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LA NUOVA LIBIA

Un Paese da esplorare

Dopo anni di isolamento internazionale, la Libia ha riaperto le sue porte verso l´Occidente. L´embargo aereo voluto dall´Onu per l´affare Lockerbie è terminato. Le sanzioni hanno imposto sacrifici, arrestato lo sviluppo, ma non hanno messo in ginocchio l´economia del Paese, né hanno sfiancato l´animo della gente. I libici hanno voglia di voltare pagina e Tripoli è lo specchio della vitalità e del dinamismo di un popolo in cerca di riscatto...

La nuova Libia di Gheddafi ha il volto fiero e sorridente dei ragazzi che attendono all'uscita dell'aeroporto di Tripoli. Sono decine, tra facchini, tassisti, aspiranti accompagnatori turistici.
Accolgono gli stranieri con parole di benvenuto, abbozzano saluti in italiano, chiedono notizie su Del Piero, Schumacher, le vallette dei nostri programmi TV. Sono felici di poter scambiare due chiacchiere con le comitive di visitatori in arrivo dall'Europa.
Dopo sette anni di isolamento internazionale, la Libia ha riaperto le sue porte verso l'Occidente.
TRIPOLI IN MOVIMENTO
     L'embargo aereo voluto dall'Onu per convincere le autorità di Tripoli a consegnare i due agenti segreti sospettati per l'attentato di Lockerbie (dicembre '88, 270 morti, in maggioranza statunitensi e britannici) è terminato. Le sanzioni hanno imposto sacrifici, arrestato lo sviluppo, ma non hanno messo in ginocchio l'economia del Paese, né hanno sfiancato l'animo della gente.
Il quartiere degli affari di Tripoli è un enorme cantiere punteggiato da gru e imprigionato da ragnatele di ponteggi in ferro. Alte muraglie di cemento vanno a nascondere, giorno dopo giorno, l'orizzonte del mare.
Ovunque vengono costruiti edifici moderni che ospiteranno banche, compagnie aeree, società petrolifere, uffici pubblici. Nelle hall degli alberghi i telefonini dei manager squillano in continuazione, sovrapponendosi al ticchettio delle tastiere dei PC portatili. Si lavora con frenesia, fin dalle prime ore del mattino.
"Dobbiamo recuperare il tempo perduto", spiega Farid, un amico di Bengasi che opera nell'import-export con l'Europa. "La fine dell'embargo ha aperto la strada verso nuovi mercati. Per noi è iniziata una nuova stagione degli affari.".
Le sanzioni hanno spinto le autorità libiche ad ammodernare l'economia: l'imprenditorialità privata, in passato vietata dalla legge, viene incoraggiata dal Governo. I programmi di liberalizzazione attirano nel Paese gli investitori stranieri: da qualche mese, centinaia di operatori di aziende occidentali e di potenti organizzazioni finanziarie fanno la spola con Tripoli.
CROCEVIA DELL'IMMIGRAZIONE
     Ma nella capitale libica giungono soprattutto migliaia di disperati, in fuga dalla miseria o dalla guerra. Lungo le strade della periferia, gruppi di immigrati provenienti dall'Africa nera stanno accovacciati sull'erba o nella polvere.
Davanti a loro, ai margini della carreggiata, sistemano gli attrezzi del mestiere con i quali si fanno riconoscere dai libici in cerca di manodopera: pennelli per gli imbianchini, martelli per fabbri e muratori, chiavi inglesi per meccanici, secchi e stracci per i garzoni che lavano le auto.
Secondo stime governative, su una popolazione totale di circa 5 milioni di persone, oggi in Libia gli stranieri sarebbero oltre 2 milioni. Un'enormità. Certo la tradizione beduina dell'accoglienza è ancora molto forte in questo paese e i libici fanno dell'ospitalità un punto di orgoglio della loro cultura. Ma il mosaico sociale è complesso e delicato, basta poco perché si rompa.
Lo scorso settembre, proprio in concomitanza dell'anniversario della Rivoluzione di Gheddafi, sono scoppiate in vari quartieri di Tripoli manifestazioni e violenze contro gli immigrati dell'Africa subsahariana, accusati dalla gente di importare nel Paese malcostume e criminalità. Per tre giorni la capitale è stata sconvolta da una feroce ondata xenofoba. "E' colpa dei negri se oggi tanti giovani si drogano e tante donne si prostituiscono", dice Mohamed, 23 anni, un diploma in informatica e un posto sicuro nell'azienda di papà. "Gli immigrati si approfittano della nostra generosità.
