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ERITREA LIBERA

Nasce una nuova nazione africana

E´ il 1997: l´Eritrea si è liberata da quattro anni dall´occupazione etiope. Migliaia di profughi e immigrati tornano nel Paese con la speranza di ricostruirsi una nuova vita. Ma è una festa che dura poco: nel 1999 i rapporti tra Asmara e Adis Abeba si incrinano nuovamente. Nel Corno d´Africa si riaccendono antichi rancori e improvvisamente scoppia un nuovo, assurdo conflitto.

     Sull'aereo in pochi sono riusciti a dormire; i più hanno preferito raccontare e raccontarsi per ammazzare il tempo del viaggio.
Altri hanno bisbigliato litanie e preghiere senza fine, tenendo ben strette al grembo le croci romboidali in filigrana argentata, emblemi preziosi della tradizione cristiano-copta. Tornano in Eritrea dopo venti o trent'anni di forzato esilio, trascorso in qualche angolo d'Europa per scappare alla guerra e alla fame. Sono una cinquantina di persone in tutto, giovani e anziani, emozionati e chiassosi come un'animata scolaresca al primo giorno di lezione.
Sul volo Roma-Asmara dell'Ethiopian Airlines hanno portato con sé, pentole, jeans, spaghetti, bottiglie di vino e una montagna di cianfrusaglie. Ma soprattutto bauli e valigie colme di sogni e di speranze: le ricchezze che si accumulano quando occorre raccogliere con determinazione le sfide di un futuro zeppo di incertezze. "La mia casa e la fabbrica dove lavoravo sono andate distrutte durante la guerra contro gli etiopi... Non so che cosa ci aspetta, ma in qualche modo ci arrangeremo" - confida un vecchio seduto accanto a me: la forza dell'orgoglio e dell'ottimismo contro il dramma della distruzione.
Scesi dall'aereo, si sono chinati tutti per baciare il terreno, poi , le donne, avvolte nella tradizionale futa bianca ,si sono abbandonate ad un corale trillo liberatorio.
DI NUOVO A CASA
     Difficile comprendere il loro stato d'animo: è entusiasmo, orgoglio, attesa, paura. "Ma soprattutto voglia di fare" - precisa Mama Kidane, 60 anni, di cui 27 trascorsi tra Torino e Milano come domestica e baby-sitter "non abbiamo mai dimenticato nemmeno per un momento il dramma del nostro paese; durante l'occupazione etiope inviavamo metà del nostro stipendio al Fronte di Liberazione: la vittoria è anche nostra".
Gli fa eco Teklè, un cinquantenne che ha voluto festeggiare il grande ritorno stappando una bottiglia di ottimo Lambrusco: "Non mi sembra vero: è un momento che ho sognato per anni. Ora dobbiamo rimboccarci le maniche e rimettere in piedi ciò che è stato distrutto... Andrò sulla costa per ricostruirmi una nuova vita". Era il 1974 quando fu costretto a fuggire dal suo villaggio natale, nel Bassopiano, lungo la riva del fiume Gash: "le capanne furono bruciate e rase al suolo dai militari etiopi per stanare i guerriglieri che combattevano per l'indipendenza del nostro paese e che trovavano riparo e ospitalità tra la popolazione...
FERITE APERTE
     Noi eravamo semplici contadini e ci arrangiavamo alla bellemeglio; non capivamo perché la nostra terra dovesse essere occupata da un esercito straniero, ma , a dir la verità , pensavamo più a sopravvivere che ad altro". Di quel drammatico periodo Teklè conserva ancora ricordi limpidissimi oltre ad una brutta cicatrice che gli deturpa il viso: "fu una bomba al napalm lanciata sulla capanna dove dormivo insieme alla mia famiglia: i miei genitori non riuscirono a salvarsi" spiega lui senza troppi formalismi. In quegli anni, tra le truppe di Addis Abeba e la guerriglia eritrea, si combatteva quella che , a conti fatti - sarebbe stata la guerra più lunga d'Africa: un conflitto dimenticato dal mondo, alimentato dalla delirante retorica imperialistica e dagli sporchi giochi della Guerra Fredda. Una micidiale pazzia collettiva che avrebbe lasciato sui cambi di battaglia trecentomila africani senza vita e che avrebbe messo in ginocchio un fazzoletto di terra già martoriato dalla carestia e dalla siccità.
