Marco Trovato
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UN´INFERMIERA NELLA FORESTA



Da oltre trent’anni un’infermiera italiana tenta di salvare i pigmei, il piccolo popolo della foresta. La sua Africa è fatta soprattutto di sofferenze e dolore, ma anche di soddisfazioni e avventure straordinarie. Tutte da raccontare.

La prima volta che l’ho incontrata, tra la polvere e la confusione di un mercato africano, mi è parsa una donna inadatta a vivere in quel posto. I suoi abiti puliti, i capelli bianchi, i suoi modi garbati, il timbro flebile della voce: troppo fragile, devo aver pensato. Ma mi sbagliavo. Rita Rossi, 62 anni, origini tosco-emiliane, non potrebbe vivere che lì, nel cuore della foresta pluviale, tra alberi secolari e villaggi di capanne. A centinaia di chilometri di distanza dalla prima vera città. E’ una questione di carattere e di temperamento. Ma anche di sogni e di fede.
Da quasi 35 anni Rita si è trasferita nel Camerun orientale, ai bordi del bacino fluviale del fiume Congo, una regione inzuppata d’acqua e avvolta nell’afa, a due passi dalla linea dell’Equatore.
Cominciò per rabbia
Infermiera, ostetrica, all’occorrenza pediatra, Rita ha deciso di dedicarsi, anima e corpo, alla difesa di un piccolo popolo che rischia di scomparire: i pigmei. "Tutto cominciò alla fine degli anni Sessanta", racconta. La diocesi di Yokadouma, in Camerun, era interessata ad avviare progetti di promozione umana per le povere popolazioni della foresta: occorrevano missionari ma anche laici volenterosi. "Io mi ero diplomata come infermiera e volevo rendermi utile in qualche modo. Non mi feci scappare l’opportunità". Difficile dire quale fu la molla che la spinse a lasciare tutto e partire. "A quei tempi manifestavo in piazza contro la fame e la povertà nel mondo, non sopportavo l’idea che milioni di persone morissero per malattie d’altri tempi, volevo cambiare la cose...". La decisione di partire fu un fatto istintivo, passionale, per certi versi inevitabile.
Finì in mezzo alla foresta pluviale, un luogo magico, intrigante ma tutt’altro che ospitale: durante la stagione delle piogge, dal cielo cadono catini d’acqua e anche quando c’è il sole l’umidità penetra nelle ossa, l’aria greve stringe i polmoni e si perdono litri di sudore solo a camminare. Il battesimo con l’Africa nera non deve essere stato dei più facili: c’era la malaria e altre micidiali malattie con cui prima o poi avrebbe dovuto fare conoscenza. Senza contare le difficoltà di trovarsi improvvisamente catapultati in un mondo senza comfort né tecnologia, lontano anni luce dalle sicurezze delle nostre metropoli.
La foresta ferita
Un tempo il Camerun orientale era un’immensa foresta, isolata dal resto del Paese. Non esistevano collegamenti e città: l’espansionismo coloniale non si era avventurato in queste terre insidiose e impenetrabili.
Oggi la regione è presa d’assalto dalle multinazionali del legno: le strade di terra rossa penetrano come spine nel verde intenso della vegetazione e interminabili carovane di camion trasportano tronchi secolari destinati all'esportazione. Spiega Rita: "Per pagare il debito estero, il Governo ha dovuto svendere il legname. Nel Paese operano una ventina di grandi società europee e altrettanti piccoli imprenditori privati: fanno a gara a chi taglia di più".
Un popolo da salvare
A rimetterci più di tutti sono i pigmei Baka, il piccolo popolo della foresta. Non si sa esattamente quanti siano: sono stimati tra le 20 mila e le 40 mila persone, in un paese con 12 milioni di abitanti. Nel passato erano i signori incontrastati di queste terre. Si erano adattati in maniera encomiabile alle difficili condizioni naturali, senza sconvolgere l'ambiente né piegarlo alle proprie necessità. Tradizionalmente nomadi, si spostavano liberamente nel cuore della boscaglia, vivendo di caccia e di raccolta. Oggi non possono far altro che assistere inermi alla distruzione del mondo attorno a loro; i taglialegna li cacciano brutalmente dagli accampamenti e abbattono i grandi alberi. I Baka non possono opporsi, non ne hanno diritto: prendono quel po’ che possiedono e cercano altri posti dove accamparsi. In dieci anni, si stima, stati distrutti oltre 80 mila chilometri quadrati di foresta pluviale, con i quali sono scomparse molte specie animali e vegetali che i pigmei utilizzavano per il loro sostentamento.
L’emergenza sanitaria
Accanto alla questione della salvaguardia delle tradizioni c’è il problema dell’emergenza sanitaria. I massicci spostamenti delle comunità Baka verso le strade sono spesso accompagnati da gravi epidemie, malattie estranee alla foresta, che falcidiano intere famiglie. Le piste aperte dai bulldozer inoltre seminano malattie e morte. "Durante la stagione secca, con la polvere, favoriscono le infezioni agli occhi e alle vie respiratorie; quando piove si trasformano in enormi pozze fangose dove proliferano zanzare portatrici di malaria... La situazione igienico sanitaria nei nuovi villaggi si è fatta drammatica, la mortalità infantile è aumentata vertiginosamente". Rita parla con rabbia e rassegnazione della tragedia dei Baka, e ricorda come era diversa la situazione nel 1969, al suo arrivo in foresta. "All'epoca la pista non esisteva e i sentieri che portavano agli accampamenti venivano continuamente inghiottiti dalla vegetazione... Inizialmente li ho percorsi a piedi, camminando per giorni. Poi, con l'aiuto di uno sgangherato motorino: occorreva farsi strada con il machete e, durante i mesi della pioggia, quando i ponti crollavano, guadare i fiumi con canoe improvvisate, nella speranza di non rimanere intrappolati nel fango".
Sempre in movimento
Ancora oggi Rita visita senza sosta i villaggi più sperduti della regione. Il suo indivisibile compagno di viaggio è un frigorifero portatile con il quale conserva e trasporta i vaccini inviati dall'Unicef e dall'Organizzazione mondiale della sanità. Sono destinati ai bambini più piccoli e servono per prevenire la poliomielite, il morbillo, la pertosse e il tetano.
Rita percorre ogni giorno decine e decine di chilometri su piste impossibili che paiono sparire nel nulla. E’ una donna energica, combattiva, tenace. Una donna in perenne movimento, incapace di fermarsi. Ricordo che anni fa, appena conosciuta, le chiesi di poter visitare l'ambulatorio o il dispensario dove lavorava. Era una domanda innocua, ma fatta a lei – poi compresi – non aveva senso. Rita alzò le spalle come se stessi parlando una lingua a lei sconosciuta, poi accennò un sorriso. "Il mio ufficio è la strada", disse. E se ne andò a preparare i bagagli.
L’aiuto della preghiera
Un tipo tosto, direbbe qualcuno, talvolta ombroso e rude, ma anche dolce e profondamente sensibile: al lucido distacco emotivo, alla freddezza professionale, preferisce il coinvolgimento dei sensi, la condivisione, la compassione. "Davanti al dolore della gente non ce la faccio a rimanere impassibile - spiega - vengo logorata da un insopportabile sentimento di rabbia e di impotenza". Poi confida: "Nei momenti di stanchezza e di sconforto, quando sono tentata di mollare tutto e fuggire, è la fede a fornirmi il sostegno. Solo la preghiera e il conforto di Dio mi danno la forza per andare avanti".
Le delusioni e i momenti di crisi non sono mancati: "Ricordo come se fossi ieri, la morte di una ragazza a cui era particolarmente affezionata. Era incinta di qualche mese quando insorsero delle complicazioni per la gravidanza... Forse se avessi avuto la possibilità di effettuare un parto cesareo sarebbe sopravvissuta...". Si capisce dalla luce dei suoi occhi che il ricordo le brucia dentro. Assieme a tanti altri amari ricordi, tante delusioni che hanno lasciato il segno. "Spesso avremmo bisogno di personale specializzato e di strumenti diagnostici adeguati per salvare la gente, e invece...". E invece i pigmei continuano a morire.
Un albero per farmacia
"Manca l'indispensabile per far fronte alle necessità di tutti i giorni, così mi affido ai rimedi medicamentosi tradizionali", spiega Rita. "La pianta di papaia, ad esempio, è una sorta di farmacia naturale: i suoi semi sono efficaci contro i vermi dell'intestino, le foglie sono utili contro la malaria, il frutto serve per gli ascessi dei denti, le radici alleviano la tosse, la corteccia ridotta in poltiglia aiuta nei casi di epatite". Ci si arrangia come si può, insomma. La sua Africa è fatta soprattutto di sofferenze e di dolore, ma anche di tante soddisfazioni: "Ricordo quando abbiamo salvato Ivo, un piccolo Baka venuto al mondo prematuro: dopo il parto pesava meno di un chilo, sembrava destinato a morire... Lo abbiamo allevato nel cotone, mangiava con il contagocce, poi con il cucchiaino... Oggi è un bambino robusto e vivace". Con tanta voglia di vivere.


