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BOAVISTA

L’ultimo paradiso (in vendita)

È l’isola di Capo Verde più vicina all’Africa. Una manciata di sabbia sahariana in mezzo all’Atlantico. Spiagge da cartolina, paesaggi selvaggi, gente fiera e ospitale. Un tesoro che rischia di sparire


All’alba il respiro di Boavista è un soffio fresco e avvolgente. Che sa di mare e di terre lontane. C’è qualcosa di magico in questo alito di vita che accarezza le chiome dei mandorli, increspa l’acqua dell’oceano, spolvera le strade di pavé e serpeggia tra i vicoli sonnacchiosi dei villaggi.
A Sal Rei, una manciata di case ancorate ad un minuscolo porticciolo, il sospiro dell’isola porta con sé la fragranza del pane appena sfornato. Irresistibile.
Il profumo conduce al cortile di un’anonima casa coi muri grigi e una piccola finestra. Bisogna prendere coraggio e bussare lievemente per vedere schiudere le persiane di legno. Dalla penombra affiora il volto di un uomo con gli occhi stanchi e malinconici incorniciati da un turbante bianco. Pochi istanti, il tempo di abituarsi alla luce del sole, e il suo sguardo incredulo si scioglie in un sorriso sincero.
«Che sorpresa! Non mi capita spesso di avere clienti dalla pelle bianca», spiega come per scusarsi, il vecchio che sforna pagnotte morbide e squisiti dolci speziati. «Faccio questo mestiere da una vita. Mi chiamo Marino, qui mi conoscono tutti. Tranne gli stranieri perché vanno in negozio a far spesa… Se venissero a casa mia, scoprirebbero i sapori gustosi e genuini della nostra isola».
L’isola senza tempo
     Boavista, scheggia africana sospesa tra le acque turchesi dell’Atlantico, uno dei dieci scogli che costituiscono l’arcipelago di Capo Verde, sa ancora offrire piacevoli sorprese. Basta visitarla con animo curioso e senza fretta.
A cominciare dall’unico pontile a cui approdano le variopinte barchette dei pescatori. Un crocevia ininterrotto di reti e catini straripanti di crostacei e pesci ancora saltellanti. Ogni mattina il generoso bottino finisce nelle mani delle donne, una dozzina in tutto, che a pochi passi dalla battigia puliscono e vendono tonni e pesci spada, granchi e aragoste, cernie rosse e squali dalla pinna nera. Il loro incessante vociare non sembra disturbare i capannelli dei vecchi impegnati a far scivolare una manciata di palline dentro una fila di buche di legno. «È l’uril, il passatempo capoverdiano – mi spiegano –, molto meglio degli scacchi».
È la variante locale del mancala, il “gioco della semina” che non è difficile ritrovare in ogni angolo d’Africa. I giocatori sembrano dei prestigiatori e le partite sono spettacoli di illusionismo che non finiscono mai.
Qui in mezzo all’oceano il tempo non è denaro e le giornate scorrono torpide e svogliate. Al pomeriggio, quando il sole non concede tregua, le conversazioni si affievoliscono e ogni genere di attività viene ridotta al minimo. La gente si rifugia in locali bui e freschi. Chi viene sorpreso dalla canicola per strada resta impietrito sotto qualche albero o finisce accovacciato in un fazzoletto d’ombra tra gli scafi delle imbarcazioni sulla spiaggia. Sono le ore più lunghe di Boavista, ore di sospensione e di attesa pervase da un appiccicoso stato di torpore.
Solo all’imbrunire l’isola torna a vibrare di vita. I giovani si danno appuntamento sulla rena per la consueta sfida calcistica serale.
Le ragazze - una sfilata di corpi sinuosi fasciati da abiti variopinti e leggeri - si radunano attorno ai chioschi che smerciano bevande fresche. Le trattorie locali fanno scoppiettare le loro griglie a carbone. Frotte di bimbi prendono d’assalto la piazza di Sal Rei, dominata da una bella chiesa barocca, dove al posto di monumenti e parcheggi si trovano scivoli e altalene.
Schiavi e pirati
     Non resta che sedersi su una panchina a godersi lo spettacolo. Nel reticolo dei vicoli si diffondono le languide note della morna, la musica di Capo Verde, resa celebre in tutto il mondo dalla voce morbida di Cesária Évora. Sono canzoni struggenti, intrise di
malinconia, che parlano di amori impossibili e separazioni dolorose.
E raccontano il senso di strana inquietudine che aleggia su questo sperduto frammento d’Africa a cinquecento chilometri dalle coste senegalesi, sferzato senza sosta dagli alisei e dalle correnti marine. Una terra aspra e seducente. Scoperta nella seconda metà del Quattrocento dal navigatore veneziano Alvise Ca’ da Mosto (o forse dal genovese Antonio da Noli: gli storici non si accordano), usata come approdo strategico dalle navi negriere.
Frequentata per secoli da mercanti, esploratori, pirati e avventurieri di ogni razza. Popolata oggi da uno straordinario frullato di etnie diverse.
