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SAHARAWI

Un popolo senza patria

La storia di una guerra dimenticata e il fascino di una società poverissima ma nobile. Ne parliamo attraverso le vicende personali raccolte nei campi profughi del popolo saharawi. Storie di uomini, donne e bambini abbandonati in un deserto infernale.

Il deserto algerino nei dintorni dell'oasi di Tindouf è un mare irrequieto e monotono di pietre,
sabbia e arbusti rinsecchiti.
Non un filo di vento, neppure una leggera brezza che lenisca il caldo insopportabile di tutti i giorni.
La terra è arroventata dal sole e in alcune zone finisce col spaccarsi in mosaici asimmetrici. Un posto impossibile, il deserto di Tindouf. Ai tempi della colonia era stato prescelto come luogo di punizione per i riottosi della Legione Straniera.
Oggi è abitato dai saharawi, un popolo di profughi costretto da vent'anni a vivere in una delle regioni più dure della terra.
La tragedia del popolo saharawi viene ignorata dall'opinione pubblica ma, per ampiezza e crudeltà, può essere paragonata a quella vissuta dai kurdi e dai tibetani, tanto per citare due esempi.
UNA STORIA TRAVAGLIATA
     Tutto inizia una trentina di anni fa. In Africa soffia da tempo il vento della decolonizzazione, ma nell'attuale Sahara Occidentale (un fazzoletto di terra incastrato tra l'oceano, il Marocco, l'Algeria e la Mauritania, chiamato allora "Rio de Oro") sono ancora gli spagnoli a farla da padroni.
La popolazione autoctona, i "saharawi" (dall'arabo "gente del deserto"), viene assoggettata dalla potenza coloniale, in nome dei numerosi interessi economici celati sotto il terreno del Protettorato (in prima fila gli enormi giacimenti di fosfati). Solo nel '75, dopo la morte del dittatore Francisco Franco, Madrid decide di disfarsi di quel possedimento.
Ne approfitta l´allora re delMarocco, Hassan II, per affermare i diritti del proprio Paese sul suo "sud naturale":
le forze armate reali marocchine occupano i territori del Sahara Occidentale e prendono di mira le città saharawi, decimando la popolazione con massicci bombardamenti al napalm e al fosforo.
Chi riesce a scappare, si ritira nell'altopiano algerino dell'Hamada du Dra, in prossimità dell'oasi di Tindouf: una zona considerata tra le più invivibili del nostro pianeta.
Il resto è storia dei nostri giorni. Non sono bastate miriadi di risoluzioni internazionali
sul diritto del popolo saharawi all'autodeterminazione e nemmeno il parere favorevole della Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja:
a tutt'oggi il Marocco continua a violare i diritti umani fondamentali e ad attuare una progressiva annessione amministrativa ed economica dei territori, costringendo all'esilio i saharawi. Sono circa 170 mila, distribuiti in una manciata di accampamenti allestiti dall'ONU.
TRAGEDIE TRA LA SABBIA
     
Alcune tendopoli dispongono di piccoli pozzi, ma non sempre c'è da fidarsi: epatite, colera, tifo, infiammazioni batteriche sono drammatiche realtà presenti in maniera endemica e tutti i bambini, a turno, soffrono di dissenteria acuta.
"Dopo mesi e mesi di siccità, l'acqua dei pozzi non è più la stessa, si ammala..." - mi dice Nasra, una donna sui trent'anni - "D'altronde qui piove ogni tre anni... L'ultima volta che è accaduto si è scatenato un nubifragio violentissimo. La terra era dura come la roccia, quasi impermeabile. Il temporale provocò allagamenti e frane, si formarono improvvisamente fiumi impetuosi di fango.
Quindici persone, tra cui sei bambini, morirono annegati". Colpa dell'irrefrenabile processo di desertificazione che dilata i confini del Sahara, alterando i precari equilibri delle oasi. Le uniche, poche piante ancora resistenti sono le acacie ombrellifere.
I PROBLEMI SANITARI
     Per i saharawi sono sacre; nessuno osa utilizzarle per recuperare legna da bruciare.
Nella loro solitudine rappresentano l'ultimo, disperato appiglio della natura e dunque della speranza in un luogo sempre più ostile alla vita. Per cucinare vengono dunque utilizzate delle comuni bombole di gas che però spesso, a causa dei colpi che subiscono durante il trasporto ai campi, risultano pericolosamente danneggiate.
Basta una leggerezza perché scoppino improvvisamente. L'unità chirurgica delle tendopoli ospita costantemente numerose persone ustionate: in maggioranza donne e bambini. Altra gente viene ricoverata per i morsi dei serpenti, le punture degli scorpioni, le infezioni provocate dal sole e dalla sabbia.
L'APPUNTAMENTO CON IL TE
     