Oggi, a cinque anni dalla fine di quella guerra vinta contro tutto e contro tutti , l'Eritrea vive il suo anno zero: infrastrutture, industrie, abitazioni, tutto deve essere ricostruito. Persino la piccola casa di Mama Kidane, nel povero quartiere asmarino di Abashawl. "Per offrirvi uno zighinì (il piccantissimo piatto nazionale, NDR) possono bastare anche le fondamenta" - afferma lei mostrando una proverbiale ospitalità" - le cose pian piano si sistemeranno e poi Issaias (Aferwerki, presidente e capo del governo, già leader del Fronte Popolare di Liberazione che durante l'occupazione etiope guidò la resistenza eritrea per riconquistare la libertà, NDR), ci aiuterà, ne sono certa".
PER LE STRADE DI ASMARA
     A poca distanza, nella zona dei mercati, è un continuo viavai di colori, odori e trattative. I commercianti sbucano con la testa dietro montagne rosse di berberè (un miscuglio di spezie e peperoncino che domina tutti i piatti nazionali) o grandi sacchi di orzo, grano e fagioli. I sarti ricamano con vecchie ma agguerritissime Singer le "zuria", semplici vestiti di cotone bianco dalle larghe e lunghe gonne indossati con fierezza dalla maggior parte delle donne. Al caravanserraglio, decine di fabbri e falegnami lavorano senza sosta tra nuvole di polvere, scintille, fumi e rumori assordanti: il caos di una bolgia dantesca che scompare improvvisamente all'ora del "Maghreb", preghiera musulmana del crepuscolo, annunciata dai muezzin dall'alto dei minareti.
La vita insomma , almeno all'apparenza , continua come se nulla sia accaduto. Gli eventi e gli stravolgimenti della storia non hanno cancellato neppure l'architettura littoria dei palazzi del centro e le FIAT 1100 che sbuffano lungo il Viale della Liberazione (un tempo dedicato a Mussolini, poi al negus Hailè Selassiè, e quindi alla Rivoluzione di Menghistu), arhetipi di un retaggio coloniale che - a qualcuno - sollecita ancora nostalgici ricordi.
UNA BARISTA SPECIALE
     "Prima che arrivassero gli inglesi e prima che gli etiopi ci umiliassero, qui era un paradiso di serenità e di prosperità" - mi dice Anna Forsani, titolare di un leggendario bar del centro, nonché memoria storica tra gli ex-coloni - "gli italiani che sbarcarono nel corno d'Africa tra il 1890 e il 1940 investirono tutto ciò che avevano per trasformare questa terra arsa dal sole e spazzata dal vento... E di questo, gli eritrei ne sono ancora riconoscenti". Oggi, la vecchia e ormai esigua comunità di connazionali rimasti (circa 600 persone) si arrangia come può: botteghe artigiane, import-export, agenzie di accompagnatori turistici. "Per metà siamo africani pure noi" - continua la Forsani - "Non resisteremmo alla nebbia di Milano o al caos di Roma... E poi dobbiamo darci da fare per ricostruire ciò che è andato distrutto".
Anche perché , è il caso di dirlo,
noi italiani abbiamo molto da farci perdonare da questa ex-colonia, un tempo osannata dalla propaganda fascista come "la preferita del Regno del Sole", e quindi abbandonata e dimenticata nei momenti del bisogno e del dramma. Il neo-eletto presidente Aferwerki, nel giorno della proclamazione dell'Indipendenza, fece sentire tutta la comprensibile rabbia e delusione accumulata in oltre trent'anni di isolamento: "Abbiamo combattuto da soli, con aiuti irrilevanti, contro un avversario senza scrupoli che il mondo esterno raramente rimproverava, e spesso incoraggiava".
Oggi, da parte nostra, occorre voltare pagina, rinsaldando i rapporti con Asmara e collaborando alla ricostruzione del Paese. Non senza però aver fatto tesoro degli errori commessi in passato dalla Cooperazione Internazionale, che per troppe volte è risultata funzionale solo a manovre speculative e a interessi di imprese nazionali (Somalia e Mozambico docet).
POVERI MA ORGOGLIOSI
      Gli eritrei sono un popolo giustamente orgoglioso e non vogliono correre il rischio di dipendere in maniera assistenziale dagli aiuti internazionali. I progetti di sviluppo presentati dalla organizzazioni umanitarie, prima di essere approvati dalle autorità del paese, vengono vagliati in maniera estremamente minuziosa:"Non vogliamo commettere gli errori dei nostri fratelli africani" - mi dice Medhanie, rappresentante del Pfdj, il Fronte Popolare per la Giustizia e la Democrazia, al governo nel paese in attesa dell'approvazione del multipartitismo - "siamo la più giovane nazione del continente ma forse l'esser arrivati per ultimi ci potrà giovare: possiamo imparare dagli sbagli altrui". Certo però il peso del conflitto è micidiale e i problemi si accumulano giorno dopo giorno. Se da una parte occorre essere
