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SUDAN, LA FAVOLA DEL GIGANTE BUONO

Tributo a Manute Bol, leggenda del basket mondiale


È stato uno dei giocatori più alti nella storia della pallacanestro. Sudanese, figlio di pastori, Manute Bol era diventato una stella dell’Nba. Ma non aveva dimenticato i drammi del suo popolo. È scomparso un anno fa


La favola del “gigante buono” sopravvive nel cuore dell’Africa. A un anno dalla sua tragica scomparsa, il grande Manute Bol, leggenda della pallacanestro mondiale, non è stato dimenticato. Il suo nome riecheggia sui rettangoli di cemento sparsi tra le savane assolate, dove migliaia di giovani sognano di emulare le gesta del cestista sudanese: un campione dalle gambe lunghe e dal cuore d’oro. Manute Bol era nato nel 1962 in un villaggio dinka, popolo di pastori e valorosi guerrieri. Discendente da capi tribali, aveva passato gli anni della giovinezza dietro mandrie di vacche e nuvole di polvere. Si dice che un giorno, per proteggere il bestiame, uccise un leone con una lancia. Ma il suo destino non era quello di un semplice mandriano.
L’avventura americana
     All’età di 16 anni Manute si fece notare nel campionato provinciale dilettanti, un anno dopo si trovò reclutato nella nazionale giovanile. Nel 1982 venne scovato da un talent scout americano a Khartoum: non appena maggiorenne finì negli Stati Uniti con la promessa di un ingaggio da professionista. Quando arrivò in New Jersey, recluta della Fairleigh Dickinson University, spiaccicava poche parole d’inglese e, raccontano alcuni biografi, non sapeva leggere e scrivere. Ciò non gli impedì di diventare il primo atleta sudanese nella storia dell’Nba. Giocò 624 partite in una mezza dozzina di squadre: Washington Bullets, Golden St. Warriors, Philadelphia 76ers, Miami Heat, Florida Beach Dogs. In dieci anni totalizzò 1.599 punti. E soprattutto 2.086 stoppate: il record dell’epoca. In America divenne una celebrità; in Sudan, un eroe nazionale.
Campione di solidarietà
     Manute non era una vera bandiera (quelle, a pensarci bene, vanno dove tira il vento). Era semmai un monumento di umanità, un pilastro vivente che svettava nel cielo. Alto, altissimo. Due metri e 31 centimetri. Ma «le partite fondamentali - diceva lui - si giocano fuori dai campi da basket. Nella vita reale non ci sono in palio dei semplici punti, ma beni più preziosi come la libertà e la pace». Il riferimento era alla sua terra, martoriata da decenni di violenze e carestie.
Il Sudan: suo tormento e suo unico vero amore. La fama e i soldi non gli fecero dimenticare il suo popolo. «Dio mi ha guidato in America dandomi un buon lavoro, ma mi ha dato anche un cuore per guardarmi indietro», ripeteva. Quando non era impegnato in incontri di campionato, vestiva i panni di ambasciatore di pace per il suo Paese. Sfruttando le luci della notorietà, denunciava gli orrori della sanguinosa guerra civile tra Nord e Sud. Partecipava a iniziative diplomatiche, marce di protesta, campagne di sensibilizzazione. Ed era attivissimo sul fronte dell’aiuto umanitario. Il patrimonio personale accumulato in America, quasi sei milioni di dollari, finì nella casse della Ring True Foundation, da lui stesso fondata per i profughi sudanesi.
Un mito intramontabile
     Nel 1998, alla fine di una carriera strepitosa, tornò in patria come un vero divo. Il regime integralista di Khartoum gli offrì la poltrona di ministro dello Sport, ma lui - cattolico praticante - rifiutò perché avrebbe dovuto convertirsi all’islam. Una scelta che gli costò l’accusa di collaborazionismo coi guerriglieri indipendentisti. Gli venne confiscato il passaporto. Riuscì ad espatriare solo nel 2002, grazie alle pressioni diplomatiche americane. Gli Usa lo accolsero come rifugiato per motivi religiosi. Passò gli ultimi anni di vita a promuovere campagne di pace e a rastrellare finanziamenti per progetti umanitari in Sudan. «Se ognuno nel mondo fosse come Manute Bol - ha detto Charles Barkley, suo ex compagno di squadra - questo sarebbe il mondo nel quale vorrei vivere».
Il “gigante buono” è morto il 19 giugno del 2010: un anno prima che la sua terra, il Sud Sudan, diventasse indipendente. Aveva solo 47 anni. Una malattia rara e micidiale gli ha impedito di godersi la festa. Ma oggi il suo nome è tra gli eroi della nuova nazione, al pari dei leader partigiani che hanno combattuto per la libertà. E la sua storia viene raccontata come una favola che fa sussultare il cuore dell’Africa.




DA SAPERE
In campo Manute Bol svettava per la sua altezza. Era così magro e sottile (231 cm per 102 kg), che uno dei suoi allenatori lo paragonò a un colossale grillo e Woody Allen a un fax

Al termine della carriera negli Usa, Manute Bol fece anche un brevissimo passaggio in Italia: nel 1996 venne ingaggiato dalla Libertas Forlì, ma la sua permanenza in squadra durò solo due partite di campionato

Nel 2006 Manute Bol partecipò alla marcia di tre settimane da New York a Washington per la libertà del Sudan, organizzata dall’amico Simon Deng, ex nuotatore sudanese

La strana coppia. Nel 1987 i Washington Bullets schierarono in campo il sudanese Manute Bol e lo statunitense Muggsy Bogues: il giocatore più alto (231 cm) e il più basso (158 cm) nella storia del basket Nba

Terra di colossi
Dalla regione di Juba provengono alcuni dei giocatori più alti della storia del basket. Il maggior gruppo etnico del Sudan meridionale, i Dinka, di cui faceva parte il celebre cestista Manute Bol, vanta un’altezza media vertiginosa: 1 metro e 92 centimetri. Non a caso il basket è lo sport nazionale della neonata repubblica sudsudanese



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