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Ruanda sui pedali

Il piccolo Paese africano è diventato una fucina di grandi scalatori

Montagne, eroi e imprevisti: dal 17 al 24 novembre torna il Giro più emozionante d'Africa: il Tour of Rwanda. Tra le colline ruandesi sta emergendo un vivace movimento ciclistico. I suoi atleti corrono per inventarsi il futuro. E lasciarsi alle spalle i terribili ricordi del passato


Bosco Hakizimana, vent’anni, accarezza la bicicletta come una fidanzata. «Ogni sera me la porto in camera da letto», dice con un sorriso malizioso. Non scherza: «È bellissima, devo stare attento che non me la portino via». Con un fazzoletto asciuga la sella, il manubrio, il telaio scintillante d'acqua.
Il temporale si è scatenato al termine dell'allenamento. Bosco e i suoi compagni di squadra si sono riparati in una casupola di terra battuta. Indossano magliette gialle e azzurre, pantaloncini attillati, caschi, guanti e scarpette d'ordinanza. Sono una pattuglia del Rwanda National Cycling Team, la più giovane e promettente nazionale africana di ciclismo. «La nostra bacheca è già piena di trofei», si inorgoglisce Innocent Uwanumgu, anch’egli vent'anni, sposato, due figli. I compagni lo chiamano "Rocky" perché - dicono - è il più duro di tutti. «Sono cresciuto in un povero villaggio sperduto tra le colline… Poi ho scoperto la passione per i pedali e la mia vita è cambiata».
Scampati all’inferno
     Gli atleti della nazionale guadagnano almeno cento dollari al mese: oltre il doppio del salario medio nazionale. Poi ci sono i bonus e i premi legati ai risultati. I più bravi arrivano a intascarsi seimila dollari all'anno: dieci volte più di quanto guadagnassero prima di inforcare la bici da corsa.
Qui, più che altrove, il ciclismo è soprattutto una chance per il futuro. Lo sa bene Gasore Hategeka, atleta della nazionale, rimasto orfano quando era bambino, che ha lavorato dieci anni per comprarsi la prima bicicletta. E che dire di Nathan Byukusenge, nastro nascente delle corse su strada, che ha cominciato a pedalare giovanissimo come ciclotassista. Anche lui è rimasto senza genitori durante il genocidio del 1994. Oggi si allena nei training camp della Federazione ciclistica internazionale in Sudafrica e Svizzera. All'attivo ha alcuni buoni piazzamenti nei Giri dell'Egitto e del Gabon. «Mi sono tolto qualche bella soddisfazione, ma il meglio deve ancora venire», promette sornione.
Adrien Niyonshuti, 26 anni, il suo sogno l'ha già realizzato. Un anno fa è volato a Londra per partecipare alle Olimpiadi. Era il portabandiera del Ruanda, il simbolo del riscatto di un intero Paese. Giornali e tivù di tutto il mondo hanno parlato di lui come del «sopravvissuto», del «ciclista sfuggito alla morte». Durante la guerra i miliziani gli annientarono la famiglia: padre e sei fratelli. E decine di amici. Lui si salvò nascondendosi in un pertugio. Quando uscì, era rimasto solo al mondo. «È un ragazzo molto determinato», assicura l'allenatore Jonathan "Jock" Boyer. «Ha muscoli, cuore e cervello: tutto ciò che serve per vincere».
La strada giusta
     Boyer è un ex corridore professionista americano trasferitosi nel cuore dell'Africa. Le cronache sportive lo ricordano per essere stato il primo statunitense a partecipare, nel 1981, al Tour de France. Ha terminato la carriera a 32 anni dopo una breve esperienza in Italia e dopo aver vinto più di quaranta titoli. Cinque anni fa è tornato in sella per insegnare il ciclismo ai giovani del Ruanda. È diventato una sorta di missionario del pedale.
Con l'aiuto di amici e vecchi colleghi ha portato all'Equatore decine di biciclette, copertoni, pezzi di ricambio, arnesi da meccanico, indumenti sportivi. Ha preso casa a Ruhengheri, cittadina ai piedi della catena del Virunga, una regione costellata da coni vulcanici e colline di terra lavica ricoperte dalla foresta pluviale. Qui raduna i suoi pupilli per temprarne il fisico e lo spirito. «Jock è come un padre per noi», confida David Nziza Bonaventure, sguardo sveglio e polmoni generosi. «Ci insegna cosa dobbiamo mangiare per rinforzare i muscoli e come dobbiamo allenarci per imparare a sopportare la fatica».
Ogni volta che la squadra lascia il suo quartier generale per una sgroppata sulle montagne, la gente si assiepa lungo la strada per acclamare i ciclisti. Gli atleti, provenienti da ogni regione del Paese, appartengono alle due principali etnie, hutu e tutsi. Gli ex nemici oggi corrono assieme e il Rwanda National Cycling Team è diventato un simbolo di riconciliazione nazionale. «L'unico modo per lasciarsi il passato alle spalle è guardare avanti», fa presente David. «Tirare dritto… E pedalare forte».

La corsa
     
È la più dura delle corse africane. Otto giorni di sudore e fatica sotto il sole equatoriale, lungo strade insidiose, immersi in una cappa di umidità che toglie il respiro.
Il Tour del Ruanda non è una gara per principianti. Si corre a un'altitudine media di 2000 metri, con dislivelli vertiginosi, colline e vulcani da scalare. Tappe che spezzano le gambe. Dal 2009 l'Uci (Unione ciclistica internazionale) l'ha inserita tra le gare del circuito mondiale, assicurandogli visibilità, sponsor e premi più alti. La prossima edizione si svolgerà dal 17 al 24 novembre 2013, a poche settimane dal ventesimo anniversario del genocidio del 1994. tourofrwanda.com


Il film
     E' in distribuzione da poche settimane "Rising From Ashes" ("Rialzandosi dalle ceneri"), il documentario diretto dall'inglese Johnstone che racconta la formidabile impresa umana e sportiva compiuta dalla nazionale ruandese di ciclismo: il lungo viaggio durato sei anni per la conquista di un posto ai Giochi Olimpici di Londra del 2012. La pellicola svela le storie drammatiche che si celano dietro ai sorrisi dei corridori (alcuni dei quali hanno perso l'intera famiglia durante il genocidio del 1994) e mostra la determinazione e i sacrifici di chi è scampato per miracolo alla morte e ora vola sui pedali. risingfromashesthemovie.com



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