cauti e lungimiranti, dall'altra non bisogna cadere nella tentazione di impantanare ogni nuova attività e iniziativa privata in lungaggini burocratiche: tutto, in Eritrea è emergenza. E il malcontento della gente, ancora inebriata dall'entusiasmo per la libertà raggiunta, potrebbe prima o poi farsi sentire. Medhanie non nasconde le enormi difficoltà da affrontare: "L'85 % della popolazione è analfabeta, solo il 25 % può contare su strutture sanitarie di base e il numero scende al 19 % per l'accesso all'acqua potabile... L'attesa di vita è di 46 anni (52 anni nell'Africa Sub-sahariana), la macchina industriale annaspa, l'agricoltura è ancora solo di sussistenza, i conti con l'estero sono in perpetuo squilibrio, l'80 % dell'energia è prodotta con legno e biomassa e provoca un forte depauperamento del patrimonio ambientale".
Medhanie potrebbe continuare per un'altra mezz'ora a snocciolare problemi pesanti come macigni, ma "non servirebbe a niente piangersi addosso: ora devo andare perchè il lavoro è tanto e mi aspettano gli operai della ferrovia."
LA RICOSTRUZIONE
     La ricostruzione va avanti ovunque, giorno dopo giorno, come in un'enorme cantiere: vengono risistemate le principali arterie di collegamento, si ricostruiscono i ponti distrutti durante il conflitto, viene pian piano bonificato il terreno del Bassopiano, ancora disseminato di mine. I mezzi a disposizione sono pochi e rudimentali.
Di conseguenza si conta soprattutto sulla materia più disponibile e a basso costo: la manodopera. Lungo le strade si vedono schiere di giovani, studenti, militari ed ex-guerriglieri con i picconi in mano. A turni di 25 mila, tra i 18 e i 50 anni, vengono chiamati dal Governo per partecipare all' N.S.P. - National Service Program, 18 mesi di duro lavoro per imparare a sparare e... a spalare. Anche le ragazze, con addosso uno sgualcito giubbotto kaki ed in testa la kefiah bianco-nera, non rinunciano al loro "Servizio civil-militare". Sulla carrozzabile che conduce ai deserti sudanesi, Mariam, un sorriso ammiccante sotto una montagna di capelli crespi, alza la pala in aria in segno di vittoria: "Tra un paio di mesi avremo finito, così non dovrete più saltare continuamente con la Land Rover", ci grida in un improbabile inglese. La fulminano con gli occhi un gruppo di anziani musulmani a cui abbiamo concesso un passaggio in macchina: "togliti da dosso quei vestiti, rimettiti il velo e vai a casa a preparare la 'njerà" (focaccia spugnosa con cui viene servito lo zighinì, NDR), borbotta a voce bassa - tra il serio e l'ironico - uno di loro.
LA SFIDA DELLE DONNE
     Ma il sorriso di Mariam e quella pala alzata in aria rimangono i simboli di un'emancipazione femminile conquistata sui campi di battaglia e giustamente rivendicata oggi ad alta voce dalle donne eritree. Il 35 % dei guerriglieri del Fronte Popolare erano donne: un dato questo che ha scardinato le tradizioni patriarcali della società, rivoluzionando i rapporti di forza tra i due sessi. Oggi non è più possibile tornare indentro: le eritree hanno cominciato a chiedere i diritti per un'uguaglianza da sempre negata (basti pensare al diritto di proprietà ed eredità della terra, accordato con un decreto dal nuovo governo). E ciò provoca inevitabilmente contrasti stridenti con il passato. Così, la questione femminile finisce con l'essere un'ottima bussola di orientamento per comprendere la strada che deciderà di percorrere la nuova Eritrea.
EMERGENZA ACQUA