«È gente fiera, tenace e indomabile perché discende dagli schiavi», scrivevano sprezzanti i comandanti portoghesi che faticavano a soffocare la resistenza dei capoverdiani. Avevano ragione. Ancora oggi gli abitanti di Boavista celebrano ogni anno, il 3 maggio, la festa di Santa Cruz che rievoca la liberazione dalla schiavitù. Per l’occasione gli isolani si riuniscono nell’antica capitale Rabil, un grappolo di case basse e color pastello, dove prosciugano fiumi di grogue, il liquore locale di canna da zucchero, e danno vita fino a notte fonda a concerti e sfilate al suono di tamburi e fischietti.
Arcipelago double-face
     Oggi la Repubblica di Capo Verde, ex colonia portoghese, indipendente dal 1975, vanta una coesione sociale e una stabilità politica che non è facile ritrovare nell’Africa continentale. Le statistiche della Banca Mondiale ne fanno un Paese modello.
L’aspettativa di vita supera i 70 anni (contro i 47 anni dei Paesi subsahariani), il tasso di mortalità infantile è circa un quarto rispetto alla media africana, la percentuale di popolazione alfabetizzata supera il 75%, la crescita del prodotto interno lordo sfiora il 12% (l’Europa non raggiunge il 2,5%), il reddito pro capite di 1350 dollari è più che doppio rispetto a quello degli altri Paesi della regione.
Numeri sbalorditivi, frutto di buoni governi, che hanno fatto uscire nel 2007 Capo Verde dalla lista Onu di Paesi meno sviluppati. «Ma non è tutto oro ciò che luccica», avverte padre Ottavio Fasano, responsabile dei frati cappuccini qui presenti da sessant’anni. «L’arcipelago è flagellato da ricorrenti periodi di siccità e una larga fetta di popolazione necessità di aiuti per sopravvivere. Inoltre i giovani hanno poche prospettive, nello studio come nel lavoro. Per questo sono costretti a partire».
In effetti l’economia continua a dipendere pesantemente dagli aiuti internazionali (161 milioni di dollari) e dalle rimesse degli emigrati in Europa e Stati Uniti (121 milioni di dollari nell’ultimo anno). Il Paese è privo di risorse naturali e povero di fonti idriche, la corrente elettrica arriva a singhiozzo mentre l’acqua viene distribuita dalle cisterne pubbliche e bisogna portarsela a casa coi catini sulla testa. I servizi e le infrastrutture sono inadeguati, le casse statali sono povere. L’agricoltura e la pesca non decollano. Oltre l’80% del fabbisogno alimentare deve essere importato: un macigno micidiale per i bilanci famigliari dei capoverdiani.
Italiani in fuga
     Al mercato comunale di Sal Rei i prezzi di frutta e verdura sono proibitivi e gran parte della merce resta sulle bancarelle.
All’ora di pranzo la gente ripiega sulla solita razione di cachupa, il piatto tipico a base di mais, ceci, fagioli e uova.
«Solo nei giorni di festa aggiungiamo qualche pezzo di carne o di pesce», spiega Francisco Edal, tassista della Guinea-Bissau approdato a Boavista sei anni fa in cerca di fortuna. «Non sono pentito della mia scelta: il posto è gradevole, la gente ospitale. Ma il costo della vita è impazzito. Colpa dei bianchi che sono giunti sull’isola coi portafogli gonfi e hanno drogato l’economia locale».
La comunità straniera più numerosa è quella italiana. Almeno 150 connazionali hanno messo radici qui, e molti altri ne stanno seguendo l’esempio.
In gran parte sono pensionati che hanno deciso di godersi ai tropici un po’ di riposo. «Pesca, sole e bagni tutto l’anno», assicura un uomo brizzolato, accento bresciano, che scorazza sulla spiaggia col suo scooter. «Qui bastano mille euro al mese per vivere da signori», aggiunge l’amico, occhiali neri oversize, bardato con una bandana piratesca. «In Italia passeremmo il tempo a rimbambirci in qualche bar, angosciati da tasse e bollette. Qui viviamo giorno per giorno. Godendoci il “dolce far niente”».
Ma Boavista non è solo un buen retiro per fuggitivi stanchi e senza ambizioni. Sull’isola si incontrano neolaureati, ex impiegati o liberi professionisti che hanno abbandonato l’idea del posto sicuro e della carriera, per abbracciare una nuova avventura professionale e umana. «Appena ne ho avuto l’opportunità ho comprato casa qui, senza pensarci due volte», racconta Massimo Cassi, trent’anni, agente di viaggio e consulente immobiliare.
Fino a pochi mesi stava in un ufficio a Milano, ora lavora a pochi metri dalla spiaggia con l’infradito ai piedi e il costume da bagno a portata di mano. «Sono indulgente nel concedermi qualche pausa balneare», ammette senza vergogna. «Dell’Italia mi mancano solo gli affetti. Ma se voglio collegarmi al resto del mondo non devo far altro che accendere il mio portatile: internet è arrivata fin qui».
Decolla il turismo
     L’isola cambia rapidamente. Forse troppo. Un anno fa è stato inaugurato il nuovo aeroporto internazionale, un nastro di cemento in mezzo al nulla, progettato per accogliere i charter dei vacanzieri. «Farà approdare decine di migliaia di visitatori e sarà un potente motore di sviluppo per la nostra gente», ha predetto il Primo Ministro José Maria Neves.
