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SCUOLE FAI-DA-TE

A Dakar si studia (bene) sulla strada

In Senegal quattro bambini su dieci sono analfabeti e il sistema scolastico statale è in crisi. Nei piccoli villaggi di campagna e nelle periferie delle città si sono moltiplicate le scuole comunitarie, dove gli insegnanti sono i giovani del posto che hanno avuto la fortuna di frequentare gli studi e che hanno accettato di mettersi a disposizione della comunità per promuoverne lo sviluppo. Anche così l'Africa cerca una propria originale strada verso lo Sviluppo.

Dakar, Senegal
La grande lavagna nera è appoggiata al muro di una casa. Di fronte, sul marciapiede, i bambini si stringono sulle panche di legno. Leggono ad alta voce, copiano gli appunti dell´insegnante, discutono animatamente tra loro, quindi tornano a chinarsi sui quaderni. A proteggerli dal sole c´è un grande ombrellone, come quelli che si vedono sopra le bancarelle del mercato: un riparo che delimita il perimetro della classe ma che nulla può contro il fracasso dei clacson e delle marmitte bucate. E nemmeno contro le nuvole nere cariche di veleno che si alzano dalla strada.
Ci troviamo alla scuola di rue Tolbiac, a Dakar, nel cuore del quartiere Ex Rail (si chiama così perché un tempo qui passava una piccola linea ferroviaria), una distesa di povere baracche assemblate con lamiere e teloni di plastica. Nel quartiere manca la rete fognaria, ogni tanto anche la luce e l´acqua corrente. Ma c´è l´ufficio postale, una piccola infermeria, il posto pubblico per telefonare. E pure la scuola, una scuola di strada. Ogni giorno, dalle 8 fino alle prime ore del pomeriggio, i bambini e i ragazzi si ritrovano sopra questo marciapiede per seguire le lezioni.
"E´ una scuola al servizio dei figli delle famiglie povere e disagiate, che non hanno la possibilità di frequentare i corsi di studi statali", spiega Amouyacar Mbaye, cinquant´anni portati bene, ideatore e direttore della scuola. "Io stesso sono cresciuto in questo quartiere, passavo le giornate a raccogliere l´elemosina dentro una scatola di latta, a 14 anni ero ancora analfabeta. Poi ho capito che per far qualcosa di buono nelle vita era importante studiare... Le prime lettere che ho imparato si trovano su quel grande cartellone pubblicitario... prima la S, poi la H, la E, e infine la L: la Shell... Le ho imparate grazie agli amici che andavano a scuola. E che mi hanno insegnato l´importanza dello studio. Così, dopo essermi impegnato sui libri, ho deciso che dovevo in qualche modo aiutare i tanti, troppi bambini che finiscono sulla strada a mendicare".
     Basta guardarsi intorno per comprendere la vastità di questa piaga sociale. I bambini sono appostati alle stazioni, agli incroci, davanti alle moschee, nei pressi degli alberghi. Hanno una diecina di anni, talvolta anche meno. Fin dall'alba sono in strada per raccogliere nelle loro ciotole qualche moneta, un po´ di manioca, qualcosa che possa sfamarli. Vestono stracci e calzano sandali di plastica logorata, ricavati dai pneumatici delle auto. Nessuno di loro è mai andato a scuola.
In Senegal quattro bambini su dieci sono analfabeti. Il sistema scolastico statale è in crisi. Gli stanziamenti destinati all´educazione sono sensibilmente diminuiti negli ultimi anni e i tagli hanno colpito soprattutto l´istruzione primaria. Le aule scoppiano per il numero eccessivo degli alunni, gli edifici vanno a pezzi, gli insegnanti sono perennemente sul piede di guerra a causa degli stipendi da fame che percepiscono.
Le organizzazioni umanitarie stimano che circa il 45 per cento dei ragazzi fra i sette e i dodici non frequenti la scuola dell´obbligo. Si valuta ufficialmente che almeno uno su cinque di questi finisca per strada a mendicare.
"A Dakar le scuole pubbliche traboccano di bambini e non è difficile trovare classi con più di cento alunni. In queste condizioni, se i genitori sono analfabeti, i loro figli non hanno la minima possibilità di essere scolarizzati", commenta Amouyacar Mbaye. "Non hanno alternativa che finire per la strada, a vendere arachidi, o giornali, o souvenir ai turisti. Oppure, più drammaticamente, a chiedere l´elemosina".
     Nel 1990, stanco di vedere tanti giovani inattivi nel quartiere, monsieur Mbaye ha deciso di aprire una scuola en plein air con l´ambizioso obiettivo di portare a studiare chi ne era escluso. Una manciata di volontari lo ha raggiunto: grazie a loro, in tutti questi anni, centinaia di ragazzini, dagli 8 ai 15 anni, hanno potuto imparare a leggere, a scrivere, a fare di conto.
Ciò che più stupisce incontrando alcuni di questi ragazzi, è la determinazione e il piacere che dimostrano di avere per lo studio. Yad, 12 anni, va a scuola perché vuole aprire un Internet caffè, "ma prima devo capire bene come funziona il computer". Ad Annete, 10 anni, il computer non interessa; lei vuole apprendere i segreti dei numeri e della matematica "per poter gestire, un giorno non troppo lontano, una piccola boutique". Mamadou, 10 anni, invece vuole imparare bene il francese e l´inglese "per poter lavorare coi turisti e viaggiare per il mondo".
