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SENEGAL: I TELECENTRE

Nuovo business della marginalità urbana

"Se débrouiller", cioè imparare a cavarsela, ad arrangiarsi in qualche modo, a tirare avanti nonostante tutto, è il verbo che ogni senegalese deve saper coniugare alla perfezione per guadagnarsi la giornata a Dakar...

Come in tutte le metropoli africane, il cosiddetto "settore informale" rappresenta l'ancora di salvezza per la maggioranza della popolazione attiva: si tratta di lavori saltuari e di espedienti che non garantiscono entrate fisse e sicure, ma che rappresentano soluzioni di breve termine. Tuttavia la caparbietà e l'intraprendenza della gente sa anche dar vita a interessanti forme imprenditoriali. Ne sono un esempio i "telecentre", nuovo business della marginalità urbana. Si tratta in pratica di posti telefonici pubblici gestiti privatamente. In ogni dove, un ragazzo poco più che ventenne o una donna con un bambino che dorme sulla schiena presidiano un bugigattolo dove si può telefonare a Roma o mandare un fax a Parigi e a Londra.

Per aprire un telecentre occorre un investimento limitato: pochi soldi per l'affitto di un piccolo locale; il resto (fili della linea telefonica, telefoni, elenchi degli abbonati...) lo mette la Sonatel, la Società Nazionale per le Telecomunicazioni, che in Senegal è sinonimo di efficienza e modernità.
Quasi tutti, il locale per il telecentre, se lo costruiscono da soli con quattro lamiere e qualche asse di legno. Mamadhou, diciannove anni, lo ha fabbricato un pomeriggio di tre anni fa. E da allora lavora ogni giorno dalle 7 alle 22, fermandosi solo per andare a pregare alla moschea: "Non ho uno stipendio fisso: il mio guadagno deriva da una percentuale sulle tariffe telefoniche. Più gente arriva e meglio è per me... a volte i turisti mi lasciano qualche moneta di mancia, ma in compenso mi capita spesso di dover litigare per farmi sborsare il dovuto".

Come la maggior parte dei telecentre, anche quello di Mamadhou, è tappezzato di poster di Youssoun N'Dour, Touré Kunda e Ismailò: sono il miglior prodotto d'esportazione senegalese e la gente ne va orgogliosa. Altri gestori preferiscono le immagini di qualche dignitario religioso, altri ancora, le foto della propria squadra del cuore. Ovunque enormi stereo portatili diffondono a tutto volume gli hit del momento, al punto che spesso diventa problematico per il cliente parlare al telefono: "A volte capita che debbano urlare per farsi capire" - ammette Iad, un altro gestore - "Ma il telecentre è mio e nessuno osa protestare".

Osservatòri privilegiati per comprendere lo spaccato sociale delle periferie, i "telecentre" sono centri gravitazionali da cui passano inevitabilmente le angosce e i problemi di tutti e dove i destini delle persone corrono sul filo del telefono: due anziane signore cercano di comunicare con un guaritore di Kaolack, un ragazzino telefona al fratello immigrato a Treviso che non sente da sei mesi, un poveretto non riesce a mettersi in contatto con la moglie incinta che abita a Saint Luis, nel nord del paese. "Speriamo vada tutto bene, doveva partorire in questi giorni", commenta sconsolato arrendendosi alla precarietà della comunicazione. "Succede spesso che ci raccontino le loro vicissitudini e i loro problemi" - mi spiega Iad - "soprattutto con i clienti fissi si crea un certo feeling e noi finiamo col diventare i consiglieri, gli amici e gli psicologi: lavorare al telecentre non è uno scherzo."
E Mamadhou azzarda un suggerimento rivolto ai turisti realmente interessati a capire il mondo africano: "Prima di lanciarvi nei safari o barricarvi nei villaggi dei tour operator, passate da un telecentre e fermatevi ad osservare ed ascoltare la gente che va e che viene... Qui s'incontra l'anima profonda dell'Africa vera".



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