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SEMI DI SPERANZA

La Chiesa a fianco dei poveri d’Angola

I missionari sono impegnati ogni giorno a soccorrere milioni di persone tagliate fuori dallo sviluppo economico. Un’impresa titanica…

Ottocento sacerdoti, oltre duemila suore, altrettanti seminaristi. E poi, cinquecento scuole, venticinque ospedali, quaranta consultori famigliari diffusi in ogni parte del Paese. Sono i numeri impressionanti della Chiesa cattolica angolana, a cui Benedetto XVI ha voluto rendere omaggio lo scorso marzo in occasione del suo primo viaggio pastorale in Africa.
Dalle sterminate bidonville della capitale fino ai più isolati villaggi dell’interno, i missionari portano avanti ogni giorno una battaglia silenziosa e risoluta in favore dei poveri. «Ci sforziamo di spargere semi di speranza in una società sempre più spietata che non concede spazio agli ultimi», spiega padre Martín Lasarte, missionario salesiano impegnato da anni accanto ai giovani angolani. «Il 60% della popolazione ha meno di 15 anni», ricorda. «Le nuove generazioni sono però attratte dall’illusione dei soldi facili, dal miraggio del consumismo sfrenato, dalle vetrine lucenti delle boutique alla moda… L’arricchimento materiale dell’Angola si sta accompagnando ad un pauroso impoverimento morale… Dobbiamo aiutare i giovani a percorrere una nuova strada».
Compromessi e impegno sociale
     La Chiesa cattolica, presente in Angola da più di cinquecento anni, è considerata un’istituzione prestigiosa e mantiene rapporti molto stretti con le autorità governative. Troppo stretti, secondo alcuni osservatori. Sembra che alla vigilia delle ultime elezioni i politici al potere abbiano voluto ingraziarsi i vescovi locali con generosi regali. «Ci hanno donato delle automobili», ammette senza imbarazzo monsignor Eugenio Dal Corso, 70 anni, veronese, vescovo di Benguela. «Le abbiamo accettate, dopo averne discusso tra noi, precisando a chiare lettere che non avremmo mai rinunciato alla nostra incondizionata libertà di parola». «Decisione inopportuna e rischiosa», mormorano a denti stretti alcuni religiosi.
Gli equilibrismi diplomatici delle gerarchie ecclesiali - chiamate necessariamente a confrontarsi e a collaborare con lo Stato - non possono oscurare la straordinaria opera sociale e pastorale svolta della Chiesa in Angola. Suore e sacerdoti gestiscono innumerevoli scuole, spazi ricreativi, centri di formazione, oratori, rifugi per ragazzi di strada. «Sono fragili scialuppe di salvataggio in un mare tempestoso», avverte padre Júlio César Barriento, salesiano argentino, responsabile di un centro sociale realizzato nel feroce bairro di Mota. «Trent’anni di guerra civile hanno distrutto molte famiglie, disperso interi villaggi, gonfiato le periferie di deslocados, gli sfollati delle campagne… La gente fa sempre più fatica a tirare avanti».
La criminalità è diffusissima, pistole e fucili girano per strada ad ogni ora del giorno, furti e rapine sono il pane quotidiano delle gang giovanili. «Alla spirale perversa della violenza cerchiamo di rispondere con le armi pacifiche del dialogo e… dello sport», spiega Stefano Francesco Tollu, missionario nella parrocchia di São Paulo. «Di recente abbiamo lanciato corsi di capoeira, basket, pallamano, calcio». L’Inter, la società calcistica, gli sta dando una mano, procurando l’attrezzatura sportiva e sostenendo la formazione di educatori e allenatori locali. «L’obiettivo non è far crescere dei campioni», precisa il missionario. «Ma allontanare centinaia di bambini e ragazzi dalla strada per fargli ritrovare il sorriso sui campi di gioco». Un’impresa titanica.
Suore nella favela
     Alla Lixeira, il vecchio immondezzaio di Luanda, i giovani crescono tra baracche sventrate e rivoli maleodoranti. Devono percorrere ogni giorno diversi chilometri con un secchio sulla testa, o una carriola da spingere, per procurarsi l’acqua da bere. Se vedono un mucchio di pattume sulla strada, si precipitano a rovistarlo per recuperare qualcosa. Ma devono fare più in fretta dei cani randagi che popolano i vicoli polverosi.
Negli ultimi tre mesi almeno cinquanta bambini sono morti a causa del virus della rabbia, diffuso dai morsi dai cani infetti. Molti altri sono stati uccisi dalla malaria, dal colera, dall’Aids. In Angola un bimbo su quattro muore prima dei cinque anni. E nella baraccopoli della Lixeira l’emergenza sanitaria è alimentata dalla malnutrizione e dalle precarie condizioni igieniche. Uno dei pochi ambulatori che offre cure mediche alla gente della favela è gestito da tre suore francescane. Di mattina si riempie di malati, donne incinte e nugoli di bambini urlanti. Una bolgia di umanità sofferente.
Suor Joselie Manfrin sta cercando di dare un po’ di latte ad un neonato, uno scricciolo abbandonato dalla madre, che non ha più neppure la forza per lamentarsi. Il padre, un ragazzo disperato, non sa che fare della sua creatura e non smette un attimo di piangere. «Tuo figlio se la caverà, ha solo bisogno di cure», lo rassicura la suora-infermiera. Ma come fa a conservare l’ottimismo fra tanta disperazione? Dove trova le forze per affrontare quell’immane lavoro quotidiano? E come riesce a mantenere il sorriso che allevia la sofferenza della gente? Misteri delle fede.



Assieme ai laici
     Scuole, spazi ricreativi, centri di formazione, campi sportivi, rifugi per ragazzi di strada. È sbalorditiva la quantità delle opere realizzate dai missionari in favore dei giovani più poveri di Luanda. Accanto ai religiosi operano i volontari del Vis (www.volint.it), impegnati in progetti di educazione, alfabetizzazione e assistenza sanitaria. «Di recente abbiamo inaugurato anche dei corsi di sensibilizzazione sui diritti umani» aggiunge la responsabile, Paola Franchi. In favore dei bambini di strada e delle donne in difficoltà si concentra l’opera del Cies (www.cies.it), un’altra Ong italiana. «Lavoriamo a stretto contatto con la società civile locale», precisa Sergio Pitocco. «Perché solo gli angolani possono essere i protagonisti di uno sviluppo partecipativo e autosostenibile».



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