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LA RIVINCITA DELLA SISAL

Kenya e Tanzania riscoprono una fibra preziosa

Dopo decenni di crisi, l’industria africana della sisal è tornata a produrre corde, cesti, tappeti. E anche gli scarti potrebbero far decollare un nuovo business

L’Agave sisalana è una pianta tropicale dalle foglie lunghe e carnose. Se ne vedono tante al confine tra Kenya e Tanzania. Assomigliano ai ciuffi di giganteschi ananas. Ma non forniscono alcun frutto commestibile. Vengono coltivate per produrre la sisal, una fibra utilizzata per la fabbricazione di corde, cesti, cappelli, tappeti e altri manufatti artigianali: un materiale d’altri tempi… tornato prepotentemente alla ribalta.
Ritorno al passato
     La riscoperta di questa antica coltura è evidente nelle savane che si estendono dietro le città costiere di Tanga e Mombasa, a pochi chilometri dall’oceano Indiano. Le autorità locali puntano sullo sviluppo di queste piantagioni per far decollare l’economia. Nemmeno cinquant’anni fa la Tanzania era leader mondiale nella produzione di sisal. A contendergli il primato c’era il vicino Kenya. Complessivamente se ne lavoravano ogni anno quasi 300mila tonnellate, che venivano spedite in Europa e Stati Uniti. Camion e treni facevano la spola tra l’entroterra e i porti di Mombasa e Dar es Salaam.
Poi, alla fine degli anni Sessanta, iniziò una lunga crisi. I crescenti costi di produzione e di trasporto riducevano i margini di guadagno. La fluttuazione dei prezzi e l’incertezza dei raccolti metteva in ginocchio le aziende meno solide. Infine arrivò la rivoluzione delle fibre sintetiche: in breve tempo i nuovi materiali spazzarono via l’industria delle corde naturali. Il mercato conobbe un crollo vertiginoso. La gran parte degli agricoltori si convertì ad altre colture. Altri vendettero i terreni agli speculatori immobiliari. Nel 1972 la più importante istituzione africana del settore - la Thika High Level Sisal Research Station - chiuse i battenti.
Nuove opportunità
     Oggi, la sisal sta invece ritornando protagonista. Le piantagioni hanno ricominciato a dare buoni raccolti. Il merito è delle autorità keniane e tanzaniane, che hanno messo a punto un programma ambizioso di rilancio. Vi lavorano dal 2001 decine di ricercatori e di manager africani, che godono del sostegno economico dell’Unido, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale.
Il “progetto sisal” si prefigge diversi obiettivi. Dalla creazione in laboratorio di nuove sementi, più resistenti e produttive, alla formazione di giovani tecnici. Altri traguardi strategici sono: il rinnovamento dei macchinari per la trasformazione del materiale grezzo, lo sviluppo della rete di distribuzione e di commercializzazione, il recupero e la riconversione degli scarti di lavorazione. «Stiamo lavorando sodo», assicura Naomi Kamau, direttore del Sisal Board of Kenya. «I nostri coltivatori stanno sperimentando due nuove varietà introdotte di recente, che potrebbero aumentare considerevolmente la redditività. Nel frattempo una squadra di ingegneri sta progettando dei macchinari innovativi, a basso consumo energetico, per abbattere i costi». L’attuale tecnologia è infatti obsoleta: produrre una tonnellata di fibra costa circa 500 dollari. Troppo. «In attesa di ridurre i costi, stiamo imparando a sfruttare al massimo le nostre piantagioni», spiega Odhiambo Wilson, direttore del Tanzania Sisal Board. «Entro sette anni puntiamo a produrre 100mila tonnellate di sisal. E una montagna di scarti di lavorazione che ricicleremo in modo intelligente».
Nelle campagne di Hale alcune aziende tanzaniane hanno cominciato a trasformare le scorie naturali in fertilizzanti e in cibo per i bovini. A Tanga, presso la società Katami Limited, è stato inaugurato un impianto per produrre biogas ed elettricità con i residui industriali della sisal. Un team di esperti brasiliani e danesi collabora al progetto. Infine il governo sta pensando di imporre l’utilizzo di bisacce in fibra vegetale al posto dei sacchetti di plastica. Sarebbe la consacrazione della sisal africana.



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