Marco Trovato
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VI RACCONTO LA MIA AFRICA



E’ partito con moglie e figlie per assistere i disabili africani. Da quindici anni soccorre lebbrosi, poliomielitici, bambini affetti da malformazioni congenite. La sua missione ? Aiutarli a camminare. Ecco le confessioni di un uomo che vuole apparire semplice ma che fa di tutto per essere speciale.

Quindici anni d’Africa, una vita dedicata alle persone disabili più povere ed emarginate. Una scelta difficile, sofferta, controcorrente, che lo ha portato a lavorare in Ghana, Kenya, Tanzania. Sempre a contatto con lebbrosi, poliomielitici, storpi, uomini e donne di tutte le età colpiti dalla meningite o affetti da malformazioni congenite. Augusto Zambaldo, 44 anni, fisioterapista, è una persona semplice, modesta, spontanea. Ma soprattutto felice. Perché ama il suo lavoro e perché lavora tra gente che ama. Lo abbiamo incontrato a Milano, durante una sua breve visita in Italia, prima che tornasse in Africa. Dove vive con moglie e due figlie.
Come le è venuta l’idea di partire per l’Africa ?
     Avevo 29 anni e lavoravo come fisioterapista vicino a Verona, in una casa di riposo per anziani. Ero sposato da poco e avevo una bambina piccola: conducevo una vita regolare, come tanti altri. Non avevo certo in programma di partire per terre lontane. Il mio unico filo conduttore con l’Africa era rappresentato da un amico missionario che stava in Ghana: ci scrivevamo molte lettere, mi piaceva tenermi informato se ciò che faceva. Mi venne voglia di andarlo a trovare, così un’estate gli chiesi di poter trascorrere un mese di vacanza in missione. Lui, per tutta risposta, mi invitò a mollare il lavoro in Italia per fare il fisioterapista in Africa. Ne parlai con mia moglie e insieme decidemmo di partire: fu una scelta presa più col cuore che con la testa. E con una buona dose di incoscienza.
Siete partiti con una figlia neonata: nessuno scrupolo ?
     Ovviamente, prima di partire, sia io che mia moglie avevamo molte preoccupazioni riguardo alla salute e alla sicurezza di nostra figlia: saremmo andati in luoghi politicamente instabili e socialmente complessi, devastati dalla malaria, per di più in mezzo ai lebbrosi… No, non fu una decisione facile, ma oggi con estrema serenità, posso dire che fu la decisione giusta.
Come è stato l’impatto con l’Africa ?
     L’accoglienza della gente del Ghana fu fantastica. Ma io mi sentivo spaesato e a disagio: avevo paura di non essere all'altezza del ruolo che dovevo ricoprire: c’erano tante persone, soprattutto lebbrosi, che avevano bisogno di cure e che confidavano nel mio lavoro. E io non ero affatto sicuro di poterli aiutare.
Si ricorda il primo paziente africano che ha curato ?
     Me lo ricordo benissimo: era un uomo di circa quarant’anni. Un tizio povero ma con una grande dignità. La lebbra gli aveva completamente devastato una gamba. E lui si fasciava le piaghe con foglie di banane e sacchetti di plastica trovati per strada. La prima volta che lo visitai all’ospedale fu sconvolgente: centinaia di vermi uscivano dalle ferite e l’odore della pelle incancrenita era insopportabile. Fu il mio vero battesimo con l’Africa.
Gli africani hanno un modo diverso di vivere la malattia e il dolore ?
     Sicuramente sì: gli africani hanno una soglia di sopportazione del male molto più alta della nostra. E’ una cosa che non finisce di stupirmi. Una volta, ricordo, ho assistito un ortopedico che doveva infilare un chiodo metallico (per una protesi) dentro la gamba di un ragazzo. Per bucare l’osso, il medico aveva a disposizione un semplice trapano a mano. Non c’era la possibilità di usare una vera anestesia. Ma il ragazzo non si tirò indietro: rimase in silenzio, mi guardava senza lamentarsi né battere ciglia.
In Africa come vengono trattate le persone affette da handicap fisici o mentali ?
     La concezione e l’accettazione dell’handicap in Africa varia molto da cultura a cultura, da regione a regione. In alcune popolazioni le persone disabili o affette da disturbi mentali vengono considerate “maledette”, vittime della cattiva sorte, e per questo sono allontanate dalla famiglia e dalla comunità. In altri popoli queste stesse persone vengono trattate con profondo rispetto perché - si ritiene – siano in contatto diretto con Dio. In generale, nonostante l'handicappato rappresenti oggettivamente per molte famiglie povere un fardello supplementare, ho notato un forte senso di responsabilità, di accettazione e di solidarietà nei confronti delle persone disabili.
Ha lavorato sempre coi lebbrosi ?
     No, dopo due anni di lavoro tra i lebbrosi del Ghana, mi sono trasferito con la famiglia in Kenya, dove mi sono occupato della riabilitazione motoria di bambini handicappati, poliomielitici o affetti da malformazioni congenite. Erano bimbi anche molto piccoli, provenivano da ogni parte del Paese. Spesso venivano ripudiati dalla famiglia a causa della loro malattia: erano considerati di peso e inutili… E’ stata un’esperienza molto dura ma formativa, sia dal punto di vista professionale che umano.
Il ricordo più bello di quegli anni ?