Vengono qui, ci chiedono aiuto e poi si mettono a rubare, spacciano, smerciano l'alcool e mandano le donne sui marciapiedi... Gheddafi li invita nel nostro Paese, li chiama "fratelli"... Al diavolo ! Che se li porti tutti a casa sua, questi non sono miei fratelli !".
IL SOGNO PANAFRICANO
     In effetti, da un po' di tempo a questa parte, il Rais guarda con attenzione e rinnovato interesse all'Africa nera. Tramontato il sogno di realizzare una grande nazione panaraba, congelato il progetto della Comunità dei Paesi Sahelo-Sahariani, Gheddafi è impegnato a sostenere con forza la sua ultima ambizione: la creazione degli Stati Uniti d'Africa, una confederazione di stati indipendenti, uniti da una comune politica estera e soprattutto economica, della quale naturalmente aspira a essere il leader indiscusso.
Al summit dei capi di stato africani organizzato in Libia nel febbraio scorso, il progetto ha mosso i suoi primi passi. Gheddafi ha incassato adesioni "pesanti" da Sud Africa, Egitto, Nigeria, Algeria. Tutti i leader politici hanno usato toni ottimistici e si sono detti determinati a portare avanti il suo piano. Si è trattato solo di discorsi retorici o di autentica realpolitik ? Ma soprattutto: i libici vogliono davvero allearsi con i poveri Paesi dell'Africa ?
SAGGI MUEZZIN
     "Il problema sono i giovani", dice Ibraim Abdullah, cinquant'anni, guardiano di un'antica moschea di Tripoli. "Le nuove generazioni guardano all'Europa, non all'Africa. Hanno voglia di cambiare la cose, inseguono le mode che arrivano dall'altra parte del Mediterraneo". Da oltre trent'anni, Ibraim custodisce le quattro enormi chiavi che aprono i portoni della moschea di al-Naqah e della vicina scuola coranica. Li apre e li chiude in continuazione, per via delle lezioni e delle cinque preghiere quotidiane. Il suo è un mestiere impegnativo e prestigioso, tramandato da generazioni in famiglia.
"Un tempo, quando il custode era mio nonno, il muezzin saliva sopra il minareto e gridava a squarciagola per richiamare i fedeli alla preghiera", racconta Ibraim. "Poi, negli anni in cui il custode era mio padre, il muezzin poteva contare su microfoni, amplificatori e altoparlanti". Oggi il muezzin non c'è più e l'"adahan", l'invito alla preghiera, è stato registrato su una cassetta. "Più comodo, più moderno", dice Ibraim.
GUERRA AL FONDAMENTALISMO
     In Libia oltre il 95 % della popolazione professa la fede musulmana sunnita. L'Islam, religione di Stato, pilastro sociale e giuridico della società, mostra un'anima mite, aperta, assolutamente tollerante. A partire dagli anni '70, i toni rigidi della sharia, la legge coranica, sono stati stemperati dalla dottrina professata da Gheddafi nel suo Libro Verde, il manuale che in 140 pagine illustra la Terza Teoria Universale, alternativa al capitalismo e al comunismo, da cui discendono i principi fondamentali della Jamahiriya libica.
Paradossalmente proprio il Rais, demonizzato per anni dalla Cia, dipinto con ossessione come un acerrimo nemico dell'Occidente, ha contribuito finora a contenere la deriva fondamentalista che devasta l'Algeria, dilaga in Egitto e che si sta infiltrando anche in Tunisia e Marocco. Contro gli islamisti, Gheddafi ha condotto una lotta cruenta e senza quartiere. Ha represso con durezza manifestazioni e focolai di rivolta. Ha rastrellato, imprigionato e fatto sparire centinaia di
attivisti islamici.
Negli anni '80 ha ridimensionato il potere degli ulema ("gli scienziati del Corano"), attorno ai quali si organizzavano le forze dell'Islam radicale. Nel '96 ha sferrato un attacco su larga scala contro gruppi armati di fondamentalisti, annidati nelle campagne della Cirenaica.
L'associazione Amnesty International, nel suo ultimo rapporto sui diritti umani in Libia, ha denunciato l'uso indiscriminato della tortura contro i dissidenti e la presenza nelle carceri di centinaia di detenuti politici, accusati di simpatizzare per il Partito islamico di liberazione e altri gruppi islamici dichiarati illegali.
Nonostante la repressione, il movimento islamista si sta però rafforzando. Vecchie e nuove sigle appartenenti a gruppi islamici clandestini stanno arruolando molti giovani nelle università. Nella regione di Bengasi,
considerata oramai il cuore dell'opposizione a Gheddafi, alcune moschee sono da tempo in agitazione. Proprio vicino a Bengasi nel '98, al-Qaid, in arabo "la Guida", è stato ferito in un attentato.