Molti dei giovanissimi maestri della scuola sono ex alunni e vengono dal quartiere. Bineta Dia ha 22 anni, in rue Tolbiac veniva a studiare la sera, dopo aver aiutato i genitori in bottega: "E´ grazie a questa scuola se sono riuscita ad ottenere il diploma "ufficiale". E con il diploma in mano ho qualche chance di trovare un lavoro "serio" che mi permetta di vivere bene", dice. "Oggi per me è un dovere morale venire a insegnare come volontaria ai ragazzini. Anche loro devono avere le opportunità che ho avuto io". Ibrahima Guene è il maestro più anziano, ha 32 anni, e insegna a Rue Tolbiac da dodici. "Non ho un vero e proprio stipendio", spiega "I genitori dei ragazzini sono poveri e danno quel che possono per ripagare i maestri della scuola: un sacco di riso, un pollo, un po´ di legna... Certo non faccio questo lavoro per soldi".
Con il tempo altre due aule sono state aperte per accogliere sempre più alunni. "Aule" per modo di dire: si trovano all´interno di un garage che dà sulla strada, al cui ingresso campeggia una grande scritta in rosso e blu: "Ecole de la rue au service des enfants". "Scuola di strada al servizio dei bambini". Dentro il garage, su una lavagna, è esposto il problema del giorno: "Abdulaye compra un´auto usata a 180 mila franchi. Prima di servirsene deve cambiare la gomme e revisionare il motore. L´officina chiede 55 mila franchi. Abdulaye ne offre 20 mila. Si accordano per 30 mila. Quanto ha rischiato di pagare in tutto Abdulaye ? Quanto paga ?".
Imparare a leggere, scrivere e contare servirebbe a poco se non esistessero reali prospettive di lavoro. Per questo nel quartiere, accanto alla scuola, è stato creato una sorta di centro comunitario di formazione professionale. In sostanza è un piccolo complesso di aule dove sono stati ricavati laboratori, officine, atelier, cucine.
     Qui i ragazzi possono imparare i segreti dei mestieri più richiesti. Gli aspiranti meccanici hanno a disposizione martelli, chiavi inglesi, saldatrici, e soprattutto un maestro qualificato che insegna loro come assemblare pezzi di ricambi per trattori e camion su piccole utilitarie (nelle officine africane ci si arrangia così). Le ragazzine che desiderano apprendere l´arte delle sarte, si esercitano usando vecchie macchine da cucire, disegnando e confezionando gli abiti (anche in questo caso i materiali sono tutti riciclati), seguendo i consigli delle donne più anziane. Non mancano inoltre corsi per imparare a cucinare, a costruire, persino a cantare e ballare. E ciò che sorprende di più è che tutte queste attività sono nate dall´intraprendenza della gente e dall´inventiva dei ragazzini, e che il centro di formazione professionale è interamente autogestito e parzialmente autofinanziato (da qualche anno riceve aiuti da organizzazioni non governative).
I risultati sono stupefacenti: Yacine, 20 anni, dopo aver imparato a cucire nell´atelier del centro, è stata assoldata da una importante bottega di moda di Dakar. Kamori, invece, ha 18 anni e da due è assunto in un´officina che ripara i taxi-brusse, gli scassati e gloriosi pulmini locali. "Se non fosse stato per ciò che ho imparato nel mio quartiere, oggi sarei disoccupato e forse sarei costretto a chiedere l´elemosina...".
La scuola di rue Tolbiac e il vicino centro di formazione professionale non sono le uniche esperienze di istruzione autogestita, nate dal "basso" grazie alla mobilitazione della gente. Numerose iniziative popolari di educazione informale sono sorte ovunque nel Paese in questi ultimi anni per colmare le carenze dello Stato. Si stima addirittura che siano oltre 50 mila i bambini nella sola capitale che riescono a studiare informalmente. Nei piccoli villaggi di campagna e nelle periferie delle città si sono moltiplicate le scuole comunitarie, scuole dove gli insegnanti sono i giovani del posto che hanno avuto la fortuna di frequentare gli studi e che hanno accettato di mettersi a disposizione della comunità per promuoverne lo sviluppo.
     In genere sono le stesse famiglie che si fanno carico dell´istruzione dei figli, auto-tassandosi per pagare gli stipendi degli insegnanti (retribuiti, a volte, con sacchi di riso, arachidi, pesci, legname...) e il materiale necessario per le lezioni. Altre volte gli insegnati sono remunerati dallo Stato che mette a disposizione dei fondi "ad hoc" (otto anni fa è stato creato un apposito Progetto di sostegno all´educazione non formale, collegato al ministero dell´educazione di base e finanziato dall´Agenzia canadese per lo sviluppo, che ha lo scopo di sperimentare modelli alternativi di insegnamento). In ogni caso, queste scuole comunitarie di base, a differenza di quelle pubbliche, appaiono più funzionali, in quanto tentano di rispondere concretamente ai bisogni reali del territorio.
Qui i ragazzi imparano le attività manuali e agricole, istruendosi nel contempo con materie e programmi di insegnamento che ricalcano quelli ufficiali. Va ricordato infatti che la scuola pubblica sforna ogni anno decine di migliaia di ragazzi destinati a ingrossare le file dei disoccupati; i pochi studenti che riescono ad approdare agli studi accademici sono costretti ad emigrare in Europa per vivere (secondo i dati ufficiali, oltre i 2/3 dei laureati senegalesi restano senza prospettive lavorative). Da più parti si criticano i contenuti dei programmi scolastici, a detta di molti non sufficientemente orientati al lavoro produttivo. A ben vedere, le "scuole fai-da-te" restano il modo più efficace ed economico per tappare i buchi dell´agonizzante istruzione pubblica.
Ancora una volta, la determinazione, l´intraprendenza e il vivace dinamismo dei senegalesi sopperisce alla drammatica incapacità gestionale dei politici. E alle fallimentari ricette dei funzionari del Fondo monetario e della Banca Mondiale. I quali, probabilmente, dovrebbero prendere qualche lezione alla scuola di Rue Tolbiac.


