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I SEGRETI DELLE OASI

La vita all'ombra delle palme

Dune modellate e controllate con tecniche secolari. Muri di foglie anti-vento. Orti dalla prodigiosa fertilità. Innumerevoli rivoli d'acqua raccolti e convogliati entro uno sterminato sistema di cunicoli sotterranei. Piante lussureggianti selezionate e curate con antica sapienza. In mezzo alla desolazione del deserto, come per incanto, fiorisce la vita. Ne parliamo attraverso le immagini e le storie raccolte nelle oasi sahariane più sperdute. Dove l'uomo ha imparato a convivere con la durezza del deserto. E dove un ricercatore italiano, incaricato dall'UNESCO, svela con fatica e passione i segreti dei giardini del Sahara.

Sahara algerino
Un fragile muro di terra separa il paradiso dall'inferno.
Da una parte il colore intenso dei fiori, i canali pieni d'acqua, l'ombra e la frescura delle piante. Dall'altra gli spazi infiniti e senza vita, la luce accecante, la solitudine e la desolazione del deserto.
     Ci troviamo nella piccola oasi di Bel Bachir, una manciata di palme e piccole case assediate dalla sabbia. Salem, come tutte le mattine, si è alzato di buon'ora per andare a lavorare nell'orto di famiglia: il "giardino", come lo chiamano da queste parti.
"Senza quel muro, le palme e gli ortaggi verrebbero bruciati senza pietà dallo shimun, il vento che soffia dalle dune", mi spiega. "Qui ogni metro di terra viene strappato con fatica al deserto. E il deserto non perde occasione per riprendersi ciò che gli abbiamo sottratto".
UNA PIANTA PREZIOSA
     Salem mi mostra con orgoglio il palmeto fatto crescere in quarant'anni di duro lavoro.
"Tra qualche settimana ci sarà la raccolta dei datteri. Se Allah vuole, finalmente potrò racimolare i soldi per acquistare la parabola e vedere il campionato italiano di calcio... Dovrò litigare con la moglie perché le donne di casa vogliono comprare il frigorifero.
Ma sono io che passo le giornate qui e senza i miei sacrifici le piante non darebbero alcun frutto". La palma da dattero è la regina delle oasi sahariane. Al contrario di quello che si potrebbe pensare, è un albero esigente che richiede cure continue e meticolose. "La pianta vive più di 100 anni, ma ha bisogno di almeno 15 anni prima di produrre i frutti. Le sue foglie devono essere tagliate periodicamente, altrimenti si trasforma in un cespuglio selvatico.
IN DIFESA DEI DATTERI
     Inoltre bisogna proteggerla da due terribili nemici: un fungo parassita che ne attacca il tronco e una farfalla che deposita i bruchi all'interno dei datteri". La palma deve essere bagnata abbondantemente e in primavera, durante la fioritura, va curata con minuziosità perché possa fornire frutti commestibili. "In ogni palmeto c'è almeno una palma maschio sulla quale fiorisce il polline che feconda le palme femmine produttrici di datteri", prosegue a spiegare Salem. "Il vento trasporta i semi maschi del polline, ma per assicurarci che il raccolto sia buono e abbondante, dobbiamo sistemarli a mano, pianta per pianta". E' un lavoro pesante e interminabile che i fellah, i contadini, praticano da secoli assicurando la sopravvivenza e la fertilità dei palmeti sahariani.
L'OPERA DELL'UOMO
     "Nel nostro immaginario le oasi del deserto non sono altro che pittoreschi regali della natura, elementi spontanei e casuali", afferma Pietro Laureano, 49 anni, architetto e urbanista, consulente dell'Unesco per le zone aride, la civiltà islamica e gli ecosistemi in pericolo (vedi sotto). "In realtà esse sono il risultato di un progetto raffinato, di una geniale organizzazione dello spazio e delle risorse idriche.
Un'opera straordinaria realizzata dall'uomo, rinnovando tradizioni e conoscenze preziose che gli hanno permesso di vivere in armonia con l'ambiente circostante". Laureano ha trascorso otto anni della sua vita tra le oasi più sperdute del Sahara, dove ha condotto importanti studi e ricerche sulle tecniche utilizzate dalle gente del deserto per la creazione e la difesa di queste sorprendenti isole tra le sabbie.