In precedenza era già scappato ad un'altra imboscata (se si è salvato, è solo grazie al coraggio e alla lealtà delle sue valorose guardie del corpo, le Guardiane della Rivoluzione). Secondo l'autorevole Journal of Middel East Policy, si starebbe delineando un'alleanza fra esercito e islamisti, in chiave anti-Gheddafi. Quel che è certo è che il clero musulmano e gli strati più conservatori della popolazione hanno mal digerito la politica riformista del regime, specie in materia di emancipazione della donna e di apertura ai valori della modernità.
JEANS E MUSICA POP
     In effetti, la vita nelle grandi città è influenzata da costumi e modelli culturali importati dall'Occidente. L'aspetto più evidente di questa trasformazione profonda della società è l'assembramento sui tetti delle case delle antenne paraboliche con le quali si ricevono i programmi delle TV satellitari. Anche qui i bambini hanno imparato a memoria i nomi dei Pokémon. Anche qui gli uomini si ritrovano per assistere alle partite di Champions League.
Alla sera i giovani fanno la fila davanti al cinema per vedere Nikita di Luc Bresson oppure Knights, un film d'azione con un'eroina sexy in bella evidenza nelle locandine pubblicitarie. Nei bar più frequentati si ascoltano gli ultimi hits di Britney Spears e delle Spice Girls. I ragazzi vestono jeans e abiti sportivi. Le ragazze camice colorate, gonne lunghe o foseaux. Ai piedi hanno quasi sempre scarpe lucide con tacchi alti. I capelli vengono coperti con foulard leggeri.
Poche donne indossano il lungo velo prescritto dalla moschea, più numerose sono le anziane che spariscono completamente sotto le furushiya, lenzuola bianche che lasciano intravedere solo un occhio.
LA MAGIA DELLA MEDINA
      Tripoli è una città intrigante, sospesa fra l'atmosfera irreale dei vecchi edifici coloniali, le visioni avveniristiche del Business Center e la magia seducente del quartiere arabo. E' proprio nel cuore della medina, rannicchiata tra le mura romane del II secolo, che si incontra l'anima profonda di questa sorprendente terra d'Africa. Bisogna passeggiare senza meta nell'intreccio dei vicoli affollati, ascoltare il vociare dei commercianti nei suk, catturare gli sguardi delle donne dietro ai veli, osservare i fabbri al lavoro nel buio
delle officine, respirare a pieni polmoni l'aria salmastra che arriva dal mare e che qui si carica di odori forti e profumi di spezie Nella famosa Piazza Verde instancabili fotografi preparano curiose scenografie con motociclette in cartone e pupazzi giganti, e attendono i clienti sotto lo sguardo imperscrutabile di Gheddafi, onnipresente nei murales propagandistici.
Sui marciapiedi, ai tavoli dei locali, la gente sorseggia bicchieri di tè alla menta, legge il giornale, si gusta panini imbottiti di kebab. Gli uomini fumano tabacco dal sapore dolciastro con enormi narghilè. Le donne, in cerca di quiete, si dirigono verso l'hammam di Dorghut, il bagno turco, dove per un paio di dinari ci si rigenera in una grande sala piastrellata, tra nuvole di vapore.
E' bello perdersi nel groviglio inestricabile di viuzze, porticati e piccole piazze. Le strade sono crocevia confusi di razze che si incontrano e si mischiano, come in un mosaico impazzito.
Nessuno infastidisce gli stranieri di passaggio, non ci sono grappoli di venditori che cercano di rifilare paccottiglia ai turisti.
I bambini non chiedono l'elemosina o un cadeaux. I commercianti sono cordiali, garbati, non trascinano i clienti in estenuanti contrattazioni sul prezzo della merce, come invece avviene nei mercati di Marrakech, Tunisi o Sharm el-Sheikh.
"L'apertura delle frontiere non ha stravolto la genuinità dei rapporti tra le persone", spiega Elena Dacome, 30 anni, italiana, accompagnatrice turistica. "I libici sono discreti e ospitali, amano relazionarsi con gli stranieri, ma sono anche custodi gelosi dei loro costumi e delle loro tradizioni".
LA RIVOLUZIONE DEL PETROLIO
     La società ha già subìto una profonda trasformazione alla fine degli '50, quando sotto la sabbia del deserto sono stati scoperti enormi giacimenti di petrolio. All'epoca la Libia era un paese povero e arretrato. L'oro nero provocò un autentico terremoto sociale.