     Una bambina di nove anni che proveniva da un villaggio isolato, nel nord del Paese. Era stata colpita dalla poliomielite e aveva una gamba completamente deformata. Non camminava. Un missionario l’aveva accompagnata per centinaia di chilometri fino al nostro centro di riabilitazione. Ma purtroppo la bambina parlava un dialetto che nessuno di noi conosceva: non riuscivamo a comunicare e lei soffriva terribilmente di solitudine e nostalgia. Rimaneva chiusa in un silenzio senza consolazione. A rompere l’isolamento ci pensarono le mie due figlie, che in breve tempo diventarono sue amiche e l’aiutarono ad “aprirsi”, a dialogare con noi. Riuscimmo a creare un rapporto di fiducia: la bambina fu operata, fece progressi incredibili e imparò a muoversi autonomamente: dopo circa un anno e mezzo tornò al suo villaggio. E ci tornò camminando con le sue gambe.
Le sue figlie come hanno vissuto la permanenza in Africa ?
     Benissimo: sono cresciute serene in mezzo a tanti amici, in ambienti accoglienti. Hanno visitato luoghi suggestivi, unici al mondo. E hanno imparato lingue e culture diversissime. Penso che l’Africa le abbia arricchite in modo straordinario: sono sicuro che i ricordi di questa loro esperienza rimarranno indelebili dentro i loro cuori e le loro teste.
Siete sempre stati tutti d’accordo in famiglia sulla scelta di vivere in Africa ?
     In famiglia anni fa abbiamo fatto un patto, un accordo inviolabile: saremmo restati in Africa fintanto che quella era la volontà di tutti. O tutti o nessuno. Ci siamo guardati negli occhi - io, mia moglie, le bambine – e ci siamo detti: “ok, noi vogliamo restare qui”. E da allora nessuno in famiglia ha più cambiato idea.
Di tanto in tanto vi è capitato di tornare in Italia. Non è stato difficile riadattarsi ai ritmi della nostra società ?
     Personalmente non riesco a sopportare il caos del traffico automobilistico, la frenesia delle città, lo strapotere della TV, lo squillare continuo dei cellulari. Non lo nascondo: ho più di un problema a riadattarmi allo stile di vita della società occidentale.
E le bambine, come si trovano quando sono in Italia ?
     Ogni estate le bimbe tornano in Italia: sono le loro vacanze e le trascorrono all’insegna del divertimento e del relax. Semmai abbiamo avuto problemi durante periodi di permanenza più lunghi: dopo due anni di vita in Kenya, concluso il progetto per cui lavoravo, siamo tornati per qualche mese a Verona. Giulia, la figlia maggiore, non voleva saperne di lasciare i suoi amici kikuyu. Aveva imparato la lingua del posto, si sentiva una di loro… Tornata in Italia, frequentò per qualche mese l’asilo. La maestra, che non sapeva da dove provenivamo, ci mandò a chiamare preoccupata: non capiva perché la bambina si ostinasse a disegnare sempre capanne di paglia circondate da uomini e donne senza gambe o con i corpi malformati.
L’Africa ormai faceva parte di voi. Avete fatto le valigie e siete ripartiti…
     Sì, nel ‘95 ho accettato un nuovo lavoro in Tanzania, a Dar Es Salaam, per conto dell’associazione umanitaria CBM. Da lì non ci siamo più mossi. Da sette anni mi occupo della riabilitazione “su base comunitaria” di persone disabili che vivono principalmente nei sobborghi della capitale: i miei pazienti sono uomini e donne di tutte le età colpiti da poliomielite, osteomielite, paralisi cerebrale e lebbra. Mi sposto continuamente in città per fornire assistenza a domicilio. Vado di casa in casa per accertarmi dello stato di salute dei pazienti, fornisco informazioni sulle terapie riabilitative e insegno gli esercizi necessari al recupero della mobilità. Si tratta di un’esperienza di lavoro nuova, fuori dagli ospedali, che permette ai disabili di continuare a vivere tra i loro cari, senza dover subire il trauma di lunghe degenze lontani da casa.
Quali sono i risultati del vostro lavoro ?
     Il bilancio del lavoro è sicuramente positivo. Molta gente disabile, grazie al nostro sostegno, riesce a riacquistare l’autonomia nei movimenti e sono innumerevoli le persone che fanno progressi significativi e riacquistano sicurezza e fiducia. I pazienti e le loro famiglie apprezzano ciò che facciamo e ci mostrano tutta la loro riconoscenza offrendoci gesti e regali semplici ma preziosi. Il loro affetto è autentico, senza misura. Non è retorica, ma mi sento di ricevere più di quanto io faccio per loro.
Com’è l’Italia vista dall’Africa ?
     Grigia, monotona, per nulla invitante. Francamente le notizie che ricevo dall’Italia sono deprimenti, talvolta addirittura imbarazzanti: il dibattito politico è noioso, sterile. La televisione monopolizza l’interesse della gente. Cresce il benessere economico ma parallelamente cresce la noia, la violenza, l’insoddisfazione. Che tristezza…
Non c’è nulla che le manca del nostro Paese ?
     La montagna, l’offerta culturale e gli amici. Gli affetti che ho lasciato in Italia sono l’unica vera fonte di nostalgia.
Perché non torna ?
     Perché dovrei ? Sono felice di ciò che faccio, mi sento utile e realizzato. Se potessi tornare indietro nel tempo, rifarei senza indugi le stesse scelte… Forse un giorno le mie figlie vorranno tornare a vivere in Italia. Io e mia moglie non abbiamo ancora sentito questo bisogno. Per ora resto in Africa: ho ancora tanto lavoro da fare.