"Nelle oasi nulla è dovuto al caso: l'acqua necessaria alla vita e alle coltivazioni, ad esempio, non scaturisce liberamente da sorgenti, ma è una risorsa prodotta con fatica e controllata con rigore".
CANALI SOTTERRANEI
     L'oasi di Timimun, situata ai bordi del Grande Erg Occidentale, ad esempio, viene alimentata dalle "foggara", veri e propri tunnel sotterranei lunghi decine di chilometri, scavati dall'uomo per catturare l'acqua imprigionata nel sottosuolo. "Sembra incredibile, ma in effetti sotto il Sahara esistono fiumi sotterranei ed enormi bacini idrici", spiega ancora Laureano.
"Nel caso di Timimun, queste vasche interrate vengono alimentate dalla condensazione notturna dell'umidità e dalle piogge che cadono a nord, sopra i monti dell'Atlante". I corsi d'acqua che si formano non hanno sbocchi sul mare e finiscono per infiltrarsi nella falda sotto la sabbia che, come una enorme massa spugnosa,trattiene l'acqua sottraendola all'evaporazione: gli studiosi hanno calcolato che questi flussi sotterranei raggiungano l'oasi dopo un lento e lunghissimo viaggio che dura 5 mila anni.
"La cosa più stupefacente è che le foggara non sono semplici canali drenanti che trasportano l'acqua, ma la producono essere stesse per capillarità e per condensazione sulle loro pareti... Sono vere e proprie miniere di umidità in grado di generare l'acqua dalla sabbia del deserto. Ma non è tutto: le gallerie vengono fatte passare sotto l'abitato dell'oasi, realizzando in questo modo un efficace condizionatore climatico per le case soprastanti".
Questi canali sotterranei necessitano di continua manutenzione: lungo il loro percorso i maestri dell'acqua, responsabili delle foggara, si calano in pozzi appositi per portare via la sabbia o le pietre che ostruiscono il flusso: è un'operazione laboriosa, senza mai fine, ma è indispensabile per garantire giorno dopo giorno nuova linfa vitale per i palmeti e i villaggi.
OASI DIVERSE
     Naturalmente le oasi non sono tutte uguali come non lo sono i sistemi idrici che le alimentano. A Ghardaya, nella valle del Mozab, per esempio, l'acqua scorre sotto il letto asciutto di un antico fiume. Oltre un milione di palme da dattero vengono irrigate grazie ad una sofisticata struttura che gestisce il flusso sotterraneo. Si tratta di un capillare sistema di dighe, sbarramenti e pozzi che canalizzano, smistano e dosano l'acqua, facendo sì che in tutti i giardini ne arrivi la giusta quantità. Ogni tre o cinque anni poi, quando il fiume si risveglia con piene improvvise, la gente dell'oasi apre i condotti di grandi vasche artificiali per accumulare le riserve e assicurarsi in questo modo fino all'ultima goccia di pioggia.
In altre oasi, come quelle che si trovano nella regione del Souf, dove la falda freatica è molto vicina alla superficie, i contadini hanno ideato un altro metodo ingegnoso per bagnare i palmeti: anziché irrigare la superficie con pozzi e canali, scavano per le palme dei veri e propri crateri, in modo tale che queste possano raggiungere direttamente con le radici l'acqua della falda: uno stratagemma che evita le dispersioni dovute all'evaporazione e offre alle piantagioni una valida protezione contro il vento e la sabbia.
I GUARDIANI DELL'ACQUA
     Ma cosa avviene quando l'acqua arriva nei palmeti delle oasi ? In genere una grande pietra a forma di pettine, ripartisce la quantità di acqua alla quale ciascun fellah ha diritto, secondo le dimensioni dell'orto. A questo punto un sofisticato reticolo di canali convoglia il flusso fra i perimetri dei singoli giardini: l'acqua scorre per effetto della pendenza in un fitto dedalo di ramificazioni, ponticelli e piccoli ripartitori, fino a raggiungere le colture da irrigare. Il calcolo e la divisione del flusso è affidato ai vecchi saggi, che si tramandano da secoli i segreti di questa complessa tecnologia idraulica.