L´ISTRUZIONE CHE NON C´E´

Proprio a Dakar, un paio di anni fa, si è tenuto il World Educational Forum, il grande appuntamento sponsorizzato dall´ONU per discutere del problema dell´analfabetismo nei Paesi poveri e non. I dati diffusi per l´occasione fanno riflettere: nel mondo ci sono ancora 125 milioni di bambini che non hanno accesso all´istruzione di base (100 milioni vivono nei Paesi in via di sviluppo e la maggioranza di essi sono femmine) e un adulto su 4, per un totale di 870 milioni di persone, è analfabeta. Circa il 63% del costo dell'istruzione è sostenuto dallo Stato con un contributo del 35% proveniente dal settore privato (associazioni di allievi, di genitori di ex alunni passati al mondo del lavoro, di organizzazioni non governative e di imprese commerciali). Ma gli investimenti dei Governi indirizzati all´istruzione stanno calando sensibilmente. E ciò avviene sia nei Paesi più poveri che in molti Paesi industrializzati nel nord del mondo. Il Forum avrebbe dovuto definire gli impegni concreti (ovvero gli sforzi finanziari da destinare alla scolarizzazione) da parte dagli Stati per permettere a tutti i bambini e le bambine di avere accesso almeno all´istruzione primaria. Invece le delegazioni ufficiali presenti si sono limitate, come spesso accade in queste occasioni, a ribadire una serie di generiche dichiarazione d´intenti: rafforzare i programmi nazionali per l´istruzione entro il 2002; eliminare le disparità basate sul sesso nel campo dell´istruzione entro il 2005 e raggiungere la parità completa entro il 2015; ottenere un miglioramento del 50 % nel livello di istruzione degli adulti, specialmente per le donne, entro il 2015. Sono progetti e propositi tutti nobilissimi, intendiamoci, ma in assenza di vincoli e obblighi sanciti da documenti transnazionali, rimarranno solo sulla carta. E´ una storia che abbiamo già visto. Troppe volte.