CHI E’
     Augusto Zambaldo, 44 anni, vive a Dar-es-Salaam, in Tanzania, insieme alla moglie Laura e alle due figlie Giulia e Anita. Fisioterapista originario di Verona, ha lavorato tra i lebbrosi del Ghana (con l’associazione AIFO, dal 1988 al 1990), tra i bambini poliomielitici del Kenya (con il CUAMM, dal 1991 al 1993). Dal 95’ è responsabile del Programma di riabilitazione su base comunitaria, organizzato dal “CCBRT Disability Hospital” di Dar es Salaam, in Tanzania, e lavora nella periferia della città, assistendo le persone disabili. Le visite domiciliari costituiscono il nucleo centrale della sua attività e permettono a lui e ai suoi collaboratori di monitorare lo stato di salute degli assistiti e di svolgere attività di riabilitazione e fisioterapia con i propri pazienti. La maggior parte sono bambini, molti figli di genitori affetti da AIDS. Chi desidera ricevere maggiori informazioni su questo progetto di riabilitazione a Dar es Salaam, può contattare l’associazione CBM Italia, con cui Augusto collabora da diversi anni (la sede di Milano risponde allo 02/72093670). L’anno scorso CBM è intervenuta su circa 258.000 casi di handicap fisico e mentale: 92.000 sono stati casi legati a handicap visivi, 73.000 motori, 35.000 uditivi, 24.000 mentali, oltre 9.000 disabilità multiple.

DISABILE ? PEGGIO PER TE
     Disabilità e povertà sono due concetti strettamente correlati. La disabilità è, allo stesso tempo, causa e conseguenza della povertà. Secondo calcoli effettuati dalle Nazioni Unite, una persona su 20 è disabile, oltre il 75 % dei disabili vive in un paese in via di sviluppo. Nel Sud del mondo la disabilità conduce inesorabilmente all’esclusione e alla discriminazione sociale ed economica e riduce, se non addirittura nega, l’accesso alla formazione scolastica e al lavoro. Le persone disabili entrano in un circolo vizioso che le portano a essere tra le più povere del pianeta, con tassi di analfabetizzazione di gran lunga maggiori rispetto a quelli della popolazione “normodotata”. A soffrire in modo particolare per le conseguenze sociali della disabilità sono soprattutto le donne e i bambini. Le prime subiscono una doppia discriminazione (sono donne e sono disabili), correndo spesso il rischio di essere vittime di abusi sessuali. I bambini disabili sono spesso considerati socialmente inutili e sono respinti dalla stessa famiglia d’origine. Restano privi di istruzione scolastica, anche perché le scuole sono spesso lontane dal luogo di residenza e quindi non accessibili.

TANTE MALATTIE UN UNICO DESTINO
     Si calcola che circa il 50% delle forme di disabilità che affliggono la popolazione mondiale siano prevenibili e siano direttamente correlate alla povertà. Le cause principali della disabilità nei Paesi in via di sviluppo ? Malnutrizione, infezioni e malattie, incidenti sul lavoro, condizioni di vita caratterizzate da insicurezza sociale, accesso limitato ai programmi di vaccinazione e alle cure sanitarie, mancanza d’igiene, sistema sanitario scadente. Le patologie più diffuse sono la poliomielite che, nel 2000, secondo le stime dell’UNICEF, ha provocato la paralisi a 3.500 bambini in 20 paesi del mondo e ne ha contagiati centinaia di migliaia d’altri; l’osteomielite (un’infezione ormai sconosciuta nei paesi occidentali, ma che colpisce ancora molti bambini in Africa e che, in mancanza di specifici antibiotici, può intaccare il midollo osseo, distruggendolo); le malformazioni congenite (piedi storti, labbro e palato leporino) e la disabilità per danni celebrali dovuti in massima parte a meningiti.



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