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Benvenuti a Hillywood

In Ruanda cresce la giovane industria cinematografica

A quasi vent'anni dal genocidio che sconvolse il "Paese delle Mille Colline", nella capitale Kigali è nata una scuola di cinematografia. E benché manchino ancora le sale dove proiettare i film, un festival itinerante porta il grande schermo nei villaggi più remoti

Il nome Ruanda evoca immagini di sangue e di morte. A distanza di quasi vent'anni dal genocidio del 1994, i fantasmi del passato tormentano ancora questa piccola e rigogliosa nazione incuneata nel cuore dell'Africa, divenuta suo malgrado un luogo simbolo dell'orrore e della follia umana. Eppure una nuova generazione di ruandesi, cresciuta all'indomani della carneficina, guarda al futuro con rinnovato ottimismo e spirito d'impresa.
A LEZIONE DI CIAK
     Per averne conferma basta far visita nella capitale Kigali agli allievi del Kwetu Film Institute (kwetufilminstitute.com), la prima accademia consacrata alla cinematografia e alla comunicazione multimediale. A dirigerla è il cineasta Eric Kabera, un Tutsi scampato al genocidio poiché si trovava in esilio in Congo durante la mattanza, rientrato in patria con l'intenzione di dare il proprio contributo per la ricostruzione e riconciliazione del Paese. Nel 1997 Kabera ha realizzato un film di grande impatto emotivo, "100 Days", che racconta quei maledetti cento giorni della primavera del 94 quando le milizie estremiste hutu macellarono a colpi di machete ottocentomila persone (quasi tutti di etnia Tutsi). Dopo aver usato la cinepresa per mantenere viva la memoria, Kabera avrebbe voluto raccontare il nuovo Ruanda: un paese dinamico, in pieno sviluppo, ricco di speranza e di giovani energie. Il regista ruandese voleva girare delle commedie. Ma i produttori e distributori occidentali non erano interessati a storie d'amore ambientate nel cuore dell'Africa: per loro il Ruanda restava l'ambientazione perfetta per film intrisi di violenza e di sangue».
FABBRICA DI TALENTI
     Kabera non si è scoraggiato. Dopo aver ottenuto il sostegno del governo e di alcuni sponsor privati, nel 2003 ha creato un'organizzazione locale - il Ruanda Cinema Centre - con la finalità di promuovere e sviluppare nuove produzioni audiovisive. Era un progetto temerario in un Paese dove esisteva un solo canale televisivo e dove gli unici film (rigorosamente americani e nigeriani) venivano proiettati nella sala conferenza di un hotel di lusso. Ancora oggi la tv ruandese trasmette solo programmi governativi e in tutto il paese non esiste una sola sala cinematografica (il primo auditorium da 300 posti a sedere dovrebbe essere terminata entro un paio di anni nel quartiere di Gacurilo a Kigali). Ma in dieci anni la creatura di Kabera è cresciuta in modo impressionante. Una cinquantina di giovani si sono diplomati alla scuola ruandese di cinema (che nel frattempo ha preso il nome di Kwetu Film Institute) e oggi fanno i registi, i montatori, i cameraman, i fonici, gli sceneggiatori. Alcuni lavorano in televisione, altri realizzano cortometraggi, documentari o spot pubblicitari per conto di ong, imprese private, testate giornalistiche, società di produzioni straniere. Le prime pellicole "made in Rwanda" hanno cominciato a viaggiare all'estero. Il Tribeca Film Festival di Newyork, curato da Robert De Niro, ha proiettato "Scars of my Days" di Gilbert Ndahayo, "A love letter to my country" di Thierry Dushimirimana, "Behind these Walls" di Pierre Kayitana... Altri film e documentari di buona fattura sono stati distribuiti in mezza Europa.
FESTIVAL MOBILE
     La sfida più impegnativa è stata riuscire a mostrare le opere dei registi emergenti alla popolazione ruandese. Nel 2005 Kabera e i suoi seguaci hanno creato il Ruanda Film Festival (rwandafilmfestival.net) con l'obiettivo di diffondere il cinema nel "Paese delle mille colline". L'evento ben presto è stato ribattezzato "Hillywood" ("hills" in inglese significa colline): oggi è il più importante appuntamento culturale del Ruanda. Migliaia di appassionati di cinema, produttori, registi e critici si radunano ogni estate per assistere alle proiezioni e alle premiazioni dei film in cartellone. La kermesse dura due settimane e si svolge tra Kigali e i villaggi più remoti: i pulmini del festival si spostano ogni sera su e giù per le colline del Ruanda trasportando tutto l'occorrente per allestire dei rudimentali cinema "en plein air" nel cuore delle campagne. I film vengono mostrati gratuitamente tra le capanne, sui campi da calcio, nelle piazze gremite di sguardi curiosi. Gli attori recitano in kinyarwanda, la lingua più conosciuta, oppure in inglese e francese, con sottotitoli comprensibili a tutti. «Ovunque il fascino del grande schermo suscita un entusiasmo incontenibile - spiegano gli organizzatori - alcune proiezioni radunano diecimila persone e alla fine della serata la folla non vuole più lasciarci ripartire: "ancora film, ancora cinema" urla». Tra una commedia e un film drammatico c'è spesso un "filmato impegnato", di "educazione civica", che affronta questioni delicate come la diffusione dell'Aids o la lotta alla corruzione. Oppure il tema più complicato: la riconciliazione tra Hutu e Tutsi. Il perdono e la giustizia dopo la terrificante guerra che ha insanguinato le mille colline del Ruanda. «A quasi vent'anni dal genocidio - dicono i promotori di Hillywood - il cinema può aiutare a ricostruire l'identità della nostra nazione». La prossima edizione del festival si svolgerà dal 12 al 27 luglio: sarà uno spettacolo imperdibile.



I film da vedere

Shake Hands With the Devil
     L'orrore del genocidio visto con gli occhi del generale olandese Romeo Dallaire, capo delle truppe Onu in Ruanda, impossibilitato a fermare il massacro per colpa dell'inerzia della comunità internazionale.
Hotel Rwanda
     Nella primavera del 1994, Paul Rusesabagina, direttore del migliore albergo di Kigali, usa l'astuzia e il coraggio per dare rifugio e salvare da morte certa la sua famiglia e più di 1200 persone. Come Perlasca e Schindler.
100 Days
     I cento giorni qui raccontati sono quelli intercorsi tra il 7 di aprile 1994 (inizio del genocidio) e il 19 luglio (fine della guerra). La protagonista è una ragazzina tutsi presa in ostaggio e abusata da un prete cattolico hutu.



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