IN SENEGAL NIENTE SOLDI AGLI INSEGNANTI

Il ritmo di crescita della scolarizzazione in Senegal fino ai primi anni 䚠 (dal 27 % al 53%, dal 1960 al 1983) aveva fatto ben sperare al Governo di riuscire a debellare l´analfabetismo entro il 2000. Oggi siamo lontani dal raggiungere questo obiettivo ambizioso e il tasso di scolarizzazione resta fermo al 60 %. Troppo poco per un Paese che dichiara di destinare il 30% del budget nazionale all´istruzione. Senza contare che da qualche anno a questa parte il Fondo Monetario Internazionale ha alzato la voce nei confronti del Governo, imponendo un controllo severo della massa salariale nella funzione pubblica. La contrazione degli investimenti statali nel settore dell´educazione ha bloccato di fatto l´assunzione di nuovi insegnati. Un altro elemento di preoccupazione è dato dalla carenza del materiale didattico: secondo una recente indagine, le scuole pubbliche disporrebbero di un libro di lettura ogni 2 allievi, un libro di aritmetica ogni 10 e solo la metà dei quaderni necessari. All´appello mancherebbero inoltre 110 mila banchi. Per non aggravare una situazione che rischia di esplodere, lo stesso Governo ha favorito la nascita di scuole comunitarie, "scuole dei genitori", scuole autogestite, come quella di rue Tolbiac, a Dakar.

L´ISTRUZIONE INFORMALE NEL MONDO

Le scuole comunitarie del Senegal sono in buona compagnia. Nel mondo (specie nei Paesi in via di sviluppo, ma non solo) esistono numerose esperienze di istruzione informale, in genere nate dalla collaborazione tra Stati, Organizzazioni Non Governative e associazioni "di base". Esempi positivi di questa cooperazione sono il progetto EDUCO ideato a El Salvador durante la guerra civile e poi integrato all'interno del sistema educativo del Paese e il progetto BRAC creato dal Comitato per lo sviluppo rurale del Bangladesh, con la collaborazione di varie ONG e dell'UNICEF. Entrambi i progetti stanno ottenendo ottimi risultati di scolarizzazione specie nelle fasce più povere della popolazione. Ma ci sono tanti altri esempi di scuole informali nel mondo. In Etiopia, dove il tasso di abbandono scolastico ha raggiunto livelli insostenibili, si sta sperimentando su vasta scala un metodo di "scolarizzazione dolce" gestito dalla comunità (progetto ACCESS), che tende a coinvolgere i bambini nell´ideazione e nella realizzazione dei programmi, al fine di invogliarli a studiare. In Messico esiste un apposito Programma di Istruzione Alternativa di Base che si rivolge perfino ai minorenni impegnati nel lavoro agricolo stagionale, organizzando i corsi scolastici in modo da escludere il periodo della raccolta e permettendo agli allievi di reinserirsi nel sistema educativo formale. In Egitto, nel villaggio pattumiera di Mokattam, alla periferia del Cairo, migliaia di giovani spazzini, senza alcuna istruzione, imparano a far funzionare dei macchinari per impilare la plastica, per compattare la carta e il cartone e triturare i tessuti: pur non frequentando la scuola, acquisiscono i rudimenti di lettura, scrittura, calcolo e ragioneria necessari per la gestione del loro lavoro, nell'ambito del progetto congiunto tra l'Associazione per la Protezione Ambientale e l'UNESCO. "I meccanismi del mercato producono un tipo di apprendimento che ha la stessa validità ed efficacia dell'insegnamento in classe", spiega una delle responsabili del Progetto APE.
In alcune regione della Mongolia l´istruzione è garantita dalle radio comunitarie, che forniscono via etere la formazione per attività redditizie a 3 mila giovani geograficamente isolati (progetto "Apprendere per vivere"). Anche in Mali e Burkina Faso si fa scuola grazie a semplici transistor. Le radio comunitarie infatti trasmettono programmi di educazione agraria (ma anche di alfabetizzazione o di educazione sanitaria), ascoltati in gruppo nei villaggi più sperduti. Per finire segnaliamo che la Commissione Europea ha finanziato in dodici Paesi la realizzazione di "scuole per la seconda chance", indirizzati al recupero di ragazzi a rischio emarginazione, mentre l´Unicef ha avviato in Nord Africa e Medio Oriente alcuni progetti-pilota per i bambini più poveri che frequentano le scuole coraniche: per metà della giornata studiano il Corano, nell'altra lavorano come apprendisti presso artigiani ai quali l'Unicef fornisce moderni macchinari a condizione che insegnino ai ragazzi i mestieri.



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