      Le vie che discendono l'Altopiano sono circondate da eucalipti ed euforbie, bellissime piante a forma di candelabro, simili a cactus. Poi, subito dopo la città di Keren, il paesaggio si fa più brullo e desolato: qualche baobab, sterminate distese di acacie ombrellifere, interminabili carovane di cammellieri che percorrono i letti prosciugati dei fiumi. La stagione delle piogge tarda un'altra volta ad arrivare e l'acqua comincia ad essere emergenza per le centinaia di villaggi sparsi a macchia di leopardo in queste regioni. "La gente deve percorrere ogni giorno anche trenta chilometri per raggiungere il pozzo più vicino..." conferma
Maurizio Camerini, volontario dell'associazione CRIC di Reggio Calabria e Messina (lavora nel settore sanitario e promuove programmi per il reinsediamento dei profughi) "Purtroppo le malattie legate all'approvvigionamento idrico e alle carenze alimentari sono una triste realtà presente in maniera endemica".
CIMITERI DI GUERRA
      E' mezzogiorno, il sole martella sulla testa: fortunatamente troviamo da ripararci sotto i ciuffi di una palma dum. Si tratta di una preziosissima pianta dal fusto alto e sottile, utilizzata dalla gente di qui per intessere stuoie, corde e panieri e costruire il letto e la casa. Dai suoi frutti, grossi come pere e duri come il marmo, si ricava una bevanda acidula simile alla birra. "Ma durante la guerra erano la sola cosa commestibile che ingoiavamo per settimane". A parlare è Adrian, la nostra guida, 27 anni di cui 10 passati a combattere tra le isolate montagne del Sahel (regione settentrionale del paese).
"Qualcuno dice che siano stati proprio questi frutti a far vincere i guerriglieri: forse contengono qualche strana sostanza che ci faceva andare avanti senza cadere nella disperazione", conclude con un leggero sorriso. Ancora una volta, i ricordi ossessionanti di quel periodo: sembra proprio che i fantasmi della guerra tornino comunque ed ovunque, anche per un paese che vuole ostinatamente pensare solo al futuro. Del resto tutt'intorno è ancora un cimitero di ferraglie abbandonate dopo le battaglie: carcasse di carri armati e di blindati etiopici, consegnati alla storia e alle intemperie come arrugginiti monumenti in ricordo della follia umana.
RITORNO ALLA VITA
     Eppure, anche se impegnativa e complessa, la strada della nuova Eritrea è già stata tracciata ed un primo, grandioso miracolo lo si può toccare con mano: è la graziosa città portuale di Massawa, completamente rasa al suolo nel 1991 dai bombardieri etiopici, oggi rinata sulle sue ceneri uguale a se stessa, di fronte all'incontaminato arcipelago delle isole Dahlak. Massawa rappresenta uno snodo centrale per l'economia del paese, importante per due delle risorse maggiori: la pesca e il turismo.
Ed oggi la "Perla del Mar Rosso", consapevole del ruolo fondamentale che giocherà per il rilancio di tutta la nazione, si pavoneggia nella torrida calura di ogni sua stagione. Tra la grande moschea, i bei palazzi di origine turca e gli splendidi portici della banchina, è tutto un vivacissimo calderone di musiche afro, profumi di spezie, fumi d'incenso. Sul molo, frotte di ragazzini improvvisano un'entusiasmante gara di tuffi, le bettole poco distanti sbuffano gli odori del pesce alla griglia, negli affollatissimi bar si sorseggiano dissetanti bicchieri di tè allo zenzero. E' l'aria di un paese in festa che sembra aver già cicatrizzato le ferite della guerra. Qui tutti hanno avuto i loro morti e le loro case distrutte, ma nessuno rinuncia a sorridere e a credere
nel futuro. Neppure Teklè, l'uomo del Lambrusco all'aeroporto, che rincontriamo volentieri in un fumoso locale sulla piazza principale: "Non abbiamo ancora trovato un'abitazione dove sistemarci, ma dormendo con le brande in strada ci godiamo pure la frescura della notte" e ci indica un ammasso di reti arrugginite in una via laterale. I bauli sono accatastati nella polvere: un po´ dei sogni che contenevano sono andati persi durante il tragitto dalla capitale. "Certo è più difficile di quel che pensassi" commenta Teklè "ma, dicono che diventeremo un'attrazione turistica e io sto già pensando di aprire con amici una piccola pensione". Tutto ciò che gli dà la forza di non mollare e la sicurezza nell'avvenire è una scritta colorata di un murale propagandistico che campeggia su una cinta lì vicino: "Non c'è problema troppo grande che non possa essere superato da un uomo in libertà".