"Un sistema estremamente rigido, organizzato dalla moschea, fa sì che la spartizione dell'acqua sia equa", mi spiega monsieur Tizegarine Slim, presidente dell'associazione di promozione delle arti tradizionali del Mozab. "In alcune oasi, ad esempio, per stabilire la durata del turno d'irrigazione di ciascuno, esistono delle vere e proprie sentinelle: fino a non molto tempo fa queste erano dei ciechi che si servivano di un orologio ad acqua, una specie di clessidra composta da un secchio bucato; il tempo di scorrimento stabiliva la durata di apertura delle chiuse e il rumore delle ultime gocce segnalava che il turno era finito".
ALLARME SABBIA
     L'approvvigionamento idrico non è l'unico problema che gli abitanti delle oasi devono affrontare. Il deserto è in continuo movimento, alcune tipi di dune si spostano per effetto del vento e le tempeste di sabbia possono ricoprire in poco tempo le colture dei giardini. "La gente conosce bene le insidie di questi fenomeni naturali e ha imparato, anzi, a sfruttare i capricci dei venti e le formazioni dinamiche delle dune", racconta ancora Laureano. "Attorno ai villaggi e ai palmeti, i contadini usano costruire barriere artificiali con le foglie di palma, su cui il vento depone la sabbia trasportata, elevando alte e sinuose muraglie di protezione". Si tratta di vere e proprie dune modellate e controllate dall'uomo per difendere e conservare la vita delle oasi.
GIARDINI MIRACOLOSI
     Se queste barriere artificiali riparano le coltivazioni contro i venti torridi e la rete idraulica assicura l'acqua per irrigare, è anche vero che la particolare architettura dei giardini risulta decisiva per preservare la fertilità della terra. Le stesse chiome delle palme, a forma di ombrello, proteggono e trattengono l'umidità del terreno, mantenendo un microclima favorevole alle colture.
Ciò permette di far crescere una grande varietà di ortaggi: peperoni, melanzane, zucchine... Ma anche piante da frutta, come le prugne, i fichi, gli agrumi, i melograni, tutti alberi selezionati e curati con antica sapienza. "Coltivare frutta e verdura nel deserto ha del miracoloso" - commenta Laureano - "Infatti, questi rigogliosi giardini vengono chiamati jenna, che in lingua araba vuol dire paradiso".
PESCARE NEL DESERTO
     "E' vero: sono autentici paradisi terrestri", conferma René Le Clerc, 75 anni, missionario nell'oasi di El Golea e profondo studioso del deserto. "Grandiosi ecosistemi, pieni di vita, dove accanto all'uomo e alle piante, prosperano diverse specie di animali: insetti, uccelli, rospi, serpenti, piccoli roditori, e quel che è più incredibile addirittura pesci". All'interno dei canali d'irrigazione che attraversano il palmeto vive una miriade di minuscoli pesciolini. Hanno imparato ad adattarsi alla durezza del deserto, cibandosi di spore trasportate dal vento e di microscopiche alghe. "Sopravvivono persino in piccole pozze fangose e quando queste si prosciugano, si appallottolano nella terra e vi resistono per giorni, protetti da una crosta di fango che conserva un poco di umidità".
VIVERE NELL'OMBRA
     Anche la gente delle oasi ha adottato simili espedienti per sottrarsi al caldo bruciante del deserto e nelle ore più arroventate della giornata si rifugia in fresche abitazioni. Si tratta di edifici semplici, costruiti con tronchi di palme e mattoni di terra cruda. Le finestre sono rare e piccole, i locali avvolti nella penombra. In alto le terrazze sono protette da tele o incannicciate per far filtrare solo un poco di luce.
Persino le stradine e i vicoli del villaggio in realtà non sono altro che lunghi e bui corridoi costruiti per difendersi dal vento e dal sole. L'intricata trama di questi cunicoli si apre solo sulla piazza della moschea, il cuore pulsante dell'oasi. Qui i contadini si ritrovano per pregare cinque volte al giorno, richiamati dalle grida dei muezzin.
SAGGEZZA NEL SAHARA
     "Quando si nasce nel cuore del deserto più grande del mondo, non ci si può permettere di dimenticarsi di Dio", mi dice Maruf, un vecchio artigiano di Timimun. "Siamo gente con una fede profonda e una civiltà straordinaria, ma il mondo occidentale è malato di esotismo e continua ad ignorarci". In effetti chi viene per la prima volta nel Sahara è spesso prigioniero di stereotipi e luoghi comuni: vuole vedere i miraggi, i laghetti tra le dune, le palme da cartolina che spuntano spontaneamente dalle sabbie. "I turisti scattano montagne di rullini fotografici", commenta Maruf. "Sfrecciano veloci con i loro fuoristrada, riempiono boccette di sabbia per farne dei souvenir... Ma non si interessano della nostra cultura e tornano a casa senza aver capito i veri segreti del deserto".