Per ora arrivano tre voli a settimana e le comitive dei turisti spariscono dentro un paio di resort isolati e ben mimetizzati. «Il 95% dei loro soldi finiscono nelle tasche degli impresari occidentali che gestiscono i pacchetti all inclusive», fa notare uno studio dell’Organizzazione mondiale del turismo (www.world-tourism.org). «Sul posto restano le briciole: i miseri stipendi per camerieri, garzoni, personale delle pulizie… manodopera priva di specializzazione e senza prospettive di crescita professionale».
L’industria turistica, che già oggi assorbe il 40% dell’occupazione giovanile, è destinata a monopolizzare l’economia locale. Boavista gode di una posizione strategica e di un clima invidiabile in ogni periodo dell’anno.
Il tutto a sole cinque ore di volo dall’Europa. È un autentico paradiso per chi insegue la tintarella fuori stagione, ma anche per gli amanti della pesca d’altura e degli sport d'acqua. E poi c’è il paesaggio selvatico e mutevole: dune sahariane e oasi di palme cintate da cinquantacinque chilometri di coste sabbiose che si tuffano nelle acque turchesi dell’oceano. Un appetitoso tesoro naturalistico su cui stanno mettendo le mani in molti: imprese immobiliari, grossisti delle vacanze, speculatori senza scrupoli.
Il business del mattone
     Basta navigare in internet per rendersene conto: non si contano i siti che invitano ad acquistare casa sull’isola. «Villette da sogno, baciate dal sole, a due passi dal mare», assicurano gli impresari. I prezzi? In media 1500 euro a metro quadro. Il mercato immobiliare è in fibrillazione, i cantieri spuntano come funghi, i valori dei terreni sono esplosi. «In soli sette anni sono centuplicati», si entusiasma un imprenditore lombardo che ha fatto affari d’oro col boom del mattone tropicale. Le autorità locali hanno lottizzato ogni metro di terra edificabile, aperto le porte agli investitori stranieri, dato il via alla costruzione di nuovi residence e case-vacanza.
«Faremo la fine delle Canarie e di Sharm el-Sheikh, paradisi naturali sfigurati dal turismo di massa», sentenzia severo un villeggiante portoghese infastidito dalla vista di gru e camion in movimento. La splendida spiaggia di Santa Mónica, venti chilometri di sabbia bianca e natura selvaggia, sarà presto raggiunta dal cemento. E anche l’antica rua pitoresca, la via in pietra un tempo percorsa solo con gli asini, sarà sostituita da una superstrada pensata per i bus dei tour operator. I tempi? Rapidissimi, temono gli ambientalisti. Sulla Praia de Chaves, una delle più belle costiere dell’isola, la catena spagnola Riu inaugurerà questo inverno un colossale resort da duemila posti letto. «Pari a un terzo dell’intera popolazione», fa notare Marco Fruch, geometra friulano che a Boavista ha trovato il lavoro e l’amore. «L’isola non è preparata a sostenere questa invasione. Stiamo costruendo troppo senza pensare all’impatto ambientale. Mancano le fognature e gli impianti di smaltimento dei rifiuti».
Una preoccupazione condivisa anche dai ricercatori del progetto Caboverde Natura 2000 impegnati a preservare le tartarughe Caretta caretta (Chelonia mydas) che a Boavista sono di casa. «Le spiagge sabbiose e disabitate costituiscono un habitat ideale per la riproduzione e la nidificazione delle testuggini», spiega il biologo spagnolo Luis Felipe Jurato. «Ma la progressiva cementificazione delle coste e l’invadenza dell’uomo ne minacciano seriamente la sopravvivenza». Vallo a spiegare ai turisti che giungono qui ogni estate per vedere schiudersi le uova delle tartarughe oppure a quelli che sfrecciano veloci coi quad sulla spiagge protette. «Abbiamo bisogno di regole, professionalità e programmazione, altrimenti si rischia il caos», commenta Francesco Lazzari, bresciano, 35 anni, tra i primi a fiutare le potenzialità turistiche dell’isola. «Sono arrivato quindici anni fa», racconta.
«All’epoca Boavista era una terra di frontiera, un rifugio per pochi intimi, isolato dal resto del mondo. I collegamenti erano sporadici e fragili. Per le strade giravano solo sette automobili».
Oggi sull’isola circolano più di cinquecento vetture, in gran parte usate per scorazzare i visitatori europei. Sulla scrivania dell’ufficio Francesco srotola una mappa. «È il piano regolatore di Sal Rei approvato dalle autorità», spiega. Dove ora c’è una distesa di sabbia, nel giro di cinque anni sorgeranno file impressionanti di strade e cubi di cemento. Cerco con lo sguardo la casa di Marino, la panetteria segreta di Boavista, ma in quel groviglio inestricabile di scarabocchi non trovo più nulla. Chissà se basterà ancora farsi guidare dal profumo dell’isola…



