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MISSIONARI DEL MARE

La sfide della Chiesa nell’ultima frontiera d’Africa

Sulle isole Bijagós, al riparo dalle acque dell’oceano, sopravvivono tradizioni e rituali ormai scomparsi nel continente. In questo arcipelago abitato da popoli fieri e spiriti ancestrali opera da anni uno sparuto gruppo di missionari cattolici…

Da oltre mezzo secolo navigano nelle acque dell’oceano per portare il loro messaggio di fede e di speranza. Sono i missionari del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) impegnati nell’arcipelago delle Bijagós, al largo della Guinea-Bissau (leggi il Reportage Paradiso Bijagos). Una testimonianza cristiana, piccola ma vivace, alle prese con un microcosmo galleggiante impregnato di animismo e di magia. «Siamo solo due sacerdoti, in un territorio vasto e frastagliato», spiega padre Jaime Coimbra do Nascimento, 38 anni, brasiliano dell'Amazzonia. Le piccole comunità cristiane, poco più di mille fedeli, sono sparse nell’arcipelago: passano mesi, talvolta anni, prima che ricevano la visita di un prete.
Qui la missione riporta ai primordi, quando l’evangelizzazione passava attraverso i lunghi viaggi e l’esplorazione di territori. «Ci spostiamo tra un’isola e l’altra seguendo il corso delle maree e i capricci dei venti, sfidando a volte gli umori dell’oceano», racconta Jaime. «Ma avremmo bisogno di essere affiancati da altri religiosi e volontari laici, per non naufragare in un mare di impegni». A dare una mano per il momento ci sono tre suore della Consolata che portano avanti corsi lezioni di cucito, attività sanitarie e lezioni di catechismo.
«Il lavoro più complicato è l’inculturazione del messaggio cristiano», spiega suor Maria Inocência Giacomozzi, 66 anni, brasiliana. «Il popolo delle isole è molto attaccato alle proprie tradizioni animiste. Gli anziani difendono tenacemente le pratiche della stregoneria, i riti d’iniziazione coi sacrifici animali, il culto del dio Nindo, l’uso di amuleti e talismani, la venerazione delle forze della natura».
La voce degli spiriti
     Cinquecento anni di contatti con la cultura europea non hanno cambiato il loro modo di pensare. I Bijagós credono che gli spiriti interagiscano con la vita quotidiana dell’essere umano, col duplice potere di proteggerlo o di nuocergli. Ogni membro della comunità deve propiziarsi i favori degli antenati prima di intraprendere qualsiasi attività e non dimenticare mai di ringraziarli per quanto di buono ha ricevuto. Di notte i tamburi che riecheggiano nella foresta paiono risvegliare le forze invisibili del mondo dell’aldilà. Al centro dei villaggi i falò proiettano le ombre dei danzatori in trance mentre gli spiriti ancestrali si materializzano sotto forma di maschere di legno impreziosite con corna di tori e pinne di squali.
Padre Luigi Scantamburlo, missionario-antropologo sbarcato 35 anni fa nell’arcipelago, viene spesso invitato a prendere parte alle cerimonie religiose. «In passato partecipare a questi riti era considerato un grave peccato per il cristiano», racconta. «I preti cattolici al soldo dei conquistatori coloniali consideravano i Bijagós un popolo di selvaggi miscredenti dediti al malocchio». Per lungo tempo l'ignoranza e l'arroganza dei religiosi hanno alimentato il pregiudizio sulle loro attitudini spirituali. «Ma ancora oggi alcuni uomini di Chiesa si scandalizzano per l’uso dei feticci o di qualche pratica di magia», si rammarica il missionario-studioso. «Io bado alla sostanza: i Bijagós hanno una spiccata religiosità, rigidamente monoteista, che permea l’intera organizzazione sociale… Se vogliamo farci accettare, dobbiamo inserirci appieno nelle comunità, entrare in sintonia con il loro modo di pensare. E annunciare il Vangelo di Gesù in punta di piedi. Perché la fede si vive, si condivide. Non s’impone».
Con questa missione padre Luigi naviga da trentacinque anni nell’arcipelago. Un paio di volte ha rischiato di naufragare nel mare in tempesta. Se l’è cavata per pura fortuna. O forse per miracolo. Lui, per non sbagliare, ringrazia ogni giorno il cielo e rende omaggio agli spiriti che aleggiano sulle isole.


La Chiesa in Guinea-Bissau
     L’evangelizzazione della Guinea-Bissau, seppure embrionale e sporadica, ha avuto inizio più di 500 anni fa con l’arrivo dei primi portoghesi, tutti cattolici. La Chiesa ha però avuto il suo boom solo dopo l’indipendenza, in modo particolare dopo la creazione della diocesi di Bissau, nel 1977, e la nomina del suo primo vescovo, Settimio Ferrazzetta. L’espansione è accompagnata dal continuo aumento delle sue opere in campo sociale, in modo particolare in ambito scolastico e sanitario.


Aiuti alle missioni
     I missionari impegnati nell’arcipelago delle Bijagós raggiungono le comunità più sperdute per portare parole di conforto e aiuti concreti come beni di prima necessità, medicinali, eccetera. Si tratta di un lavoro incessante e oneroso. «Stiamo cercando con molta fatica di avviare una scuola professionale per i giovani delle isole», spiega padre Jaime Coimbra do Nascimento. «Ma abbiamo bisogno di sostegno per far fronte alle alte spese di trasporto, legate all’affitto della barca, al compenso ai marinai e al costo del carburante». I progetti dei missionari si sviluppano sulle isole di Bubaque, Canhabaque, Canogo, Formosa, Orango Grande, Orangozinho, Soga e Uno. Per richiedere maggiori informazioni, e fornire sostegni economici, è possibile contattare l’Ufficio Aiuto Missioni del Pime (tel. 02 438201; progetti@pimemilano.com).



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