Le gente abbandonò le campagne e si riversò nelle grandi città, attratta dal boom economico. Statisticamente il reddito procapite dei libici schizzò alle stelle. In realtà i petroldollari finirono nelle tasche dei burocrati corrotti di re Idris, all'epoca monarca della Libia, e soprattutto nei conti bancari delle grandi compagnie straniere.
Ma il saccheggio delle ricchezze libiche non durò a lungo: nel 1969, con il colpo di stato incruento che spodestò la monarchia, Gheddafi riprese in mano le leve dell'economia e ridimensionò il business delle società straniere. Alcune vennero interamente nazionalizzate, altre associate sulla base di joint ventures, sempre però a prevalente capitale libico.
Oggi il petrolio rappresenta la linfa vitale della Libia e assicura quasi il 95 per cento delle entrate statali. Oltre 60 milioni di tonnellate di greggio vengono esportati ogni anno in Europa e Stati Uniti, le riserve accertate ammontano a 30 miliardi di barili, cioè il 2,3 per cento del totale mondiale; con questi ritmi di pompaggio, il petrolio dovrebbe durare ancora mezzo secolo.
IL GRANDE FIUME ARTIFICIALE
      Sotto la sabbia del deserto è nascosto un altro tesoro che potrebbe garantire il futuro progresso economico della Libia. Nella zona del massiccio montuoso del jebel al-Hasawinah e più a oriente, nella regione di As Sarir, è imprigionata nel sottosuolo un'autentica miniera di acqua dolce in grado di dissetare le città e le campagne della costa. La Libia è oggi costretta a importare un terzo del proprio fabbisogno alimentare. L'agricoltura occupa il 3,5 per cento della popolazione attiva, i terreni coltivati coprono appena due milioni di ettari, cioè poco più dell'1,3 per cento della superficie nazionale. Secondo i tecnici, potrebbero essere utilizzati almeno altri dieci milioni di ettari, sia per l'agricoltura che per l'allevamento.
Per questo motivo Gheddafi ha ordinato la costruzione del Grande Fiume Artificiale, il più lungo acquedotto del mondo (oltre 4 mila chilometri di enormi tubature), progettato alla fine degli anni '80 per trasportare 6 milioni di metri cubi d'acqua al giorno dal cuore del Sahara fino al Mediterraneo.
Un progetto dai costi faraonici (circa 30 miliardi di dollari), che sarà terminato entro il 2007, la cui realizzazione sta assorbendo da anni un terzo del prodotto interno lordo della Libia. Soldi spesi bene ? I geologi avvertono che le riserve di acqua fossile nel Sahara prima o poi si esauriranno. Tra cinquanta, forse cento anni. Ma quando i rubinetti saranno vuoti, Gheddafi non ci sarà più. Nel frattempo le autorità libiche corrono al riparo, tentando di diversificare le voci del bilancio.
TURISMO OMEOPATICO
     Il turismo, ad esempio - che già porta nelle casse dello Stato oltre 6 milioni di dollari - è destinato a crescere nei prossimi anni. Con il calo del valore del dinaro libico, i viaggiatori stranieri carichi di valuta pregiata sono diventati preziosi (oggi i turisti occidentali in Libia sono circa 50 mila l'anno). Il Governo continua a investire denaro per aprire nuovi alberghi e migliorare la qualità della ricettività nelle strutture esistenti. Ma non vuole l'invasione dei grandi tour-operator e punta su un turismo selezionato, responsabile, sostenibile.
Terra impregnata di storia, cultura e fascino, la Libia è una meta che può offrire innumerevoli opportunità e attrattive. A cominciare dalla costa, dove migliaia di chilometri di spiagge inviolate sono bagnate dall'acqua cristallina del Mediterraneo. In Tripolitania e Cirenaica, regioni verdeggianti e coltivate, sono conservate rovine di città e porti antichi, un tempo ricchi e famosi: l'imponente teatro di Leptis Magna, i resti delle splendide basiliche di Apollonia, le colonne di pietra levigata di Cirene. E Sabrata, con i suoi mosaici, i bassorilievi in marmo, la suggestione della sua posizione, a due passi dal mare. Ma la Libia non è solo archeologia e culture antiche. Sull'altopiano del jebel Nafusah si possono ammirare le case troglodite costruite dai berberi nel sottosuolo e nella roccia.
IL MARE DI SABBIA
     Ghadames, al confine con l'Algeria e la Tunisia, è una delle città sahariane più belle e suggestive: protetta dall'Unesco come Patrimonio dell'Umanità, stupisce e incanta per l'originalità della sua architettura sudanese, fatta di case in terra aggrovigliate attorno ad una rete di vicoli ombreggiati.