L’isola di corsa
     Ogni inverno a Boavista si tiene una corsa massacrante, ideata da un podista italiano residente sull’isola e dedicata agli amanti dell’estremo: 150 chilometri di pura avventura lungo un tracciato che sfiora le acque dell’oceano e si snoda tra dune di sabbia e pietraie infuocate. Una competizione che anno dopo anno attira sempre più appassionati ansiosi di scoprire i propri limiti e gli angoli più segreti dell’isola. Si gareggia sotto il sole cocente e la notte stellata, muniti di uno zaino con sacco a pelo e cibo sufficiente. I partecipanti hanno a disposizione al massimo 60 ore per coprire l’estenuante tracciato. La prossima edizione della Boavista Ultramarathon, l’ottava della sua storia, si terrà dal 5 al 7 dicembre 2008. Maggiori informazioni su www.boavistaultramarathon.com


Il viaggio
QUANDO
Il clima è tropicale e secco con una temperatura che varia dai 22 ai 30 gradi tutto l’anno. Tra gennaio e marzo possono soffiare venti fastidiosi.
SALUTE
Nessuna vaccinazione obbligatoria.
DOCUMENTI
Richiesto il passaporto con visto turistico (ottenibile all’arrivo in aeroporto oppure tramite un tour operator).
LINGUA
La lingua ufficiale è il portoghese. Diffusissimo il creolo.
RELIGIONE
Il 90% della popolazione è cattolica, non mancano credenze animiste.
FUSO ORARIO
Meno 2 ore rispetto all'Italia durante l'ora solare, 3 ore durante l'ora legale.
MONETA
Escudo cabo-verdiano (1 euro equivale a circa 110 ECV).
VOLI
Collegamenti settimanali da Verona e Milano con charter della Livingston/Lauda Airlines. Il volo dura circa 6 ore. www.lauda.it