ERITREA IN PILLOLE
GEOGRAFIA
L'Eritrea confina a nord con il Sudan, a ovest con l'Etiopia, a sud con Gibuti. Si estende su un territorio di circa 122.000 kmq (1/3 dell'Italia), con una linea costiera lungo il Mar Rosso di oltre mille chilometri.

POPOLAZIONE E LINGUA
Nel paese vivono nove popoli che parlano nove linguedifferenti. Tigrino e arabo sono le lingue ufficiali, ma si parla anche italiano (soprattutto gli anziani) e inglese (gli studenti).

RELIGIONE
I cristiani copti (60 %) sono presenti soprattutto sull'altopiano, mentre i musulmani (40 %) si concentrano tra le steppe e le savane del Bassopiano, fino al confine col Sudan. Esiste un piccola minoranza di animisti.

SALUTE E DOCUMENTI
Non occorrono vaccinazioni, ma è consigliata la profilassi antimalarica. Per entrare nel paese è necessario un visto rilasciato dall'Ambasciata di Roma o dal Consolato di Milano (occorrono 24-48 ore).

CUCINA
Ottima: moltissimi eritrei hanno lavorato nelle cucine dei coloni italiani, coniugando i sapori del Corno d'Africa con la fantasia dei piatti nostrani. Da provare il piccantisimo zighinì, lo scirò (pasta di ceci) e le sambusa (involtini di carne).

TURISMO E SICUREZZA
Naturalmente la ripresa del turismo dipenderà molto dagli sviluppi dei conflitti e delle tensioni che infiammano ciclicamente il Corno d´Africa. In ogni caso il viaggio deve essere organizzato preferibilmente in autunno o in primavera. Nelle grandi città come nei villaggi sperduti non esiste microcriminalità ovunque, semmai, si trova gente disponibile nel dare una mano o un'indicazione preziosa.
L'unica accortezza è di non abbandonare mai la massicciata delle strade perchè la campagne, in alcune zone, sono ancora disseminate di mine.

STORIA
Un tempo colonia italiana e quindi, nel 1941, passata sotto la dominazione britannica, l'Eritrea viene annessa dall'Etiopia nel 1952. Nel maggio del 1991, con la caduta di Menghistu (il Negus rosso, salito al potere nel '77 dopo una lotta interna ai militari fautori del golpe che aveva deposto l'imperatore Hailè Selassie nel '74), Asmara è liberata dopo oltre trent'anni di guerra. La vittoria del Fronte popolare di Liberazione eritreo (Fple) viene sancita definitivamente, il 27 aprile 1993, con l'annuncio dei risultati di un referendum popolare. Il 24 maggio dello stesso anno l'Eritrea è proclamata ufficialmente indipendente: nasceva così il cinquantatreesimo stato africano. Fondamentale per la sconfitta di Hailè Mariam Menghistu fu l'alleanza stretta tra i guerriglieri eritrei e i militanti del Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiopico (Eprdf), guidato dall'attuale presidente Melles Zenawi. Nel 1998 i rapporti tra Addis Abeba e Asmara si incrinano. Il 6 maggio un incidente di frontiera nei pressi di Badme rappresanta la scintilla che fa esplodere una nuova, assurda guerra.
 



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