Più a sud, oltre le aride distese dell'hamada al-Hamra, si alzano le imponenti dune del Fezzan, il deserto libico, ricco di leggende e di suggestione.
Spingersi nel cuore di questa terra enigmatica significa regalarsi un sogno e abbandonarsi ad una commistione di emozioni uniche. Come quelle che si provano ad aprire uno scrigno antico pieno di bellezze miracolose.
Il viaggio comincia a Sebha, la capitale del Fezzan, una cittadina particolarmente cara a Gheddafi: qui nel '77 il Rais annunciò al mondo "l'aurora dell'era delle masse", fondando la Jamahiriya araba popolare socialista. Qui, da giovane, completò i suoi studi (oggi la sua scuola è stata ribattezzata "Fonte di Luce").
Da Sebha partono i fuoristrada diretti verso la mitica oasi di Ghat, al confine con l'Algeria. Corrono veloci lungo l'interminabile "wadi al-Hayah", il "fiume della vita", nei secoli percorso dai pellegrini musulmani diretti alla Mecca e dalle carovane dei mercanti cariche di sale, avorio e schiavi.
LA STORIA SULLA ROCCIA
     Ghat, l'ultimo avamposto prima del grande vuoto sahariano, compare dietro l'Idinen, la montagna del diavolo, temuta dai tuareg per via degli spiriti maligni che la abitano. Il villaggio è aggrappato alle pendici di una collinetta rocciosa, dominata da un vecchio forte turco, dalla quale si può godere un panorama superbo che spazia oltre i palmeti dell'oasi. Nel piazzale all'interno della medina i tuareg vendono raffinati oggetti di artigianato sahariano ma anche i tipici "cheche", lunghi veli colorati che i nomadi avvolgono sul capo per proteggersi dal sole e dalla polvere.
Ghat è la porta d'accesso del massiccio dell'Akakus, un impressionante labirinto di canyons e rocce dalle forme bizzarre, famoso per i tesori d'arte rupestre scoperti negli anni '50 dall'archeologo Fabrizio Mori. Sulle sue pareti di arenaria, popoli antichi e misteriosi hanno infatti lasciato innumerevoli graffiti, incisioni, affreschi, testimonianze straordinarie di un Sahara ancora verde, popolato da giraffe, elefanti, ippopotami, branchi di animali selvaggi. Altri importanti siti rupestri si trovano sulla falesia del Messak Settafet (il Massiccio Nero) e lungo il corso dell'uadi Mathendus, autentico santuario della preistoria che conserva, incise sulle sue rive, rappresentazioni di caccia e vita quotidiana risalenti a migliaia di anni fa.
SUGGESTIONI SAHARIANE
     Dopo questo affascinante tuffo nel passato, il viaggio prosegue tra le dune dei deserti di Murzug e di Ubari, dove i fuoristrada percorrono sinuosi corridoi modellati dal vento, scalano imponenti montagne di sabbia, si lanciano a tutta velocità lungo pendii da brivido. E' come trovarsi sopra un'interminabile giostra acrobatica: non rimane che tenersi forte, trattenere il respiro e lasciarsi rapire dal paesaggio circostante.
Sempre pronti a scendere e spingere nel caso la macchina finisca per incagliarsi nella sabbia: anche questo, in fondo, fa parte dell'avventura libica.
L'attraversamento dell'erg, il mare di dune, regala un finale prodigioso e inaspettato.
Come nel più classico dei miraggi, improvvisamente, tra le sabbie compaiono incredibili specchi d'acqua: sono i laghi di Gabron, Mafu, Umm el Ma, anelli turchesi circondati da papiri, canne e palme da dattero. E' un'esperienza irripetibile immergersi nelle loro acque, calde e salatissime. Un'emozione da raccontare alla sera, quando insieme alle guide tuareg ci si stringe attorno al fuoco per sorseggiare l'ennesimo bicchiere di tè nel deserto.
Al tramonto, dopo aver montato le tende del bivacco, c'è ancora il tempo per salire sulla cima di una grande duna. Lo sguardo e i pensieri vagano nello spazio sconfinato. Si rimane in silenzio, ad ascoltare il vento che gioca con la sabbia. Incapaci di dire qualcosa, per paura di spezzare l'incantesimo.


