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GLI ULTIMI MAGHI DELL'ACQUA

Sparisce la tradizione dei rabdomanti africani

I mitici cercatori d’acqua equipaggiati con pendolini e bacchette di legno sono in via di estinzione. Un tempo erano stimati e riveriti come potenti sciamani. Oggi sono rimpiazzati da apparecchiature e geologi senza magia

Li chiamavano “indovini dell’acqua” (in inglese water diviners, in francese sourciers). Perlustravano le savane riarse dal sole con pendoli magnetici e bacchette flessibili. In silenzio “ascoltavano” i rumori impercettibili della terra. E quando sentivano la “vibrazione” giusta, segnavano il punto in cui bisognava scavare il pozzo. Come per magia riuscivano a far sgorgare l’acqua dal sottosuolo.
Prodigi inspiegabili. La gente li venerava e un po’ li temeva per via dei loro misteriosi poteri sensitivi. Al pari dei fabbri - che domavano il fuoco e modellavano il ferro - i rabdomanti africani venivano considerati degli “eletti”, persone predestinate a maneggiare facoltà divine.
In pochi mettevano in dubbio le loro capacità, nessuno si azzardava a criticarli pubblicamente. Avevano carisma e prestigio. Venivano spesso ingaggiati da studi tecnici, ditte di trivellazione, enti locali e capivillaggio. Persino i dignitari religiosi ricorrevano ai loro servigi, specie quando le preghiere non bastavano a dissetare i fedeli: “Se il Padreterno non fa piovere, c’è bisogno di uomini in grado di scovare l’acqua sotto terra”, si giustificavano sacerdoti e imam alle prese con i periodi di siccità.
La rivincita dei geologi
     Oggi le cose sono cambiate. I rabdomanti hanno perso molto della loro popolarità. Gli ultimi rimasti in attività sono vecchi e senza entusiasmo perché non riescono più a tramandare i loro poteri speciali ai figli. «I giovani preferiscono abbandonare i villaggi di origine per cercare fortuna nelle metropoli», spiega il giornale del Mali Les Echos. «Ma così si spezzano tradizioni secolari che nessuno ha più voglia di portare avanti».
Risultato: i vecchi maghi dell’acqua oggi sono progressivamente sostituiti da giovani tecnici. I quali ricercano le falde acquifere utilizzando un apposito strumento (il georesistivimetro) che consente di determinare i valori di resistività elettrica del sottosuolo, localizzando a quale profondità si trova l’acqua. Con assai più precisione di veggenti e sensitivi. È la rivincita degli geologi, uomini di scienza, per definizione scettici e rigorosi, che hanno sempre ritenuto la ricerca delle acque sotterranee da parte dei rabdomanti poco più di una superstizione.
Per trovare le falde acquifere bisognerà dimenticare i pendoli e bastoncini biforcuti, e affidarsi a tecniche di ispezione di ultimissima generazione. Secondo un team di scienziati francesi, i pozzi del futuro saranno individuati grazie alla risonanza magnetica. I primi test sono già stati effettuati in Burkina Faso, e i risultati paiono incoraggianti. Eppure gli ultimi “sensitivi dell’acqua” non si arrendono e cercano di stare al passo coi tempi.
Il web è pieno di siti internet che esaltano le doti dei moderni rabdomanti e ne pubblicizzano i servizi a pagamento: se il progresso tecnologico non si può arrestare, non resta che sfruttarne le opportunità.

Maghi o ciarlatani?
     La rabdomanzia è una tecnica divinatoria mediante la quale, attraverso le vibrazioni di un oggetto (un bastone o un pendolo) si tende a individuare sorgenti d’acqua sotterranee. Praticata fin dai tempi antichi, non è mai stata riconosciuta dalla scienza. Si dice che i rabdomanti siano in grado di captare i campi magnetici della terra e che riescano a localizzare l’esatta posizione della falde acquifere. Ma benché le loro attività esplorative siano state testate con successo in molte parti del mondo, specie in Africa, non ci sono prove certe della loro reale efficacia.

Il missionario che trovava l’acqua
     Si è spento in Italia un anno e mezzo fa, all’età di 85 anni, dopo una lunga vita trascorsa in Africa a “dare da bere agli assetati”. Padre Umberto Paris, frate cappuccino, era il più celebre dei religiosi-rabdomanti. Durante i suoi 58 anni di missione (prima in Eritrea, poi in Camerun) realizzò centinaia di pozzi per villaggi bisognosi, situati in regioni aride e isolate, dove l’acqua era più preziosa del petrolio.
«Dio mi ha donato una sensibilità speciale per trovare la vita che scorre sotto terra», spiegava il missionario. «Ma non ho certo poteri sovrannaturali. È solo una questione di magnetismo. Tutti gli uomini hanno la possibilità di captare le radiazioni delle vene acquifere. Occorre solo un po’ di pratica. E tanta fede».





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