Marco Trovato
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TRA LE OASI DEL SAHARA ALGERINO

In viaggio tra le morbide dune dell'Erg, alla scoperta delle oasi piu' sperdute del deserto Algerino.

dove il vento sahariano spazza i minareti delle moschee e dove il tempo e' scandito dalle grida dei muezzin. Percorrendo le millenarie vie carovaniere dei nomadi, si raggiungono incredibili paradisi terrestri, fatti di palmeti, pozzi e piscina naturali.

Dieci giorni nel cuore del Sahara algerino, lungo le vie carovaniere dei nomadi, alla scoperta delle oasi più sperdute e pittoresche. Più che un viaggio è un incantesimo dei sensi, un´esperienza sospesa nel tempo capace di trasformare qualunque turista in un autentico esploratore.

L´avventura comincia a Timimoun, ai bordi del Grande Erg Occidentale, il mare di dune che arriva a lambire i monti dell´Atlante. Dall´aereo pareva un´isola verde, un miraggio di palme assediato dalla sabbia. Ora, mentre mi perdo tra il dedalo dei suoi vicoli, mi accorgo di trovarmi in un crocevia di razze e culture dai contorni indefiniti, un posto magico e misterioso dove il tempo è scandito dalle grida dei muezzin.
Le donne si riparano dalla polvere avvolgendosi in lunghi veli colorati, i contadini tornano dagli orti carichi di sacchi, i bambini escono dalla scuola coranica ripetendo a voce alta i versetti sacri imparati a memoria. Nella piazza principale si danno appuntamento i cammellieri carichi di spezie e i contadini delle oasi vicine. Sulle bancarelle del mercato si può trovare qualunque cosa, anche la più stravagante: tappeti, medicinali, amuleti portafortuna accanto a vecchie scarpe, pezzi di motore, macchine per cucire. E ancora: gabbie per uccelli, pantofole, rose del deserto e orologi di dubbia provenienza.
Nella parte più ombreggiata del suk si addossano i banchetti coi prodotti alimentari. Qui i colori e gli odori sono fortissimi. Si vendono le olive, il sale, le erbe aromatiche, la verdura, la carne di cammello, ma soprattutto montagne di datteri. Hanno la polpa gustosa e sono così trasparenti da lasciar intravedere il nocciolo.

Li chiamano deglet nur, i "datteri della luce" e sono fra le qualità più buone di tutto il Maghreb. Una ricetta che la gente dell´oasi custodisce gelosamente fa del deglet nur l´ingrediente principale di un dolce straordinario che viene offerto spesso ai turisti di passaggio. La kasba di Timimoun è un mosaico di edifici squadrati, identici tra loro, rossi come la terra delle strade che si incendia al tramonto. I muri delle case sono decorati con fregi e arabeschi mutuati dalla tradizione sudanese.
In un vecchio atelier faccio conoscenza con Maruf, un artigiano che lavora l´argilla con utensili primitivi: "E´ un´arte antica che rischia di scomparire", mi spiega. "Oggi i giovani pensano a tutt´altro... Colpa dei turisti occidentali e del loro modo di fare: vengono nel Sahara in cerca di avventura e di emozioni forti, sfrecciano veloci con i loro fuoristrada, scattano montagne di rullini fotografici, riempiono boccette di sabbia per farne dei souvenir...
Ma non si interessano della nostra cultura e tornano a casa senza aver capito i veri segreti del deserto".

Da Timimoun parte un itinerario turistico incantevole: 70 km di percorso circolare, attorno al bacino di un lago disseccato, con tappe nei villaggi che sorgono ai margini delle dune. Le parole del vecchio Maruf e la paura per gli insabbiamenti mi spingono a noleggiare un dromedario, rinunciando ai comfort del fuoristrada.
La mia guida si fa chiamare Aziz, perché il suo nome arabo è difficile da pronunciare. E´ un musulmano mite, tollerante, ma assolutamente rigoroso. Anche nel deserto non rinuncia alla preghiere prescritte dalla sua religione: osserva il sole per individuare la direzione della Mecca, srotola un piccolo tappeto, sgrana il rosario e comincia le abluzioni.
E´ un rituale che rinnova cinque volte al giorno e che conclude ripetendomi sempre lo stesso detto tuareg: "Dio ha creato per l´uomo paesi pieni d´acqua dove vivere e deserti di sabbia dove trovare la propria anima".

Quando arriviamo nelle oasi la gente ci accoglie con calore offrendoci un riparo e qualcosa da mangiare: zuppe piccanti e spezziate, ricchi piatti di cous cous, il pane cotto nella sabbia. Alla fine del pranzo c´è spesso la noce di cola, un piccolo frutto dal sapore amarognolo che possiede proprietà rivitalizzanti e soprattutto un alto valore rituale: spezzata e distribuita ai visitatori è segno di amicizia e rispetto.

Nel deserto l´ospitalità è sacra, come sacro è l´appuntamento con il tè. Lo preparano alla maniera araba: verde, ristretto il più possibile e con una pregevole schiuma, frutto di molti travasi. La tradizione impone che vengano offerte tre tazze: "La prima è amara come la vita" - dicono - "La seconda dolce come l´amore. La terza soave come la morte".
Le giornate scorrono lente, adagiate su ritmi millenari. Fin dalle prime ore del mattino la gente va a lavorare negli orti creati all´ombra delle palme. Qui ogni metro di terra è stato strappato con fatica al deserto: i muri di recinzione fermano l´avanzata delle dune mentre l´oasi viene alimentata dalle "foggara", veri e propri tunnel sotterranei lunghi decine di chilometri, scavati dall´uomo per attingere dalla falda freatica l´acqua indispensabile alla vita e alle coltivazioni.
"Raccogliere frutta e verdura nel deserto ha del miracoloso" - commenta Aziz - "Infatti, questi giardini rigogliosi vengono chiamati jenna, che in lingua araba vuol dire paradiso". Il lavoro nel palmeto termina quando gli altoparlanti della moschea richiamo i fedeli all´ultima preghiera della giornata. Alla sera c´è tanta voglia di fare festa: si spolverano gli scialli e i turbanti, si rifiniscono con l´henné innumerevoli tatuaggi, ci si profuma con l´incenso e l´ambra.
La gente balla attorno al fuoco mentre le melodie ricamate dai liuti e dai tamburi si intrecciano con i trilli ipnotici delle donne. Poco più in là, i bambini stanno in cerchio ad ascoltare i racconti dei cantastorie tradizionali. Il tutto sotto un cielo stellato da mille e una notte.

Io mi godo lo spettacolo dalla terrazza di una casa, accarezzato dalla brezza notturna: è lo shimun, il vento del deserto, che con le sue folate di sabbia conferisce all´oasi una patina di polvere antica. Come se fosse appena uscita da un vecchio libro di favole.



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