IL TEMPO DEGLI AFFARI
i rapporti tra Roma e Tripoli
In Libia è iniziata una nuova stagione degli affari. Con l'alleggerimento delle sanzioni Onu (eccezion fatta per Stati Uniti e Gran Bretagna), si aprono per il Paese grandi prospettive di sviluppo economico. L'imprenditorialità privata, in passato vietata dalla legge, non solo oggi è permessa, ma viene incoraggiata dal governo. L'embargo ha spinto le autorità ad ammodernare l'economia. "Un tempo, non troppo lontano, il carrozzone dell'amministrazione e della burocrazia assorbiva l'intera forza lavoro", commenta Farid. Erano anni d'oro per la Libia: i proventi del petrolio assicuravano benessere e sicurezza, i giovani venivano spediti a studiare nelle migliori università europee, lo Stato distribuiva gratuitamente le case, l'acqua e l'elettricità. Poi, a partire dalla fine degli anni Ottanta, con la caduta dei prezzi del greggio, la crisi economica ha cominciato a farsi sentire, fino ad esplodere per via delle sanzioni decretate dall'Onu nel 1992. "L'inflazione ha preso a galoppare e il dinaro, la moneta libica, ha perso buona parte del suo potere d'acquisto", confessa Farid. L'embargo - hanno calcolato gli analisti - è costato alla Libia oltre 25 miliardi di dollari. "Per affrontare la crisi, il Governo è stato costretto a varare provvedimenti d'urgenza, destinati soprattutto a incentivare e sostenere l'iniziativa privata".
I programmi di liberalizzazione dell'economia e la riapertura delle frontiere hanno attirato nel Paese anche gli investitori stranieri. Da qualche mese, decine di operatori di aziende europee e di potenti organizzazioni finanziarie fanno la spola con Tripoli. Ci sono importanti commesse da aggiudicarsi e l'Italia, primo partner commerciale della Libia, è in pole-position nelle gare degli appalti. Il capofila dei progetti ad andare in porto sarà il gasdotto che collegherà Ghadames alla Sicilia. Seguiranno i lavori di ristrutturazione della rete stradale e il rinnovo dell'ospedale ortopedico di Bengasi, dove vengono curati e riabilitati i mutilati delle mine.
 


ITALIA-LIBIA
Una storia travagliata
I rapporti tra Italia e Libia in passato sono stati complessi e contraddittori. Stagioni di dialogo, amicizia e forte collaborazione si sono alternati a momenti di scontro, impasse diplomatiche, crisi profonde.
L'Italia ha più di un motivo per sentirsi in debito con la Libia, in particolare per le efferatezze compiute durante l'occupazione coloniale. Tutto cominciò nel 1911, quando il governo liberale di Giovanni Giolitti, contagiato da deliri nazionalisti, inviò in Libia 100 mila soldati. L'invasione fu impietosa, la repressione militare crudele: migliaia di partigiani arabi e turchi furono deportati, fucilati, impiccati. Ma la vittoria non arrivò in tempi rapidi: lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e la resistenza dei partigiani libici, organizzati attorno alla confraternita musulmana della Senussia, costrinsero gli italiani ad arretrare dalle posizioni dell'interno per attestarsi sulla costa. I propositi di conquista dovevano essere rimandati. Per non molto tempo, però: negli anni Venti i vertici militari e i circoli fascisti tornarono alla carica. Secondo la retorica nazionalista, colonizzando la Libia, l'Italia non faceva che riappropriarsi della sua "quarta sponda", già appartenuta ai Romani. Per Mussolini era una questione d'orgoglio e di prestigio conquistare una "terra promessa", fertile e rigogliosa, da offrire ai contadini italiani.
La Libia Felix, così come veniva dipinta dalla propaganda del regime, avrebbe distribuito ricchezza e prosperità a due milioni di coloni volenterosi. Bisognava però sottomettere gli arabi. L'occupazione, guidata dal generale Rodolfo Graziani, fu spietata e sanguinosa: in Cirenaica un terzo della popolazione venne annientata, fu un autentico genocidio. Racconta lo storico Angelo Del Boca: "Per stroncare la resistenza libica furono impiegati i mezzi più micidiali dell'epoca, come l'aviazione d'assalto, e si ricorse anche ad armi proibite, come bombe chimiche all'iprite, e a deportazioni di massa in lager letali". Del Boca, studioso rigoroso e tenace, ha avuto il merito di far luce sull'opaca e tempestosa pagina della nostra avventura coloniale, demolendone la visione mitica e romantica ("Tripoli, bel suol d'amore", si cantava in Italia all'inizio del secolo), e rilevando brutalità tenute nascoste per anni negli archivi militari.