I miei consigli
PARTIRE
Per organizzare il viaggio contattate Evolution Travel Italia di Laura Lombardi - Specializzata in Turismo Responsabile
mail to : laura.lombardi@evolutiontravel.com
website : http://www.lauraviaggi.net
LA GUIDA
Sull’isola contattate Francisco, una guida esperta e affidabile che parla anche italiano. Tel. 00238 9977304
CIBO
Si mangia con 10-12 euro. Tre indirizzi preziosi: nella piazza di Sal Rei il Blu Marlin (aragosta, cernie e pesci spada) e l’osteria da Naida (ottimo il tonno alla griglia). A Rabil il ristorante Sodade di Nha Terra (tel. 2511048) col suo squisito capretto in umido alla capoverdiana.
DORMIRE
Lasciate perdere i villaggi turistici. Bussate alla porta del Ca’ Nicola Aparthotel che offre appartamenti graziosi sulla spiaggia (www.canicola.com). In alternativa c’è la deliziosa guest house Migrante in centro a Sal Rei (www.migrante-guesthouse.com). Per chi cerca la tranquillità assoluta segnaliamo Spinguera (www.spinguera.com), un eco-resort di lusso ricavato da un villaggio abbandonato di pescatori.
LEGGERE
La guida Capo Verde del Touring Club Italiano (€ 13,50): ottimi gli itinerari per i viaggiatori fai-da-te. Da portare in valigia il libro di viaggio Isole della Sodade di Orietta Mori (Edt 1999; fuori produzione, da cercare in biblioteca).

DIDASCALIE
     
La splendida spiaggia di Santa Mónica battuta dalle onde: 18 chilometri di sabbia bianca e di tranquillità assoluta. Anche qui è prevista la costruzione di villaggi turistici

Una suggestiva grotta nella spiaggia di Varandinha: qui si alternano dune sabbiose, rocce laviche e affioramenti calcarei

Il guscio di una testuggine sulla spiaggia di Varandinha, una zona dell’isola frequentata dalle tartarughe Caretta caretta

Il piccolo mercato del pesce di Sal Rei. Sorge a pochi passi dal porto dove i pescatori scaricano grossi esemplari di tonni, cernie e pesci spada

Giochi serali nella piazza di Sal Rei, dominata dalla chiesa di Santa Isabel

Le acrobatiche evoluzioni dei surfisti nella baia di Sal Rei, battuta senza sosta dagli alisei

Un baobab piegato dal vento nei pressi di Curral Velho. A Boavista ci sono solo quattro esemplari di questi alberi

Le dune di sabbia trasportate fin qui dai venti sahariani arrivano a lambire le acque cristalline del mare

Il celebre relitto del Santa Maria, un mercantile arenatosi vent’anni fa sulla costa di Boa Esperança, in una zona di naufragi funestata dai venti e dalle correnti marine

Il suggestivo villaggio di Curral Velho, oggi abbandonato, con le tradizionali case di pescatori che sorgono a pochi passi dalle antiche saline

Una spettacolare rovesciata sulla spiaggia di Chave. I giovani capoverdiani amano il pallone, dal 1976 sulle isole si svolge un campionato

Nei pressi di Sal Rei, un paio di chilometri a nord del paese, si scorgono le rovine di un chiesetta in pietra, Nossa Senhora de Fátima

Un gruppo di surfisti sulla sfavillante spiaggia dell’Estoril minacciata dalla progressiva cementificazione

L’interno dell’isola è costellato da paesi pittoreschi e accoglienti. Da visitare le case e le chiese di João Galego, Fundo de Figueiras e Cabeço de Tarafes.

L’antica Rua Pitoresca, la strada in ciottoli che collega i paesi. Boavista è un’isola di origine vulcanica erosa dal vento e ricoperta da terreni sedimentari

Il faro di Morro Negro, su un piccolo promontorio, è il punto più vicino al continente africano di tutto Capo Verde. Da qui si gode una vista straordinaria






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