sahara (1981), e La Cosa e altri racconti (1983) dedicato alla sua ultima compagna, Carmen Llera, che sposerà nel 1986.
L’editore Bompiani ha di recente pubblicato Vita di Moravia, un’autobiografia in forma di intervista: lo scrittore, sollecitato dell'incalzare delle domande di Alain Elkann, lentamente dipana il filo della memoria e rievoca le proprie vicende umane.



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