Nei due documentati volumi "Gli italiani in Libia, dal fascismo a Gheddafi", Del Boca spiega come le autorità coloniali confiscarono centinaia di case e quasi 70 mila ettari della miglior terra per affamare i ribelli, e ammassarono migliaia di civili in veri e propri campi di concentramento. "Quando nel gennaio del 1932, il governatore generale della Libia, maresciallo Pietro Badoglio, annunciò trionfante che "la ribellione era stata definitivamente stroncata"" - scrive Del Boca - "almeno 100 mila libici, fra combattenti e civili, avevano perso la vita nella tenace ma vana difesa del loro Paese. A questi morti vanno aggiunti quelli causati dalle mine, sepolte a milioni nella sabbia del deserto dagli eserciti italiani, tedeschi e inglesi nel corso della Seconda guerra mondiale".
La Libia non ha dimenticato questa tragica pagina della sua storia. Gheddafi, quando salì al potere nel '69, chiese a Roma, invano, il risarcimento per i danni dell'occupazione e una condanna formale del passato colonialista. Inoltre espulse l'intera comunità italiana, oltre 20 mila persone, incamerandone i beni. "Fu un fatto doloroso, ma inevitabile", spiega ancora Del Boca. "Gheddafi aveva già chiuso le basi militari americane e inglesi, restituendo la sovranità al Paese. Doveva rompere definitivamente con i retaggi del colonialismo".
In anni più recenti, i rapporti tra Tripoli e Roma sono stati altalenanti, controversi, spesso avvolti dal mistero: appena salito al potere, Gheddafi ha ospitato nei suoi campi paramilitari le guerriglie di mezzo mondo e ha fornito sostegno a pericolosi terroristi; nel 1976 la Libia è entrata nel consiglio di amministrazione della Fiat; nell'80 un Mig libico è stato coinvolto (suo malgrado ?) nello scenario che ha portato all'esplosione del DC9 nel cielo di Ustica; nell'86 dopo il bombardamento americano su Tripoli, la Libia ha lanciato due missili Scud verso Lampedusa (il nostro governo aveva concesso la base di Sigonella all'aviazione USA per il raid); nell'88 la potente azienda petrolifera Tamoil, controllata da capitali libici, è sbarcata in Italia; nel '99 i giornali hanno parlato di un pronto intervento dei migliori cardiologi italiani per un'emergenza del Colonnello Gheddafi.
Oggi le relazioni tra i due Paesi sono buone: un terzo delle importazioni petrolifere italiane arrivano dalla Libia, Roma è più che mai interessata a riequilibrare le relazioni bilaterali (la fornitura del greggio libico si traduce in un disavanzo della bilancia commerciale di 5 mila miliardi), decine di piccoli e grandi imprenditori operano già nel Paese maghrebino.
I rapporti diplomatici sono stati riallacciati nel luglio del '98, quando da parte italiana è arrivata - con colpevole ritardo - una condanna esplicita agli orrori del colonialismo. Massimo D'Alema è stato il primo Presidente del Consiglio europeo a volare a Tripoli (dicembre '99) dopo la fine dell'embargo, siglando lo sdoganamento politico della Libia e il suo pieno inserimento nello scacchiere diplomatico internazionale. Nella sua visita ufficiale, D'Alema ha reso omaggio ai martiri della resistenza libica, un gesto che è stato molto apprezzato dalla gente e che ha avuto grande eco sulla stampa.
Il capo dei partigiani libici, Omar al-Mukthar, fatto impiccare dai fascisti il 16 settembre del 1931, oggi presta il proprio nome alla via principale di Tripoli. Al-Mukhtar viene considerato dalla gente un eroe nazionale, una sorta di padre spirituale della patria. In suo onore sono stati costruiti monumenti, piazze, mausolei. Qualche anno fa Gheddafi ordinò la realizzazione di un film storico incentrato sulla sua valorosa lotta anti-coloniale. Furono investiti parecchi soldi nella pellicola, il regista Mustafà Akkad chiamò sul set delle riprese Anthony Quinn e Oliver Reed. Non ne uscì un capolavoro ma - a sentire chi lo ha visto - un film avvincente e soprattutto fedele alla storia. "Il leone del deserto", questo il titolo del lungometraggio, è stato distribuito in mezzo mondo e trasmesso centinaia di volte dalla TV libica. In Italia è stato ufficialmente vietato perché "lesivo dell'onore dell'esercito".
 


LA LIBIA IN NUMERI
Superficie. 1.759.540 km (è il quarto stato africano per estensione, oltre il 92 % della superficie è coperto da deserto o zone aride).
