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PIGMEI

Un´italiana tra il piccolo popolo della foresta

I Pigmei, da sempre considerati i signori delle foreste africane, rischiano di scomparire. La deforestazione sta distruggendo il loro habitat e minaccia di cancellare il loro prezioso patrimonio culturale. L´arrivo delle strade ha provocato gravi epidemie, malattie estranee alla foresta, che falcidiano intere famiglie. Un´infermiera italiana da oltre trent´anni si occupa della salute dei Pigmei Baka, una comunità tenacemente attaccate alla propria indipendenza e diversità.

Camerun orientale
Il silenzio è rotto
all'alba dal rumore assordante delle seghe elettriche.
Poi, quando i primi raggi di sole filtrano tra gli alberi, comincia il caotico viavai dei camion.
Viaggiano in lunghe carovane, trasportando enormi tronchi secolari destinati all'esportazione. Tonnellate di legno pregiato che sfrecciano veloci. Al loro passaggio, la terra trema come se si trattasse di un terremoto. Improvvisamente ci si trova avvolti in un'asfissiante nuvola di polvere.
I contorni dell'orizzonte scompaiono. Gli occhi lacrimano e bruciano. Si respira a fatica. La gente ne è abituata e cerca di ripararsi il volto con stracci logorati. Ma non basta e i lamenti finiscono per essere soffocati dalla tosse.
IL BUSINESS DEL LEGNO
     Ci troviamo nella provincia di Yokadouma, ai bordi dell'immenso bacino fluviale del fiume Congo. Era una regione coperta interamente dalla foresta pluviale. Oggi è solo un groviglio di strade che penetrano come spine nell'ultimo polmone naturale del continente africano.
"Per pagare il debito estero, il governo ha dovuto svendere milioni di ettari di vegetazione lussureggiante.
Nel paese operano una ventina di grandi società europee e altrettanti piccoli imprenditori privati: fanno a gara a chi taglia di più". Rita Rossi, un'infermiera ostetrica italiana impegnata da trent'anni in Camerun, parla con rabbia e rassegnazione della progressiva devastazione ambientale.
"Dopo la Conferenza di Rio, che in linea di principio doveva servire per difendere la natura del nostro pianeta, il ritmo del disboscamento si è intensificato e la situazione è precipitata: di questo passo, tra cinque anni non ci sarà neppure una macchia verde".
SFRATTATI DALLA FORESTA
     A rimetterci più di tutti sono i Pigmei Baka, il piccolo popolo della foresta (le donne sono alte in media 135 cm, gli uomini tra i 140 e i 150 cm). Non si sa esattamente quanti siano: sono stimati tra le 20 mila e le 40 mila persone, in un paese con 12 milioni di abitanti. Un tempo erano i signori incontrastati di queste terre.
Si erano adattati in maniera encomiabile alle difficili condizioni naturali, senza sconvolgere l'ambiente né piegarlo alle proprie necessità.
Tradizionalmente nomadi, si spostavano liberamente nel cuore della boscaglia, vivendo di caccia e di raccolta. Oggi non possono far altro che assistere inermi alla distruzione del mondo attorno a loro.
I bulldozer delle multinazionali del legno si presentano senza preavviso davanti agli accampamenti, fanno sloggiare le comunità e cominciano ad abbattere tutto.
I Baka non possono opporsi, non ne hanno diritto. Prendono quel po´ che possiedono e cercano altri posti dove accamparsi.
Di fronte alla drastica diminuzione della terra e della selvaggina disponibile che minaccia di sconvolgere la loro secolare organizzazione sociale, la politica del governo per la difesa e la salvaguardia di questo popolo appare, quanto meno, inadeguata. Le comunità vengono indotte a stabilirsi in pianta stabile e invitate alla coltivazione dei campi, fonte alternativa di sussistenza e segno di integrazione col resto della popolazione.
I NUOVI SCHIAVI
     Ma i pigmei non hanno una mentalità contadina e finiscono col trovarsi disprezzati e relegati ai margini della vita sociale. Di natura docile e semplice, vengono sottomessi dalle altre etnie, di origine bantu, senza opporre resistenze. Li considerano esseri inferiori e li sfruttano come mano d'opera a buon mercato. Spesso, come contropartita dei lavori svolti nei campi dei loro "padroni", ricevono solo alcool e tabacco.
"Rischiano di trovarsi sradicati nelle loro stesse terre" - commenta Rita - "Vivono in bilico tra passato e presente, con l'impossibilità di tornare indietro nel tempo e le difficoltà oggettive ad assimilare nuovi modelli culturali".