Per ripararsi ci si ritira nelle tende. Il tè è di prammatica agli appuntamenti conviviali. Come in tutto il Maghreb, lo preparano alla maniera araba: verde, ristretto il più possibile e con una pregevole schiuma, frutto di molti travasi. La tradizione impone tre tazze di rito, ed i saharawi le offrono presentandole di volta in volta all'ospite: "La prima amara come la vita. La seconda dolce come l'amore. La terza soave come la morte". Le donne, nascoste dai semplici e tradizionali veli colorati, ingannano il tempo decorandosi mani e piedi con polvere rossa di henné. Gli uomini pregano e fumano strane pipe in miniatura colme di tabacco.
SOGNANDO CASA
     
I bambini giocano con la sola ricchezza che possiedono: i sassi, piccoli e grandi, di tutte le forme.
Sul far della sera escono dalle tende per portare a pascolare un pugno di capre scheletriche. Nutrite con cartoni imbevuti nei resti del tè, danno ben poco latte e una carne stopposa.
"Quando torneremo nella nostra terra sarà tutto diverso..." - mi dice una bimba con l'età bruciata dal sole - "... A scuola la maestra mi ha raccontato che ci sono tanti pascoli verdi e che c'è il mare con i pesci e le conchiglie... Faccio fatica a immaginarlo perché non l'ho mai visto". Vincendo la timidezza, mi porge un foglio di carta con un suo disegno: solo pietre, sabbia e arbusti rinsecchiti".


SOLIDARIETA´ CON I SAHARAWI
Da un lato ci sono le mine "made in Italy" (la cui tecnologia viene venduta all´Egitto e poi voltata al Marocco, per aggirare abilmente il veto della produzione e della commercializzazione diretta) disseminate da Rabat per impedire che i saharawi si avvicinino troppo ai territori occupati del Sahara Occidentale. Dall´altro lato c´è l´incessante lavoro di decine e decine di organizzazioni presenti in ogni regione italiana che da anni si spendono per la causa del popolo saharawi. Si tratta di un variegato arcipelago della solidarietà che vede impegnate in prima fila le Istituzioni Locale (oltre 200 enti, fra i quali il Comune di Firenze, la Regione Toscana e la Provincia di Roma sono gemellate con altrettante tendopoli saharawi) e le associazioni di volontariato, laiche e cattoliche. Si fanno in quattro per sensibilizzare l´opinione pubblica, inviare aiuti umanitari e realizzare progetti scolastici e ospedalieri nei campi profughi dispersi nel deserto algerino. Da qualche anno, in alcune regioni, vengono anche accolti durante l´estate centinaia di bambini saharawi. Trascorrono le loro vacanze in casa di famiglie disposte ad ospitarli per un paio di mesi. Per ogni ulteriore informazione è possibile contattare l´Associazione Nazionale di Solidarietà con il popolo Saharawi al numero telefonico 06/6864640, oppure direttamente la rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, tel. 06/4468178.
 