Popolazione 5 milioni circa (il 37 % è compreso ha meno di 14 anni). Densità di popolazione: 2,7 abitanti per chilometro quadrato (l'86 % della popolazione vive in città, un quarto vive a Tripoli). Lingue arabo (ufficiale), italiano, inglese. Religione: musulmana sunnita 97 %
Economia. Prodotto Interno Lordo, pro capite: 6.700 dollari. Industrie: petrolifera, alimentare, tessile. Principali prodotti agricoli: datteri, olive, agrumi, orzo, grano (superficie coltivabile:1 % del totale). Spese per la difesa: 4,7 % del Pil (65 mila uomini impiegati nelle Forze armate).
Comunicazione: 1 televisore ogni 10 abitanti, 1 radio ogni 5,2 abitanti, 1 telefono ogni 17 abitanti, 15 giornali ogni mille abitanti.
Sanità. Vita media alla nascita: 73,8 per gli uomini, 77,7 per le donne. Mortalità infantile: 28 su mille nati vivi.
Istruzione. alfabetizzazione: 76 %. Scuola: obbligatoria dai 6 ai 15 anni.

PER CHI VUOLE PARTIRE...
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L'AFFARE LOCKERBIE
Ecco la cronologia della vicenda che per oltre un decennio ha opposto la Libia alla comunità internazionale in seguito all'attentato di Lockerbie.
21 dicembre 1988: il volo 103 della Pan Am esplode in volo su Lockerbie, in Scozia: 270 persone, in maggioranza statunitensi e britannici, perdono la vita.
14 novembre 1991: le autorità americane e scozzesi accusano due agenti segreti libici dell'azione terroristica.
21 gennaio 1992: Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu esige da Tripoli la consegna dei libici sospettati di essere i responsabili dell'attentato.
18 febbraio 1992: la magistratura libica respinge le richieste di estradizione.
15 aprile 1992: entrano in vigore le sanzioni imposte a Tripoli dal Consiglio di sicurezza dell'Onu: divieto ai voli da e per la Libia, blocco delle forniture di armi al governo di Moammar Gheddafi, diversi Paesi espellono i diplomatici libici.
18 marzo 1993: Tripoli propone di consegnare i due sospettati affinché vengano giudicati in un paese neutrale, ma i governi di Londra e Washington insistono sul fatto che il processo debba essere celebrato in Scozia o negli Stati Uniti.
11 novembre 1993: L'Onu inasprisce le sanzioni: vengono congelati i depositi libici nelle banche straniere.
5 agosto 1996: l'amministrazione Clinton impone sanzioni alle società che investono in Libia; l'Unione europea critica la decisione.
11 giugno 1997: Gheddafi si dice disposto a far processare i sospettati in qualsiasi Paese, ad eccezione di Stati Uniti e Gran Bretagna.
3 gennaio 1999: il presidente sudafricano Nelson Mandela accetta di mediare fra Usa, Regno Unito e Libia.
13 febbraio 1999: viene raggiunto un accordo preliminare per tenere il processo in Olanda.
5 aprile 1999: i due sospettati vengono consegnati all'emissario dell'Onu Hans Corell. Le sanzioni vengono sospese.
31 gennaio 2001: il tribunale emette la condanna all'ergastolo per Abdel Basset al-Megrahi, uno degli imputati dell'attentato di Lockerbie. L'altro agente libico viene prosciolto. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non tolgono le sanzioni contro Tripoli perché esigono dalla Libia un rimborso per le famiglie delle vittime.
giugno 2004: Gheddafi accetta di risarcire i famigliari delle vittime dell'attentato.
 


ITALIANI BRAVA GENTE ?
Le infamie delle occupazioni coloniali sono state quasi sempre rimosse in Italia. Vi segnaliamo qualche testo per non dimenticare:
- Gli italiani in Libia di Angelo Del Boca (Oscar Mondadori, Milano 1997): un'approfondita ricostruzione in due volumi dei rapporti fra Libia e Italia dall'epoca della conquista fascista fino al 1987.
- Gheddafi, una sfida dal deserto di Angelo Del Boca (Laterza, Bari 1998), una biografia che consente di ripercorrere i mille avventurosi episodi della vite del leader libico e di cogliere le motivazioni profonde delle intricate lotte politiche e dello scontro sanguinoso tra nazionalità e fedi tante volte rinnovatosi nel Mediterraneo di questi ultimi decenni.
- La Libia contemporanea di Juliette Bessis (Rubbettino Editore, 1992): economia petrolifera, commercio nord-sud, relazioni internazionali, crisi del mondo arabo-musulmano, questioni africane coinvolgono la Libia, dibattuta fra il permanere della status quo e la ripresa del cammino verso un avvenire maghrebino comune.
- Genocidio in Libia di Eric Salerno (SugarCo Edizioni, Milano 1979): le atrocità nascoste dell'avventura coloniale dal 1911 al 1931.
 






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