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NONNO SANTI

Un missionario tuttofare tra i poveri del Congo

È un Padre Bianco spagnolo. Da molti anni lavora in uno dei quartieri più poveri e difficili di Kinshasa. Dove salva decine di vite umane, con pochi mezzi e tanta dedizione

La terra di Kisenso è fangosa e putrida. Pochi alberi e tanti rifiuti. E baracche aggrappate disperatamente alla collina su cui sorge uno dei sobborghi più miseri di Kinshasa. Mezzo milione di persone ammassate in 15 chilometri quadrati di lamiere e cartone: un impressionate e sciagurato villaggio metropolitano.
La strada qui è una sola e assomiglia ad un canale di scolo per la fogna. Qualcuno l’ha rivestita di pneumatici per tentare di frenarne l’erosione. Uno sforzo inutile. «Quando piove diventa un torrente impetuoso che trascina valanghe di detriti e talvolta si porta via qualche catapecchia coi suoi abitanti». Padre Santiago Rodríguez Pinedo, 67 anni, Missionario d’Africa spagnolo, percorre ogni giorno questo fossato scosceso che brulica di persone e di animali. «È la mia via crucis», scherza mentre sobbalza tra le buche con il suo fuoristrada, rallentando di tanto in tanto per salutare qualche amico. La gente lo chiama nkoko Santi, nonno Santi: un nomignolo pieno d’affetto e gratitudine.
«Con gli ultimi»
     Da quasi quarant’anni quest’uomo dallo sguardo scintillante, dai modi pacati e umili, dall’aspetto bonario e gioviale, lavora con tenacia per aiutare la gente più bisognosa del Congo. Bambini senza famiglia, ragazzi di strada, donne in difficoltà, malati di Aids, persone affette da patologie psichiche o da handicap fisici. «Sono gli ultimi tra gli ultimi», spiega il missionario. «Incolpevoli rappresentanti di un’umanità dolorante, disprezzata, dimenticata. Senza difese né diritti. Costretta a vivere ai margini della società».
Padre Santi parla senza retorica né enfasi: nelle sue parole c’è solo la lucida amarezza di chi da tempo ha smesso di stupirsi e indignarsi. «Un tempo provavo rabbia per la miseria dilagante, l’ingiustizia diffusa, l’infanzia negata. Ancora oggi non mi rassegno alla cose che vedo ogni giorno. Ma sono troppo vecchio per arrabbiarmi. Meglio rimboccarsi le maniche e usare le energie che restano per fare del bene».
A guardarsi in giro viene da chiedersi da dove cominciare: la gente del quartiere vive di espedienti, lavoretti alla giornata, piccoli furti. I fortunati che dispongono di un impiego sicuro guadagnano due euro al giorno. Salari da fame. Gli ospedali e le scuole sono a pagamento, in pochi se li possono permettere. Nelle case manca luce, acqua, gas. E cibo. Le gente tira avanti con magre porzioni di fufu, la tipica polenta a base di manioca. Un piatto povero che serve solo a riempire la pancia. La malnutrizione è diffusa tra i bambini di molte famiglie. E poi ci sono quelli, troppi, che la famiglia non ce l’hanno più, e finiscono sulla strada.
Scelte difficili
     «Sono loro, i piccoli diseredati della capitale, al centro delle mie attenzioni». L’opera del missionario spagnolo è partita molti anni fa Saint-Etienne, una storica parrocchia di Kisenso, e da lì si è presto orientata ai bassifondi del quartiere.
«Nel 1992 assieme ad un confratello italiano, padre Daniele Lattuada, deceduto un paio di anni fa, decisi di lasciare le sicurezze della parrocchia per andare a vivere in mezzo alla gente. In una casupola piccola e malandata. Del tutto simile a quelle abitate dai nostri parrocchiani». Una scelta controcorrente, coraggiosa, che taluni considerarono insensata. In quegli anni la Repubblica Democratica del Congo (all’epoca Zaire) attraversava una stagione particolarmente difficile, violenta, segnata da una profonda crisi politica e sociale. Gli europei che vivevano a Kinshasa (e tra loro molti religiosi) cercavano rifugio in case-fortezze, protette da alti muri di cinta, per difendersi dall’ insicurezza crescente. «Le loro preoccupazioni erano fondate», ammette padre Santi. «Il problema della violenza e della criminalità non doveva essere sottovalutato». Infatti i due missionari furono più volte aggrediti e derubati. «Passammo dei momenti di paura e di sconforto. Ma non ci scoraggiammo: credevamo fermamente nella necessità di annunciare il Vangelo attraverso una testimonianza sobria, concreta, non dottrinale. Il più possibile vicina alla gente. La nostra parola d’ordine era “amore e condivisione”».
