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CUORE DI SABBIA

Viaggio tra le oasi del Sahara algerino

In cammino tra le morbide dune dell'Erg, alla scoperta delle oasi piu' sperdute del deserto Algerino.
dove il vento sahariano spazza i minareti delle moschee e dove il tempo e' scandito dalle grida dei muezzin.


Timimoun, Sahara algerino
Il ragazzo della reception, alla mia vista, per poco non cade dalla sedia.

In un attimo richiude il giornale, abbassa il volume dello stereo e si riaggiusta la camicia fuori posto. Poi, con lo sguardo sconcertato, si avvicina porgendomi la mano. "Bienvenu monsieur, vi trovate nell´hotel più confortevole di tutto il Sahara, il posto ideale per chi cerca relax, ospitalità e cortesia": lo dice tutto d´un fiato, come a ripetere una frase rituale imparata a memoria. Dopo aver controllato i miei documenti, mi fa firmare il registro dei clienti stranieri, un vecchio libro ingiallito e pieno di polvere. Il tizio che mi precede nella lista è un turista canadese passato da queste parti nel giugno del 1997. Tre anni fa. "Gli affari un tempo andavano bene, le stanze erano piene di europei... Poi sono cominciati i massacri dei terroristi e la gente si è spaventata", commenta imbarazzato il ragazzo. "Ora le cose vanno meglio... Il prossimo mese dovrebbe arrivare un gruppo di francesi.
Vogliono salire sulle dune in groppa ai cammelli. Cercheremo di accoglierli nel migliore dei modi ma abbiamo bisogno di valuta straniera per far fronte alla manutenzione dei locali". La cucina dell´hotel non funziona e la piccola piscina in giardino è vuota. In camera c´è un caldo soffocante, sul soffitto la grande ventola rimane implacabilmente ferma, rotta da chissà quanto tempo. Il bagno comune è assaltato dagli scarafaggi, dal rubinetto esce solo un filo di acqua rossa. Un foglio scritto a mano ricorda che la carta igienica può essere acquistata al negozio accanto. In alternativa c´è un pigna di riviste straniere di qualche anno fa. Meglio scaricare i bagagli e fare un giro per l´oasi.
FIGURINE AL MERCATO
     Fuori lo shimun, il vento del deserto, inonda di sabbia le strade. Le donne sono tutte a lavare i panni in una vasca pubblica e si riparano avvolgendosi in lunghi veli colorati. Poco più in là, i bambini escono dalla scuola coranica ripetendo a voce alta i versetti sacri imparati a memoria. Nella piazza c´è ancora il mercato. Sulle bancarelle si può trovare qualunque cosa, anche la più stravagante: tappeti, medicinali, amuleti portafortuna accanto a vecchie scarpe, pezzi di motore, macchine per cucire.
Un commerciante mi prende di mira e cerca di rifilarmi gabbie per uccelli, pantofole, rose del deserto e orologi di dubbia provenienza. Quando capisce che sono italiano, mi mostra il suo pezzo forte: una vecchia figurina Panini di Paolo Rossi, Pablito, risalente al Mondiale spagnolo del 1982. Non vuole dirmi come l´ha avuta, mi ripete solo che si tratta di una rarità. Me la infila nella tasca della camicia insieme ad un pezzo di carta scarabocchiato: "n. 42, Nike bianche" c´è scritto accanto al suo indirizzo. Al ritorno in Italia dovrò provvedere a inviargli un paio di scarpe.
TUTTA COLPA DEI TURISTI
     Nella parte più ombreggiata del suk si addossano i banchetti coi prodotti alimentari. Qui i colori e gli odori sono fortissimi. Si vendono le olive, il sale, le erbe aromatiche, la verdura, la carne di cammello, ma soprattutto montagne di datteri. Hanno la polpa gustosa e sono così trasparenti da lasciar intravedere il nocciolo. Li chiamano deglet nur, i "datteri della luce" e sono fra le qualità più buone di tutto il Maghreb. Una ricetta che la gente dell´oasi custodisce gelosamente fa del deglet nur l´ingrediente principale di un dolce straordinario che viene offerto solo agli ospiti di riguardo.
Al di là del mercato comincia lo ksar, la parte vecchia dell´oasi, un mosaico di edifici squadrati, identici tra loro, rossi come la terra delle strade che si incendia al tramonto. In un vecchio atelier faccio conoscenza di Maruf, un artigiano che lavora l´argilla con utensili primitivi: "E´ un´arte antica che rischia di scomparire", mi spiega. "Oggi i giovani pensano a tutt´altro... Colpa dei turisti e del loro modo di fare: vengono nel Sahara in cerca di avventura e di emozioni forti, sfrecciano veloci con i loro fuoristrada, scattano montagne di rullini fotografici, riempiono boccette di sabbia per farne dei souvenir... Ma non si interessano della nostra cultura e tornano a casa senza aver capito i veri segreti del deserto". Maruf vive solo: i figli e i nipoti hanno preferito lasciare l´oasi per trasferirsi nelle regioni del nord o all´estero. "I ragazzi algerini sognano di diventare come voi occidentali, di vestirsi come voi, disprezzano le loro tradizioni", commenta lui, con un tono del rimprovero. "Fanno i salti mortali per partire e cercare fortuna in Europa. Chi ce la fa volta le spalle al passato e non torna più a casa... Proprio ora che il Paese avrebbe bisogno dei suoi figli migliori per uscire dalla crisi".