Il loro futuro si presenta quanto mai saturo di incognite, anche perché al problema della salvaguardia delle loro tradizioni si aggiunge quello dell'emergenza sanitaria. I massicci spostamenti delle comunità Baka verso le strade sono spesso accompagnati da gravi epidemie, malattie estranee alla foresta, che falcidiano intere famiglie.
EMERGENZA SANITARIA
     Le piste aperte dai bulldozer seminano malattie e morte: durante la stagione secca, con la polvere, favoriscono le infezioni agli occhi e alle vie respiratorie; quando piove si trasformano in enormi pozze fangose dove proliferano zanzare portatrici di malaria.
La situazione igienico sanitaria nei nuovi villaggi si è fatta drammatica.
La mortalità infantile è aumentata vertiginosamente. "Spesso avremmo bisogno di personale specializzato e di strumenti diagnostici adeguati per salvare la gente, e invece...", ammette, sconsolata, Rita. Non si riesce ad arrivare dappertutto. La regione è troppo vasta e molti accampamenti ancora isolati. "Dove finisce la pista si prosegue a piedi, facendosi strada con il machete.
Quando i ponti crollano bisogna guadare i fiumi con canoe improvvisate. A tracolla, un frigorifero portatile con i vaccini per la poliomielite, il morbillo, la pertosse e il tetano".
SCIENZIATI DELLA NATURA
     Ancora oggi i Baka cuociono il cibo in cartocci di fronde messe sulla brace e attingono l'acqua con foglie disposte a forma di bicchiere. Accendono il fuoco con una sorta di accendino a percussione composto da pietre dure e da una stoppa vegetale.
Fabbricano l'intelaiatura delle suppellettili domestiche, intrecciando fibre naturali e arbusti flessibili.
Con i rami del bambù costruiscono le frecce utili per la caccia ed efficienti imbarcazioni con le quali guadano i fiumi. Per sopravviverne raccolgono verdure, funghi, mandorle, miele, lumache, termiti e bruchi. Le tradizionali capanne a forma di igloo sono semplici ed essenziali: il telaio è costituito da arbusti flessibili, fissati saldamente nel terreno e intrecciati tra di loro. Su questi vengono poi disposti delle ampie foglie e mo' di tegole. Terminata la struttura, viene acceso all'interno un fuoco, il cui fumo rende impermeabile le foglie.
SCUOLE IN FORESTE
     "Sono autentici scienziati della natura: la foresta per loro non ha segreti", commenta Daniel, un giovane volontario svizzero,
responsabile di alcuni progetti per la scolarizzazione dei Baka. Ma poi aggiunge: "Bisogna darsi da fare sul serio perché la loro straordinaria civiltà non vada persa per sempre...
Occorre coniugare il processo di sedentarizzazione in atto ad una reale integrazione con le altre popolazioni bantu. E nel contempo salvaguardare il prezioso patrimonio culturale proprio di ognuno". I centri di educazione prescolare, indirizzati ai bambini Pigmei dai 4 agli 8 anni, vanno in questa direzione. Sorgono ai margini della foresta, tra liane e cespugli. I libri e i quaderni, così come l'organizzazione delle lezioni, sono modellati tenendo conto della vita tradizionale Baka.
I bambini imparano le nozioni basilari di matematica e di francese, ma hanno anche modo di esprimere e valorizzare le proprie conoscenze. Il primo anno di scuola permette di padroneggiare con la lingua materna, il Baka, mediante l'esposizione in classe di storie quotidiane o racconti mitologici.
     Non mancano, inoltre, lezioni di zoologia e botanica. Di tanto in tanto vengono persino organizzate delle gite collettive nel folto della selva. "Non si tratta di fare assimilare tout-court la cultura "ufficiale" al piccolo popolo della foresta, ma piuttosto di attivare un processo di promozione umana che porti a considerare i pigmei dei cittadini con pieni diritti" - puntualizza Daniel - "Niente è imposto: sono loro stessi a manifestarci il desiderio che i figli comincino a frequentare le lezioni; forse hanno capito che l'istruzione rappresenta l'unica ancora di salvezza per la sopravvivenza e la difesa delle loro comunità...".
Daniel parla, mentre la terra comincia a tremare. Con una mano mi indica la polvere rossa che in lontananza si alza dalla pista solcata dai camion. "... Purtroppo se non si porrà freno alla devastazione della foresta, sarà tutto inutile". Le ultime parole sono inghiottite da un rumore assordante. "Andiamo a ripararci: tra un attimo qui sarà l'inferno".


