Marco Trovato
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UN RING PER SOGNARE

Visita (con sorprese) al Kampala Boxing Club

È la più importante palestra della capitale ugandese. Ospita i pugili migliori. E una squadra di agguerritissime lottatrici di wrestling…

L’appuntamento è al vecchio stadio di Nakivubo, nel caotico quartiere di Kisenyi. Zona di mercato e di borseggiatori. È tardo pomeriggio, il momento peggiore per muoversi. I pendolari serpeggiano tra le auto imbottigliate che sbuffano veleni e strombazzano senza ritegno. Sul marciapiede schiere di donnone - guarnite con pacchi giganteschi sulla testa e bimbi minuscoli fasciati alla schiena - si ammassano attorno alle bancarelle che vendono paccottiglia cinese. Manca l’aria, non c’è via di fuga. A salvarci dal panico è una voce amica. «Da questa parte, venite!». Finiamo inghiottiti in un buco che sprofonda sotto il marciapiede.
     Entriamo in un mondo sommerso, uno scantinato avvolto nella penombra: è il Kampala Boxing Club, la più importante palestra di pugilato della capitale ugandese. Cento metri quadri seminterrati e ben mimetizzati sotto le gradinate dello stadio. Un paio di sacchi artigianali penzolano dal soffitto assieme ai neon senza vita. Qualche foto sbiadita di match d’altri tempi tappezza le pareti scrostate dalla muffa. La luce filtra dalle finestre lerce che affiorano sulla strada e che attirano nugoli di bambini curiosi: i loro sguardi indiscreti spiano dall’alto gli atleti impegnati a provare i loro fendenti sui bancali di legno che fanno da ring. Ogni sera quaggiù si rintanano i migliori boxeur della città. Ma anche decine di lottatori alle prime armi, guidati da una manciata di inflessibili istruttori dallo sguardo truce. Edwin Mosley tiene sotto torchio un paio di ragazzini col fiato corto e i muscoli ancora acerbi. «Devono ancora “farsi” – dice scrollando la testa – ma stanno crescendo giorno dopo giorno. Perché si allenano con impegno e costanza».
     La palestra è frequentata da più di 250 atleti, di ogni età e categoria. Troppa gente per questo piccolo covo sotterraneo. In poco tempo l’aria si impregna di sudore e di umidità mentre i pugni esplodono in rumori assordanti All’ora di massima affluenza, poco prima del tramonto, una moltitudine impressionante di guantoni sgualciti si incrociano negli spazi angusti. «Ci stringiamo il più possibile ma non riusciamo a contenere l’entusiasmo dei nostri giovani per il pugilato», spiega Mohamed Abemugai, allenatore-manager di grande esperienza. Dicono che siano stati gli inglesi, ai tempi della colonia, a portare la boxe all’Equatore. «Balle: noi ugandesi siamo un popolo di lottatori indomabili, questo sport ci scorre nel sangue - protesta l’istruttore –, la nostra storia sportiva è piena di imprese gloriose». Ricorda i trionfi di Kassim Ouma e di John “The Beast” Mugabi, due campioni mondiali dei pesi medi. «Finora sono stati i pugili più forti. Ma presto saliranno alla ribalta altri grandi lottatori ugandesi – profetizza Mohamed –. E le sorprese migliori arriveranno dalle donne».
Wrestling in rosa
     La regina della palestra si chiama Shabira Namagga: ha 22 anni, 63 chili, due gambe agilissime. E tira pugni che fanno paura. Ma non è l’unica presenza femminile. Sul ring si alternano una dozzina di ragazze dall’aria spavalda. «Il futuro siamo noi», dice Ayo Teddy, 25 anni, fondatrice del BlackPower Female Wrestling Club, prima e unica società di lottatrici ugandesi. «È un sogno che cullavo fin da bambina, una scommessa in cui ho investito soldi, tempo e tanto entusiasmo».
Da quando la tivù nazionale ha cominciato a trasmettere i match di wrestling americano, la passione per questo genere di lotta-show è dilagata anche tra i giovani ugandesi. L’imprevedibile Ayo - fisico minuto, voce flebile e grinta da vendere – non ha perso tempo: ha buttato giù un volantino e l’ha fatto girare nei quartieri più duri di Kampala. In pochi mesi ha raccolto l’adesione di una ventina di atlete. «Sono giovani e hanno tanta voglia di mostrare sul ring tutto il loro valore», spiega. «Provengono da ambienti sociali disagiati e da famiglie povere. Alcune sono ex ragazze di strada, altre prostitute contagiate dall’Aids. Per loro la palestra rappresenta un’ancora di salvezza, uno spazio di libertà dove poter cullare sogni di riscatto. Ma anche, più semplicemente, un rifugio per stare lontane dall’inferno».
     Michel Bitjum, 23 anni, occhi profondi, capelli rasta arruffati, un corpo slanciato pieno di cicatrici, proviene dallo slum di Kibuli. «È un posto pericoloso, tutti gli uomini vanno in giro col coltello. Di notte è impossibile stare tranquille». Per molti anni Michel è stata costretta a prostituirsi. «Non avevo alternative se volevo vivere. Ma ora sogno di diventare una lottatrice professionista: ce la sto mettendo tutta, vengo qui ad allenarmi ogni volta che posso». Assieme a lei c’è la piccola Grace Timigamba, 17 anni, che deve fuggire al controllo della famiglia per recarsi in palestra. «I miei genitori dicono che questo sport è pericoloso, violento, e non si addice alla donne», spiega. «Io non la penso così: voglio sentirmi sicura quando esco di casa perché questa città è piena di ladri e di molestatori. Ogni donna dovrebbe imparare a difendersi da sé». I casi di abusi sessuali in Uganda non si contano. Le violenze vengono consumate a decine, ogni giorno, spesso in ambienti famigliari, quasi sempre nel disinteresse generale. Pochissimi sono i casi denunciati alla polizia, ancora meno quelli che finiscono con una condanna per il violentatore. «È naturale, gli uomini hanno il potere», spiega serafica Anitah Kyomuhendo, 18 anni, stretta in un costume floreale attillato. Anche lei vorrebbe diventare una lottatrice di successo. «Ma per ora mi basta tenermi in forma», dice. «Per una donna che nasce nel cuore dell’Africa è già un lusso avere la possibilità di pensare alla cura del proprio corpo». Non ha tempo di aggiungere altro: deve correre sul ring per riprendere l’allenamento. L’istruttore è impaziente, le lottatrici tornano a sferrare i loro colpi. Per noi è giunto il momento di ributtarci nella bolgia di Kampala.





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