PICCOLI, GRANDI UOMINI
     Un tempo erano considerati mostri malvagi, oggi sono diventati un prezioso patrimonio per l’umanità. Per molto tempo i pigmei sono stati considerati un popolo di selvaggi e di primitivi. Il loro lungo isolamento nella foresta e la relativa mancanza di contatti con l'esterno hanno dato origine nel passato ad assurde leggende che li dipingevano come animali bruttissimi, pericolosi, con delle lunghe code. Inoltre l'ignoranza e l'arroganza dei primi osservatori bianchi hanno contribuito ad alimentare il pregiudizio circa le loro attitudini intellettuali e spirituali: si pensava stupidamente che la piccola statura delle persone comportasse una cultura altrettanto ridotta. Oggi le cose sono cambiate: nei libri di antropologia i pigmei africani sono descritti come autentici scienziati della natura e il loro straordinario bagaglio di conoscenza sugli ecosistemi forestali non finisce di stupire gli studiosi.

TUTTO AL NATURALE
     I pigmei sono abili a sfruttare ciò che la foresta offre: cuociono il cibo in cartocci di fronde messe sulla brace e attingono l'acqua con foglie disposte a forma di bicchiere. Accendono il fuoco con una sorta di accendino a percussione composto da pietre dure e da una stoppa vegetale. Fabbricano l'intelaiatura delle suppellettili domestiche, intrecciando fibre naturali e arbusti flessibili. Con i rami del bambù costruiscono le frecce utili per la caccia ed efficienti imbarcazioni con le quali guadano i fiumi. Per sopravvivere raccolgono verdure, funghi, mandorle, miele, lumache, termiti e bruchi. Le capanne tradizionali sono semplici ed essenziali: il telaio è costituito da arbusti flessibili, fissati saldamente nel terreno e intrecciati tra di loro. Su questi vengono poi disposte delle ampie foglie e mo' di tegole. Terminata la struttura, viene acceso all'interno un fuoco, il cui fumo rende impermeabile le foglie.



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