Amari sorrisi
     Ancora oggi, dopo molti anni, nkoko Santi opera nel quartiere con lo stesso approccio partecipativo, con la stessa voglia di comunione “dal basso”. Non è diventato come quei boriosi professionisti dell’umanitario che vanno in giro a elargire aiuti economici e dispensano segreti per sconfiggere i mali dell’Africa. Santi è un tipo semplice, modesto. Di poche parole e grande saggezza. «Dopo tanti anni di Congo non ho trovato ricette miracolose per “salvare” la gente che mi circonda», racconta con voce flebile. «Questa è una nazione potenzialmente ricchissima, dissanguata dalla guerra e dalla fame. Da quando sono sbarcato qui, nel lontano 1969, le cose non hanno fatto altro che peggiorare». Oggi due bambini su dieci non arrivano a compiere i 5 anni di età e l’aspettativa di vita, in discesa costante da mezzo secolo, è di appena di 45 anni. Un disastro umanitario. «A guardare i numeri, il bilancio è sconfortante. Qualcuno potrebbe considerarmi un fallito, ma io non sono pentito delle mie scelte. E non riesco a fare a meno di amare questo Paese e la sua gente. Da cui ho ricevuto più di quanto io abbia dato».
Assieme ad una manciata di amici congolesi, padre Santi gestisce una casa-famiglia per «piccoli e grandi ex disperati» che oggi guardano al futuro con rinnovata fiducia. «Ospitiamo persone con gravi problemi psichici e fisici. Ma anche malati di Aids emarginati per via della loro malattia. E tanti, troppi orfani e bimbi abbandonati». Tra loro non mancano i cosiddetti enfants sorciers, i “bambini stregoni”. Non hanno nulla a che vedere con Harry Potter e i suoi fantastici prodigi: non posseggono bacchette magiche, non preparano pozioni miracolose, tanto meno si cimentano in sortilegi e incantesimi. L'unica maledizione che conoscono è la miseria. E la follia superstiziosa che ha distrutto la loro infanzia. «Hanno dai 2 ai 12 anni, sono i piccoli dannati del Congo: accusati dai familiari di esercitare poteri occulti, sono costretti a subire umiliazioni e violenze indicibili. La loro unica colpa è di trovarsi vicini alle disgrazie di tutti i giorni: quanto basta per essere buttati fuori di casa».
Dopo anni di inconfessabili violenze e soprusi, molti di questi bambini hanno ritrovato il sorriso grazie a padre Santi. «I bimbi hanno bisogno di mangiare, un posto per dormire. Ma necessitano soprattutto di attenzioni affettuose, di comprensione e di amore», spiega il missionario. «Io resterò qui, al mio posto, fin quando la salute me lo permetterà», dice con un velo di preoccupazione. «Spero di vivere ancora a lungo perché c’è ancora molto da fare. Ma vivo alla giornata. E ringrazio Dio ogni mattina perché mi permette di stare in mezzo a tanti amici». A Kisenso, nel cuore ferito e pulsante dell’Africa.


Aiutiamolo
     Nonostante la popolazione del Congo sia molto povera, la vita nella capitale Kinshasa è assai cara. Occorrono 28 euro per assicurare ad un bambino una settimana di ospitalità e cibo. 30 euro per i vestiti, 35 per un anno di scuola. Chi desidera sostenere la comunità “Mama Leonor” fondata da padre Santiago può inviare i suoi aiuti usando il c/c postale n. 67865782 intestato a: Missionari d’Africa Padri Bianchi di Treviglio; nella causale specificare: “Aiuti per Padre Santi”. Informazioni allo 0363 44726.



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