UN MONDO DI OASI
Oltre che nel Sahara, le oasi sono diffuse in tutti i deserti che hanno avuto un'elevata presenza storica umana: le troviamo nei deserti dell'Arabia, nel Gobi e in generale lungo tutta la via della seta. In America Latina ci sono forme precolombiane di oasi chiamate Hoyas (nel deserto peruviano) e forme importate dalla colonizzazione gesuita (nel deserto messicano). "Tuttavia riferendosi a un modello allargato di oasi, inteso come tipo di insediamento che in un ambiente sfavorevole riesce a volgere a proprio favore le rare risorse creando nicchie di vivibilità, si può parlare di oasi anche per ambienti non propriamente desertici", spiega lo studioso Pietro Laureano.
"I Sassi di Matera, ad esempio, possono essere considerate "oasi di pietra" per la capacità di creare scavando nella roccia possibilità di captazione idrica e di abitazioni adatte alle condizioni climatiche. Esistono anche città-oasi come Shibam nello Yemen e Petra in Giordania e oasi di montagna negli altipiani tibetani. Oppure oasi religiose come quelle della Cappadocia e dell'Etiopia.
Paradossalmente anche nelle foreste pluviali dello Yucatan dove le condizioni carsiche rendono impossibile l'esistenza di acque superficiali, gli antichi insediamenti Maya sono sistemi oasiani basati sulla raccolta di acqua piovana". Laureano ha curato diversi progetti dell'Unesco per lo studio e la salvaguardia delle oasi. "Preservare questi ecosistemi e comprendere la loro organizzazione significa trarre preziose indicazioni su come è possibile gestire i problemi idrici e ambientali che colpiscono l'intero pianeta Terra che, in fondo, è la nostra piccola oasi nel cosmo".
Per chiunque sia interessato ad approfondire il tema delle oasi e della lotta contro il deserto, segnaliamo due libri preziosi curati dallo stesso Pietro Laureano: "Sahara, giardino sconosciuto" (Giunti, 1998) e "La piramide rovesciata" (Bollati Boringhieri, 1995).
 


I PERICOLI PER LE OASI
Non ci sono solo i tuareg e le carovane dei nomadi. Il Sahara è costellato da magliaia di piccole e grandi oasi abitate da popolazioni stanziali che hanno saputo creare uno stile di vita straordinariamente adatto alla povertà dei mezzi e all'estrema ostilità del deserto. Fin dall'antichità queste isole tra le sabbie sono state usate dai mercanti come punti d'approdo per il commercio di spezie, oro, sale e avorio.
Nei secoli esse si sono sviluppate proprio grazie a questa loro funzione di scali, di nodi della rete di traffici e comunicazioni del Sahara, divenendo animati crocevia di culture diverse e, in taluni casi, culle di importanti civiltà. Lo dimostrano, tra l'altro, le antiche scuole filosofiche e religiose delle oasi, famose in tutto il Nord Africa, che nel passato costituivano vere e proprie università del deserto.
Purtroppo l'innalzamento delle temperature, l'urbanizzazione selvaggia, lo smantellamento di molte piste transahariane e la crisi della società tradizionale hanno soffocato grandi oasi un tempo splendenti. Altre sono oggi minacciate da interventi dell'uomo che rischiano di stravolgere i delicati equilibri dell'ecosistema. Il trasporto meccanico delle merci nel Sahara, per esempio, ha diffuso la terribile malattia che colpisce la palma da dattero: il "bayud" che porta alla morte i palmeti delle oasi. Anche lo scavo di pozzi meccanici per l'acqua a grande profondità ha dato efficaci risultati immediati, ma ha depauperato la falda gestita dalla rete delle gallerie drenanti (le foggara) che invece aveva uno sfruttamento in armonia con le possibilità di rinnovamento. Inoltre la diffusione nell'edilizia dell'uso del cemento comporta l'abbandono delle abitazioni di terra cruda più consone al clima e al risparmio dei materiali, determinando l'invasione e la distruzione di aree di palmeto da parte di nuove costruzioni.
 




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