UNA LUNGA SCIA DI SANGUE
     L´Algeria, in effetti, sta attraversando un momento particolarmente difficile e delicato.
La guerra che oppone lo Stato all´islamismo armato ha prodotto in otto anni centomila morti, un milione di feriti e l´isolamento internazionale del Paese. L´economia è soffocata dal debito estero e rimane vincolata all´esportazione degli idrocarburi, la produzione agricola è ridotta ai minimi termini, il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 30 per cento.
Il presidente Bouteflika, 62 anni, uno dei quadri storici dell´Indipendenza algerina, tornato alla politica attiva nell´aprile del 1999, si è ritrovato tra le mani un Paese insanguinato, impoverito, corrotto. Il suo piano di pace, approvato con un plebiscito al referendum per la concordia civile del settembre scorso, ha frenato la spirale della violenza, ma non è ancora riuscito a chiudere il tragico capitolo del terrorismo: dall´inizio dell´anno sono oltre 300 le vittime dei massacri compiuti dagli irriducibili militanti dei Gruppi islamici armati.
Sulla scena diplomatica Bouteflika è impegnato a fornire l´immagine di un Paese nuovo, stabile, che dia fiducia agli investitori stranieri. Ha avviato un programma di liberalizzazione e di risanamento finanziario. Il sensibile aumento del prezzo del petrolio gli ha dato una mano. Ma oggi l´Algeria ha bisogno di almeno 30 miliardi di dollari per ammodernare la propria economia. E´ ovvio che questo fiume di denaro affluirà solo se sul piano interno si manterranno e si consolideranno la stabilità e la sicurezza.
LA VITA NELLE OASI
     Nel sud del Paese, tra le oasi sahariane, la situazione appare tranquilla. Qui le giornate scorrono lente, adagiate su ritmi millenari. Fin dalle prime ore del mattino la gente va a lavorare negli orti creati all´ombra delle palme, dove ogni metro di terra viene strappato con fatica al deserto.
Un vecchio contadino, di nome Mamadu, mi svela le tecniche utilizzate per preservare le colture: i muri di recinzione fermano l´avanzata delle dune mentre le piante vengono selezionate e curate con antica sapienza. L´oasi viene alimentata dalle "foggara", veri e propri tunnel sotterranei lunghi decine di chilometri, scavati dall´uomo per attingere dalla falda freatica l´acqua indispensabile alla vita.
     "Raccogliere frutta e verdura nel deserto ha del miracoloso", spiega Mamadu.
"Infatti, questi giardini rigogliosi vengono chiamati jenna, che in lingua araba vuol dire paradiso". Per farmi assaggiare i prodotti del suo orto, Mamadu mi invita a cena nella piccola casa dove vive con la numerosa famiglia. In mio onore preparano una zuppa piccante e spezziata, un ricco piatto di cous cous, il pane cotto nella sabbia. Mangiamo da piatti comuni, seduti in cerchio sopra un mosaico di tappeti sdruciti: le donne da una parte della stanza, gli uomini dall´altra. Ad un certo punto della serata tra i due gruppi scoppia un´animata discussione: c´è da decidere come spendere i soldi del raccolto dei datteri. Le donne della casa vogliono acquistare il frigorifero, gli uomini la televisione. Mamadu vorrebbe che solidarizzassi con gli uomini, ma io preferisco stare ad osservare. Alla fine vincono le donne.
LE DUE ANIME DELL'ISLAM
     Prima dell´alba parto con un bus diretto all´oasi di Ghardaya. Accanto a me un ragazzo sta leggendo il giornale El Watan. Il titolo di apertura è dedicato alla legge sulla concordia civile, quella che ha concesso l´amnistia agli islamisti. "Le ferite dei massacri non si possono cicatrizzare con una legge", commenta il ragazzo.
Si chiama Ladji, ha 28 anni e un posto sicuro nella gendarmeria municipale. "Ho perso un fratello e i miei amici più cari durante un raid terroristico... Oggi i politici parlano di perdono e di grazia verso i criminali, ma se io potessi li manderei tutti a morte". Ladji è un musulmano praticante e assolutamente rigoroso.
Anche quando viaggia nel deserto non rinuncia alle preghiere prescritte dalla sua religione: osserva il sole per individuare la direzione della Mecca, srotola un piccolo tappeto, sgrana il rosario e comincia le abluzioni. "Ciò che più mi fa rabbia è che i terroristi dicono di uccidere in nome di Allah", mi dice. "Così in Occidente l´Islam viene dipinto come una religione ostica, chiusa, squassata dal fondamentalismo. Ma il Corano insegna la tolleranza e la fratellanza. E la maggior parte degli algerini vuole solo la pace".




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