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BIANCO NATALE?

Anche l’Africa celebra (a modo suo) la nascita di Gesù

In Egitto si digiuna per quaranta giorni, in Sudafrica ci si abbuffa attorno al barbecue, in Ghana si fa festa in spiaggia, in Nigeria si celebra come Halloween… Dall’Africa, una rassegna di curiose usanze natalizie, fra tradizioni e follie moderne

L’Africa non rinuncia al Natale. Occasione propizia per pregare, per ritrovarsi in famiglia, e per far festa assieme agli amici. Ogni Paese celebra la ricorrenza a suo modo. Attingendo a piene mani dalla tradizione cristiana, importando mode consumistiche dall’Occidente, mischiando liturgie solenni, rituali animisti, credenze pagane… Ecco una carrellata di curiose usanze natalizie, da Città del Capo al Cairo.
Pic-nic sudafricani
     In Sudafrica, nell’emisfero australe, il Natale cade in piena estate. In quel periodo le scuole sono chiuse per le vacanze e i bambini hanno tutto il tempo per adornare alberi e presepi artigianali. I festeggiamenti ruotano attorno al pranzo natalizio, che in genere viene consumato all’aperto, attorno a un barbecue scoppiettante su cui sfrigolano carni di tacchino, manzo o selvaggina. Il menu prevede anche un maialino guarnito con riso giallo e uva passa. E un’abbuffata di dolci: budini speziati, fagotti ripieno di frutta e l’immancabile dessert speciale chiamato Lekker Pudding (la cui ricetta è top-secret).
Il giorno di Santo Stefano è una festa nazionale, chiamata Boxing Day (il nome deriva dalla vecchia usanza di distribuire in quel giorno i regali - boxes): le famiglie ne approfittano per affollare le spiagge o per andare a trovare amici e parenti fuori città.
Spese folli
     In Camerun i bambini si presentano alla messa natalizia indossando abiti nuovi acquistati per l’occasione. La famiglie danno fondo ai propri risparmi pur di vestire i pargoli come principi. E le donne spendono ogni anno una fortuna per rinnovare le acconciature (il business delle parrucche e delle extension ha un’impennata a dicembre). Arrivare all’appuntamento natalizio senza un minimo di disponibilità economica viene considerato una vergognosa sciagura. Secondo il giornale locale Le Messager, le spese natalizie sono motivi di frequenti litigi coniugali e rappresentano le prime cause di divorzio.
Anche in Uganda il Natale è una festa molto “cara” (in ogni senso). Nelle campagne la gente comincia a prepararsi alla ricorrenza con parecchi mesi d’anticipo. Ogni villaggio ha un comitato organizzativo che, ogni mese a partire da gennaio, raccoglie dalle famiglie i soldi per l’acquisto di un toro o di una vacca. La spesa viene effettuata in estate poiché da settembre i prezzi lievitano. Alla vigilia, la bestia viene macellata e la carne suddivisa in parti uguali tra gli abitanti del villaggio, che avranno modo di sbafarsi con avidità e soddisfazione la tanto agognata pietanza.
Abbuffate a Lagos
     In Nigeria, la più popolosa nazione africana (130 milioni di abitanti, per metà musulmani), i bambini hanno l’abitudine di andare di casa in casa, spesso agghindati con maschere di legno, improvvisando danze e concerti natalizi accompagnati dai tamburi. Un modo per racimolare dolci e piccoli regali, un po’ come avviene negli Usa la notte di Halloween. Le case vengono decorate con rami di palma, nastri colorati e fiori selvatici. Chi se lo può permettere, addobba un abete artificiale. Il pranzo di Natale raduna le famiglie attorno a tavole imbandite con agnelli, capre o almeno un pollo. Il tutto viene accompagnato con riso, patatine fritte e sugo di cipolle. Nelle case più povere si ripiega su un piatto di polenta (chiamata fufu), patate, fagioli neri… E fiumi di birra artigianale che scorrono, incontenibili, fino a Capodanno.
Preghiere e processioni
     L’Etiopia festeggia il Natale il 7 di gennaio, anziché il 25 dicembre. Una particolarità dovuta al vecchio calendario giuliano (costituito da 12 mesi di 30 giorni ciascuno) in uso nella Chiesa copta. La ricorrenza, chiamata Ganna, viene celebrata all’insegna della fede e delle tradizioni. In ogni parte del Paese si tengono processioni, veglie di preghiere e messe solenni. Le liturgie, che durano anche sette ore, sono accompagnate dai cori e dal suono di percussioni, flauti e tipici strumenti a corda. I credenti affollano le chiese e accendono candele votive. Le donne indossano il tradizionale shamma, uno scialle di cotone bianco impreziosito da bordi di stoffa colorata e brillante. I preti ostentano turbanti e mantelli sfavillanti.
I pellegrini non usano scambiarsi regali. Dopo le cerimonie, le famiglie si radunano attorno alla tavola per gustare il tipico zighinì, un pane spugnoso condito con verdura e carne speziata. Senza esagerare. Dodici giorni dopo il Natale, il 19 gennaio, si festeggia il Timkat, la commemorazione del battesimo di Cristo, l’appuntamento più atteso e partecipato dai fedeli etiopi: una ricorrenza grandiosa che dura tre giorni.
Concerti a Kinshasa
     Nella Repubblica Democratica del Congo (il Paese più cattolico del continente, con trenta milioni di battezzati) il Natale viene celebrato all’insegna della musica. I festeggiamenti iniziano la sera della vigilia, quando cori e orchestre danno vita a vivaci concerti - con tanto di batterie e chitarre elettriche - che durano parecchie ore e che trasformano le chiese cattoliche e i capannoni delle sette evangeliche in bolge roventi. Le famiglie acquistano o noleggiano per l’occasione gli abiti più costosi e appariscenti. Persino i bambini sono agghindati come manichini. Le processioni paiono sfilate di moda.
Gli unici a trascurare i festeggiamenti natalizi sono i 5 milioni di seguaci della Chiesa kimbanghista (fondata nel 1921 da Simon Kimbangu, un coltivatore di tabacco autoproclamatosi «Redentore dei Neri»), la più diffusa Chiesa indipendente del Congo. I fedeli kimbanghisti festeggiano il Natale con cinque mesi di ritardo: il 25 di maggio! Secondo la loro interpretazione, quello sarebbe l’esatto giorno in cui nacque Gesù Cristo. La data coincide curiosamente con il compleanno di uno dei leader kimbanghisti, Salomon Kiangani Dialungana. Poco importa: per l’occasione i credenti indossano eleganti tuniche bianche bordate di verde (emblemi di purezza e speranza) e trascorrono la giornata tra preghiere rituali, abbuffate di cibo e danze scatenate.
Sacrifici al Cairo
     In Egitto solo il 15 per cento della popolazione è cristiana (il resto è musulmana), ma le celebrazioni natalizie sono molto sentite.
I festeggiamenti iniziano il 25 di novembre all’insegna del sacrificio. L'Avvento, il tempo liturgico che precede il Natale, prevede quaranta giorni di digiuno, durante i quali è fatto divieto al credente di mangiare carne e verdure fresche (consentiti, in moderate quantità, cuscus e poco altro). Questo periodo di sacrificio viene chiamato Kiahk e ricorda il Ramadan, il mese di digiuno dell’islam. Anche la Chiesa copta egiziana celebra il Natale il 7 gennaio (come in Etiopia e in alcune comunità ortodosse della Russia e della Serbia). Alla messa natalizia è obbligatorio indossare un abito nuovo. La sera della vigilia i fedeli condividono il fata, piatto della tradizione, un miscuglio di pane, riso, aglio e carne bollita. Mentre il giorno di Natale, conclusa la liturgia solenne, è usanza fare visita ai parenti portando in regalo un dolce di pasta frolla e una bevanda dolciastra.



