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SIDIBE' SI RACCONTA

Il ritratto del più grande fotografo africano

Il maliano Malick Sidibé ha passato la sua lunga vita a ritrarre la vitalità pulsante dell’Africa. Oggi il suo talento viene celebrato in tutto il mondo. Ma lui è rimasto sempre lo stesso…

Il successo e la vecchiaia non l’hanno cambiato più di tanto. Malick Sidibé - di passaggio a Milano per una mostra personale - ha mantenuto il suo sorriso sornione, la sua contagiosa simpatia, i suoi modi eleganti e cortesi. All’età di 73 anni, il più famoso fotografo africano non ha ancora perso il piacere di raccontare la sua terra, la sua gente, la sua straordinaria avventura professionale e umana.
Umile e felice
     «Nella mia vita ho avuto quattro mogli, una quindicina di figli e tanta gente che mi ha voluto bene», dice. «Sono felice per questo. Tutto il resto conta poco», aggiunge con semplicità. «Tutto il resto» sono i riconoscimenti importanti che gli sono piovuti addosso negli ultimi anni. Nel 2003 ha ricevuto il prestigioso premio per la fotografia della Fondazione Hasselblad, nel 2007 si è aggiudicato il Leone d'Oro alla Carriera della Biennale di Venezia, l’anno scorso ha vinto l’Icp Award. Riviste di mezzo mondo gli tributano onori solenni, le gallerie più quotate – dal Guggenheim di New York alla National Portrait Gallery di Londra - fanno a gara per esporre le sue inconfondibili foto in bianco e nero. In quarant’anni di lavoro Sidibé ha impresso sulla pellicola l’immagine di un’Africa allegra e genuina… lontana anni luce dell’esotismo e dal sensazionalismo ricercato di tanti fotografi occidentali. «Quando ho iniziato questo mestiere - ricorda divertito - gli europei credevano che noi africani fossimo dei selvaggi, che vivessimo nudi sugli alberi».
Le notti di Bamako
     La carriera di Sidibé inizia a metà degli anni Cinquanta quando, ancora giovanissimo, diventa assistente del fotografo Gérard Guillat, noto come “Gégé la pellicule”. «Cominciò tutto per caso: all’epoca studiavo disegno in una scuola d’arte e sognavo di fare l’orafo. Un giorno mi ritrovai in quel negozio di fotografia per realizzare delle decorazioni. Ma fui fulminato dal fascino della pellicola e ben presto cambiai i miei programmi».
Nel 1962, all’età di 27 anni, Sidibé apre il suo atelier, lo Studio Malick, nel quartiere popolare di Bagadadji, e comincia a raccontare col suo obiettivo la vibrante vita notturna di Bamako. «Il Mali aveva ottenuto l’indipendenza da due anni e la città aveva voglia di festeggiare», spiega il fotografo. «Io frequentavo i locali notturni dove la gioventù ballava al suono del giradischi fino a notte fonda. La musica era uno strumento di liberazione e di seduzione, i corpi dei giovani infiammati dalle danze si sfioravano facendo scintille. E io ero lì, in mezzo alla folla scatenata, con la mia macchina fotografica». Mentre la stampa europea punta i riflettori su guerre, epidemie, carestie... Sidibé immortala con la sua reflex i nuovi africani vestiti alla moda, i dandy impomatati, le ragazze in minigonna.
     «Erano fotografie divertenti e sincere: immagini piene di gioia e di spensieratezza. Ogni sera c’erano anche tre-quattro feste da seguire, lavoravo sodo fino a mezzanotte, poi sparivo nella camera oscura. E il mattino dopo aprivo lo studio per vendere le foto. A un certo punto decisi di smettere: avevo quarant’anni, era troppa la differenza di età tra me e le persone che fotografavo. Non facevo più parte di quel mondo, dovevo voltare pagina». A metà degli anni Settanta Sidibé decide di continuare il suo lavoro in studio, specializzandosi nel ritratto: «All’epoca la gente non aveva lo specchio in casa, molti venivano da me per specchiarsi tramite la mia macchina fotografica. Io cercavo di far uscire la loro personalità e la loro spontaneità, senza artifici».
Sidibé passa giornate intere a mettere in posa le persone, e quando è pronto per scattare lancia l’immancabile raccomandazione: «Souriez! La vie est belle». «Sorridete, la vita è bella». I suoi ritratti sono rimasti per decenni rinchiusi in scatoloni impolverati. Solo nel 1994, durante la prima edizione di Rencontres de la Photographie de Bamako (la manifestazione africana più importante nel suo genere), i critici occidentali scoprono il suo talento. «All’inizio ero frastornato dal clamore suscitato dalle mie foto. Oggi ne sono lusingato. Ma io non sono cambiato. Faccio questo mestiere con passione e umiltà… Il successo passa. Ma una bella foto resta per sempre».

(scritto in collaborazione con Daniele Tamagni - www.photodantam.com)



Foto dall’Africa
Malick Sidibé ha fatto scuola. Oggi sono sempre più numerosi i giovani fotografi africani che riescono a imporsi all’attenzione della critica e del grande pubblico. I nomi più promettenti arrivano dal Sudafrica. Brent Stirton si è aggiudicato l’ultimo World Press Photo Award con un reportage sui gorilla delle foreste del Congo. Prima di lui il prestigioso premio era andato al connazionale Pieter Hugo, che quest’anno è stato nominato “fotografo emergente” al festival Les Rencontres d’Arles. Hugo, nato a Johannesburg nel 1976, è specializzato in ritratti d’autore. Quest’anno la fotografia africana salirà prepotentemente alla ribalta internazionale con l’ottava edizione di Rencontres africaines de la photographie, appuntamento biennale di grande richiamo in programma a novembre in Mali, a Bamako… la città del grande Sidibé.



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