I PIGMEI: CHI SONO
Sparsi in un'ampia fascia verde che si estende per 1.800 chilometri lungo l'Equatore, dalle coste dell'oceano Atlantico fino alla regione dei Grandi Laghi, i pigmei sono valutati tra le 130 e le 200 mila persone. L'imprecisione della stima è dovuta alle difficoltà oggettive di recensire una popolazione che, nonostante presenti oramai i segni di una progressiva sedentarizzazione, passa ancora moltissimo tempo in piena in foresta.
Da un punto di vista etnografico, i pigmei si dividono essenzialmente in tre grossi gruppi: i più celebri presso gli studiosi sono i Bambuti, situati prevalentemente nella regione dell'Ituri, nell'attuale Congo-Kinshasa. Ci sono poi i Batwa (o Bacwa), situati nelle foreste della regione dei Grandi Laghi (prevalentemente in Rwanda), considerati però da molti studiosi come un gruppo non propriamente pigmeo, ma piuttosto "pigmoide" in ragione del meticciamento praticato già da molto tempo con le popolazioni nere confinanti.
Infine, un terzo gruppo composito, diffuso a macchia di leopardo nella regione occidentale del bacino del Congo, in un ampio territorio compreso tra Gabon, Camerun, Congo e Repubblica Centrafricana, porta il nome di Babinga. Il termine Babinga per la verità comprende parecchi sottogruppi (ricordiamo i Bajele, i Tikar, gli Akoa, i Babendjele e gli Aka), tra i quali spicca per consistenza quello dei Pigmei Baka (il nome Baka richiama la somiglianza con gli uccelli che si posano un istante - bakàmà - prima di andare altrove).
 


LA LORO STORIA
La storia dei Pigmei si perde nei secoli. C'è chi afferma che anticamente abitassero nel Medio Oriente e, da qui, furono costretti a migrare per la scomparsa progressiva delle foreste a causa del processo di desertificazione della zona. Sembra che si siano divisi in due gruppi: un gruppo si diresse verso l'Asia dando origine ai negritos; un altro verso l'Africa Centrale.
L'esistenza, nelle foreste dell'Africa equatoriale, di una popolazione che si distingueva per la sua piccola statura, era già conosciuta nell'antichità. Soprattutto le grandi civiltà mediterranee - egiziani, romani e greci - hanno dimostrato di conoscere i Pigmei, lasciando numerose testimonianze, a volte favolose e immaginarie, ma spesso storicamente circostanziate. Storici e studiosi hanno molto discusso, per esempio, sul dio egizio della danza, Bes, raffigurato sotto l'aspetto di un nano. Le sue fattezze paiono improntate a quelle dei pigmei africani, che gli egiziani già conoscevano dal terzo millennio avanti Cristo.
Si sa, infatti, che durante l'ultima epoca dell'antico Impero, i faraoni organizzavano delle vere e proprie spedizioni per catturare dei Pigmei da "far danzare alla loro corte". In un prezioso papiro di quell'epoca si parla infatti di "lunghi viaggi nel Paese degli Alberi" e di "nani danzatori degli dei".
Il termine "pigmeo" deriva dal latino "pygmaeus" (che a sua volta proviene dal greco "pugmaios" che significa "uomo alto un cubito") ed è nominato per la prima volta da Omero nel terzo canto della Iliade.
Aristotele, nella sua "Storia degli animali", li situa verso le sorgenti del Nilo. Erodoto, nel V secolo avanti Cristo, fornisce una vaga testimonianza di incontri ravvicinati con i Pigmei, mentre Plinio, ormai nel primo secolo dell'era cristiana, accreditando le leggende più fantastiche, li situa in Tracia, l'attuale Bulgaria. Non mancano poi importanti testimonianze in alcune opere d'arte dell'antichità: a Roma sono scolpiti assieme a degli ippopotami sul basamento della statua del Nilo e a Pompei sono rappresentati in alcuni affreschi e mosaici.
Quanto all'antica storiografica cristiana, San Geronimo ne parla come degli "abili, minuscoli pugili", mentre Sant'Agostino, nella "Città di Dio", ne ammette la possibilità teorica della loro esistenza. Nel Medioevo, che popola i boschi di gnomi e folletti, li si confonde con le scimmie e gli scienziati li considerano solo esseri immaginari concepiti dalla fantasia umana.
E' solamente verso la seconda metà del XIX secolo, con le prime esplorazioni nelle foreste dell'Africa Centrale, che iniziano ad aversi informazioni più sicure e dettagliate. Il tedesco Hartmann scoprì e fotografò degli individui appartenenti ad una razza di piccola statura, chiamata Babongo (si trattava degli Akoa del Gabon).
Nel 1868, l'esploratore tedesco Schweinfurth ebbe dei contatti con i pigmei Aka dell'Africa centrale. Vent'anni più tardi, l'antropologo francese A. De Quatrefages, scriverà: "Nonostante la loro piccola taglia, la braccia relativamente lunghe, il ventre grosso, sono veri uomini e quelli che li ritenevano delle mezze scimmie devono essere oggi pienamente disillusi".
 