Festival di curiosità
     Nelle città del Kenya, alla vigilia di Natale, i bambini passano di casa in casa cantando inni natalizi e raccogliendo dolcetti e frittelle. In Madagascar, conclusa la messa solenne, i fedeli banchettano fuori dalle chiese con bevande e biscotti offerti dai parroci, mentre i bimbi attendono trepidanti l’arrivo di Dadabe Noely (l’equivalente locale di Santa Claus). In Liberia si usano decorare i manghi e le palme, anziché gli abeti, e per riprodurre le tipiche campanelle si avvolgono i recipienti di yogurt in fogli di alluminio. In Mali, nel periodo natalizio, i cristiani passano in chiesa una media di trenta ore, una scorpacciata di canti e litanie. Sulla costa del Ghana, dopo il tradizionale pranzo a base di pollo, patate, manioca, riso o polenta, la gente si riversa in spiaggia a prendere il sole e a nuotare. In Zimbabwe il Natale, chiamato Kisimusi, conserva la tradizione dei regali ai più piccoli e dei cenoni attorno ai quali si riuniscono le famiglie. Ma la grave crisi economica degli ultimi anni ha imposto digiuno e sacrifici per un Natale all’insegna dell’austerità.



Auguri in ogni lingua
     L’augurio di Buon Natale (Joyeux Noël in francese, Merry Christmas in inglese, Feliz Natal in portoghese, Feliz Navidad in spagnolo, Fröhliche Weihnachten in tedesco) esiste anche nei più diffusi idiomi tradizionali dell’Africa; eccone alcuni:
• Nord Africa: Milad Majid (arabo)
• Congo: Mbotama Malamu (lingala)
• Etiopia: Melkin Yelidet Beaal (amarico)
• Ghana: Afishapa (akan)
• Madagascar: Tratra ny Noely (malgascio)
• Niger: Barka dà Kirsìmatì (hausa)
• Mali: Jabbama be salla Kirismati (fulani)
• Nigeria: E ku odun, e ku iye'dun (yoruba)
• Ruanda: Noheli nziza (kinyarwanda)
• Somalia: Kirismas Wacan (somalo)
• Sudafrica: Geseënde Kersfees (afrikaans)
• Uganda: Seku Kulu (luganda)
• Zambia: Muve ne Kisimusi (shona)
• Tanzania: Kuwa na Krismasi njema (kiswahili)
• Zimbabwe Izilokotho Ezihle Zamaholdeni (ndebele)



Negli Usa arriva il Kwanzaa
     Canti, banchetti, doni e offerte votive. Tutto rigorosamente black. Mentre il mondo cristiano si prepara a vivere il periodo natalizio, gli afroamericani festeggiano il Kwanzaa (in lingua swahili: “frutti del raccolto”): una ricorrenza che celebra le radici culturali della popolazione nera degli Stati Uniti. Ideata nel 1966 da Maulana Ron Karenga, professore universitario e attivista del black nationalist movement, in antitesi alle celebrazioni del tradizionale “Bianco Natale”, il Kwanzaa rispolvera vecchie usanze e rituali importati dagli schiavi. La festa dura sette giorni, dal 26 dicembre a Capodanno: sette come i sette principi morali a cui si riconduce, rappresentati dai sette ceri accesi sul candelabro rituale (il kinara). La celebrazione, che mischia folclore e orgoglio panafricano, è tornata in auge con l’elezione del Presidente Barack Obama.



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