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DOVE GLI SQUALI NON FANNO PAURA

In Sudafrica i pescecani sono considerati una risorsa, anziché una minaccia

Lungo le coste sudafricane si trova la più alta concentrazione di squali bianchi. Le autorità ne hanno fatto una specie protetta. Perché i "terrificanti" predatori del mare valgono più da vivi che da morti

L'ultimo attacco mortale è avvenuto lo scorso maggio a Cape Vidal, nota località balneare nella regione del Kwazulu-Natal. Warren Smart, un uomo di 27 anni appassionato di pesca subacquea, è stato azzannato da un grosso squalo mentre stava recuperando un pesce catturato con la sua fiocina. Qualche settimana prima era toccato a un surfista di sedici anni, Zama Ndamase, rimanere vittima di un pescecane nelle acque di Second Beach, nel Capo Orientale. Le notizie delle tragedie non hanno destato particolare clamore nella popolazione locale.
Vicini di casa
     In Sudafrica gli squali sono di casa e la gente ben conosce quali minacce si celino nelle gelide acque costiere. Sulle spiagge tra Città del Capo e Durban i bagnini fanno sventolare bandiere di colore diverso in base all'intensità degli avvistamenti. I cartelli avvertono i bagnanti di fare attenzione ai segnali di pericolo e ricordano i comportamenti da tenere per limitare i rischi (stare lontani dalle zone di pesca, evitare di entrare in acqua al tramonto o all'alba, non immergersi se si ha una ferita aperta o il ciclo mestruale…
In alcuni tratti di mare, nei pressi delle località turistiche più rinomate, sono state posizionate delle reti di protezione dagli squali. Ma lungo i 2500 chilometri di coste che si estendono dal confine con la Namibia a quello col Mozambico, rimane alta la possibilità di avere un incontro ravvicinato con questi inquietanti predatori del mare. Gli avvistamenti vicino alle rive sono piuttosto frequenti, in particolare durante l'inverno australe (corrispondente alla nostra estate), quando i predatori marini sono attirati in gran numero dalla gigantesca migrazione dei banchi di sardine (Sagax sardinops) dalle acque del Capo Orientale a quelle del KwaZulu-Natal.
Il business del brivido
     L'anno scorso, alla vigilia dei Mondiali di calcio, i bookmaker inglesi accettavano scommesse sul giorno in cui sarebbe comparso il primo esemplare a turbare i tifosi sulle spiagge del Sudafrica. Nelle torbide acque del Capo, a pochi chilometri dalla costa, si trova Shark Valley, un canale stretto e poco profondo, famoso in tutto il mondo per l'altissima concentrazione di squali bianchi. Questi animali, che stanno in cima alla catena alimentare degli oceani, sono richiamati nella zona dalla presenza di migliaia di foche e otarie, di cui vanno ghiotti. Il divieto di caccia agli squali deciso nel 1991 dalle autorità sudafricane - primo tentativo governativo al mondo di salvaguardare questa specie animale - ha contribuito a far crescere la popolazione dei grandi pesci.
Gli squali qui vengono considerati più una risorsa che una minaccia. Migliaia di turisti di ogni nazionalità raggiungono ogni anno i villaggi di Gansbaii e Hermanus, nella regione dell'Overberg, per immergersi nell'oceano - protetti da gabbie d'acciaio - e vedere da vicino i grandi squali bianchi. I sudafricani sono tipi pragmatici e hanno capito che questi temibili animali (vittime di infondati pregiudizi) valgono economicamente assai più da vivi che da morti. Se l'avvistamento di un pescecane in Egitto fa dilagare il panico e spinge le autorità a intervenire senza indugio per scongiurare l'emorragia dei turisti, in Sudafrica la presenza degli squali viene pubblicizzata senza reticenze per alimentare il "business del brivido".
La sfida della convivenza
     Negli ultimi quindici anni sono fioriti numerosi tour operator e agenzie specializzati nell'organizzazione dei "safari marini". L'economia locale ormai galleggia su questa attività, estremamente popolare e controversa (gli operatori usano delle esche sanguinolente per attirare gli squali nei pressi delle gabbie, ma così - accusano studiosi e surfisti - inducono pericolosamente i predatori ad associare gli esseri umani con la presenza di cibo). I clienti non sono solo semplici turisti. Da tutto il mondo arrivano biologi, ricercatori universitari, naturalisti, fotografi e subacquei… Tutti interessati a osservare da vicino gli squali bianchi.
Il centro di ricerca Natal Sharks Board (www.shark.co.za) è diventato un punto di riferimento internazionale per chiunque sia interessato a condurre degli studi sul comportamento di queste maestose creature del mare. L'istituto ha sede a Durban e opera per la salvaguardia degli squali e della sicurezza dell'uomo. Da quarant'anni promuove progetti di ricerca, convegni e campagne di informazione rivolte soprattutto alla popolazione locale. L'obiettivo? Rendere fattibile e proficua una convivenza - quella tra esseri umani e predatori del mare - che altrove nessuno si sogna di coltivare. L'ennesima lezione sudafricana per il mondo.



Perfetto predatore
     Lo squalo bianco, chiamato anche "carcarodonte" o "pescecane", è il più grande pesce predatore del pianeta. È diffuso in acque fredde o temperate tra i 12 e i 24 °C, sulla costa o al largo, dall'Australia alla California, dal Sudafrica al Mediterraneo. È un animale prevalentemente solitario, ha bisogno di muoversi in continuazione per respirare, ed è in grado di nuotare dalla superficie fino a 1100 metri di profondità. Si ciba di otarie, foche, leoni marini, ma anche tonni, sardine, pesci spada e delfini. Può vivere fino a quarant'anni. Il suo corpo - dotato di eccezionali sensori elettrici e olfattivi e di una potente mascella con denti acuminati - non ha subito sostanziali cambiamenti evolutivi: è uguale a com’era 11 milioni di anni fa. Le dimensioni medie oscillano tra i quattro e i sei metri, con un peso massimo di 1900 kg.


Killer degli oceani?
     Benché sia un predatore pericoloso e imprevedibile, il grande squalo bianco è vittima di una pessima e ingiustificata reputazione. Cinema e televisione lo hanno dipinto come uno spietato mangiatore di uomini (chi non ha visto il terrificante Lo squalo di Steven Spielberg?). Ma secondo il database Isaf (International Shark Attack File), curato dal Florida Museum of Natural History, in tutto il mondo, tra il 1876 e il 2010 vi sono stati 255 attacchi non provocati dall'uomo. La stragrande maggioranza è avvenuta in acque superficiali in Florida, California, Australia, Hawaii, Figi, Bahamas e Sudafrica.
Il tasso di mortalità degli attacchi è in forte discesa, sia per la sempre maggiore informazione che viene fatta nelle spiagge a rischio, sia per le reti protettive che vengono installate nei luoghi turistici. Negli ultimi cinquant'anni sono stati uccise dagli squali bianchi quarantadue persone. Nello stesso arco di tempo solo in Europa hanno perso la vita 1250 individui per una puntura di vespa, mentre negli Usa vi sono stati 1930 morti dovuti ai fulmini.



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