IL CAMERUN
E' come l'Africa in miniatura: a nord le immense savane popolate dai grandi predatori, a sud e ad est le fitte e misteriose foreste equatoriali; sulla costa una lunga striscia di spiagge d'oro e alberi da cocco; ad ovest, infine, gli altipiani e le verdi colline, puntellate di laghi vulcanici e cascate mozzafiato.
Eccolo il Camerun, uno straordinario caleidoscopio di bellezze naturali, da consigliare a chi vuole avere un assaggio generale di tanti aspetti del continente nero in un solo viaggio. Vasto una volta e mezza l'Italia, il Camerun si estende in modo longitudinale dalle coste atlantiche alle aride distese predesertiche del Sahel, formando una sorta di triangolo geografico irregolare il cui vertice è rappresentato dal lago Ciad. La grande varietà ambientale e paesaggistica è associata ad un'eccezionale ricchezza antropologica ed etnografica: sul suo territorio, da migliaia d'anni convivono più di 200 etnie e altrettante lingue (i primi esploratori europei parlarono comprensibilmente di un "grandioso crocevia di popoli"). In totale si contano oltre 13 milioni di abitanti, in maggioranza cristiani e animisti, con una densità di poco superiore ai 20 ab/kmq. E' un mosaico di culture millenarie, il cui canovaccio è costituito da pittoreschi villaggi di capanne, pestelli e mortai in legno, botteghe di guaritori tradizionali, riti propiziatori o scaramantici e ipnotiche danze scandite dai tamburi. Niente a che vedere con il folclore forzato delle finzioni turistiche. Qui il gigantismo alberghiero e il turismo di massa non sono ancora arrivati: anche lungo i circuiti turistici si è riusciti a mantenere una dimensione davvero autentica del viaggio. Comfort essenziali in lodge, ranch e alberghi; efficienza nei trasporti e nei servizi in genere. Abbondanza e prelibatezze nella sfera culinaria. Fuori dalle grandi città come Douala e Yaoundé, la microcriminalità è pressoché inesistente. E non è poco per una nazione alle prese con una difficile crisi economica.
Tappa fondamentale di un viaggio in Camerun è il Parco naturale di Waza, nel nord del Paese, popolato da una grande quantità di animali di grossa taglia e caratterizzato dalla tipica savana brulla e stepposa. La riserva della Benouè, situata sugli altipiani dell'Adamaoua, offre anch'essa una notevole concentrazione di animali (ideale per safari fotografici a elefanti, leoni, ippopotami, bufali e soprattutto alla grande antilope africana) e una natura verdeggiante. Chi ama il trekking può avventurarsi nella fitta rete di sentieri panoramici che salgono il Monte Camerun, una delle maggiori montagne africane (4.090 m), soprannominato dagli indigeni "Il Carro degli Dei".
Poco più a sud si raggiunge Kribi, località balneare posta ai bordi della fitta foresta equatoriale. Da lì, risalendo il fiume Lobè in piroga (l'unico fiume al mondo che sfoci nell'Atlantico con una cascata...) si incontrano numerosi villaggi pigmei, una pacifica popolazione di cacciatori e raccoglitori, considerati giustamente per via delle loro straordinarie conoscenze naturali "i piccoli grandi uomini della foresta".
A nord, le città-crocevia di Garoua e Maroua offrono tutto il colore e il calore dei tradizionali mercati sub-sahariani dove i nomadi e i musulmani del Sahel si incontrano con i Bantù dell'Africa equatoriale. Assolutamente da vedere, infine, sull'immenso tavolato Bamilekè, le cosiddette"chefferie", autentiche corti dei capi tradizionali discendenti da prestigiose dinastie secolari.
 




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