STORIA DEL SAHARA OCCIDENTALE
Metà secolo XV - Gli spagnoli si insediano sulle coste pescose del Rio de oro (l'attuale Sahara Occidentale), ma non colonizzano l'interno, anche per la resistenza opposta dalle tribù di berberi-arabi.
1884/1885 - Con la Conferenza di Berlino viene riconosciuta la sovranità spagnola sul Rio de Oro: sovranità tutta teorica perché non vi erano state ancora esplorazioni sistematiche della regione.
Inizio 1900 - Gli spagnoli cominciano effettivamente ad occuparsi del Sahara, sollecitati dall'avanzata francese nel sud algerino (1900-1905), in Mauritania (1905-1911) ed in Marocco (1910-1912).
1934 - Gli spagnoli occupano l'interno per snidare la neonata resistenza araba alla colonizzazione francese nel Nord Africa
1956 - Il Marocco diventa indipendente dalla Francia e inizia a rivendicare il Sahara Occidentale su inesistenti basi storiche. Il partito nazionalista Istiqlal (Indipendenza) vuole per il Marocco il "Grande Maghreb".
1957 - Si rafforza il dominio spagnolo nel Sahara Occidentale mentre il vento della decolonizzazione spira ovunque.
1958 - Operazione militare congiunta franco‑spagnola per sedare i neonati gruppi di lotta saharawi.
1966 - Tutte le parti in gioco (Marocco, Mauritania, Spagna), spine dall'assemblea dell'ONU, riconoscono formalmente il diritto saharawi all'autodeterminazione. Ma è un bluff: nulla cambia.
1970 - Manifestazione popolare nella città di El Aiun contro il progetto di annessione.
1973 - Il 10 maggio viene fondato il Fronte Polisario (Fronte di Liberazione di Saghia-el-Hamra e Rio de Oro), il cui manifesto è quello di combattere fino all'indipendenza del popolo saharawi e al riconoscimento della sua sovranità sulla propria terra. Il 20 maggio inizia la lotta armata.
1975 - Il 16 ottobre, la Corte di Giustizia dell'Aia respinge la pretese di Marocco e Mauritania di annettere il Sahara Occidentale. Il 6 novembre, il re del Marocco, Hassan II, organizza la cosiddetta "Marcia Verde" per riaffermare i diritti del proprio paese sul suo "Sud naturale": in quel giorno, circa 350 mila volontari passano a piedi la frontiera fra il Marocco e il territorio del Sahara, per rivendicarne il possesso. Si firmano il 14 novembre gli Accordi di Madrid, tra Spagna, Marocco e Mauritania sulla spartizione del Sahara Occidentale.
1976 - L'ONU condanna l'occupazione del Sahara occidentale, ma senza alcun intervento concreto. Il 26 febbraio, la Spagna, temendo le ripercussioni della rivoluzione portoghese dei garofani, si ritira definitivamente dal Sahara Occidentale.
Il giorno 27 febbraio viene proclamata dal Fronte Polisario la Repubblica araba saharawi democratica, "Rasd", riconosciuta dall'Organizzazione per l'Unità Africana e da vari stati latinoamericani e asiatici. Segue l'invasione militare marocco-mauritana, con un oceanico esodo dei profughi verso il deserto algerino.
1978- La Spagna riconosce ufficialmente il fronte Polisario.
1979 - Il 5 agosto la Mauritania, a seguito di un golpe militare, firma la pace con il Polisario e abbandona il Sahara Occidentale. Nello stesso anno, il Re del Marocco firma la Carta per i Diritti dell'Uomo: il cinismo della realpolitik.
1982 - La Rasd è ammessa quale cinquantunesimo stato membro dell'OUA (Organizzazione dell'Unità Africana) e il Marocco, per protesta, se ne dissocia.
1985 - Il Marocco si dichiara disponibile ad affrontare il referendum, confidando sul fatto che ormai la popolazione presente nei territori rivendicati è costituita in buona parte da coloni marocchini; è quasi ultimata la costruzione di un muro lungo 2500 km, realizzata del Marocco a difesa dei territori occupati.
1988 - Viene istituita la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale) e stabilito un piano di pace.
1989 - Il 4 e 5 gennaio rappresentanti del fronte Polisario incontrano per la prima volta il re Hassan II. Il Parlamento Europeo adotta una risoluzione storica a favore dell'autodeterminazione e dell'indipendenza del popolo saharawi.
1991 - Dopo 15 anni di combattimenti, l'ONU ottiene il cessate il fuoco tra Marocco e Polisario e, insieme all'OUA, elabora un piano di pace che prevede l'indizione di un referendum di autodeterminazione. La MINURSO ha il compito di far rispettare il cessate il fuoco e di preparare il referendum. Bombardamenti marocchini nelle zone liberate prima del cessate il fuoco (6 settembre).
1992 - Il 15 gennaio il Parlamento Europeo nega la concessione di nuovi aiuti al Marocco fin quando non adempirà alle risoluzioni dell'ONU.
1994 - Inizio delle operazioni di identificazione degli elettori: il Marocco esige che vengano ammessi al voto anche i suoi coloni.
1996 - Il Consiglio di sicurezza ordina la sospensione ufficiale delle identificazione e riduce drasticamente gli effettivi della MINURSO.
1997 - I colloqui di Houston rilanciano nuovamente il referendum sotto il patrocinio dell´Onu e dell´Oua (Organizzazione degli Stati Africani), ma l´appuntamento viene rimandato continuamente.
2005 - L'occupazione continua. Il referendum viene continuamente posticipato.
 





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